Stile, moda e costume
Nati da esigenze pratiche. Divenuti immortali (parte seconda)
La polo Lacoste, che nella versione originale si chiama chemise, in ossequio allo sciovinismo francese, viene da lontano e riguarda il soprannome “The Crocodile” che un giornalista americano dette al diciannovenne prodigio del tennis francese René Lacoste, dopo averlo visto combattere ferocemente in un incontro pur



La polo Lacoste, che nella versione originale si chiama chemise, in ossequio allo sciovinismo francese, viene da lontano e riguarda il soprannome “The Crocodile” che un giornalista americano dette al diciannovenne prodigio del tennis francese René Lacoste, dopo averlo visto combattere ferocemente in un incontro pur perso a Boston nel 1923.
Lo stilista Robert George nel 1927 diede forma al coccodrillo che Lacoste fece applicare sui propri blazer, solo qualche anno dopo lo introdusse sulla polo all’altezza del cuore, che usava in campo, rendendola il primo capo con il brand a vista.
Nel 1933 Lacoste e George fondarono l’azienda che oggi è una casa di moda con un vasto assortimento di prodotti per lo sport e il tempo libero, compresa una fragranza per uomo prodotta dal ‘66 in collaborazione con Jean Patou.

La polo nasce fondendo la camicia con la T-shirt, usando tessuto a nido d’ape traspirante per l’uso sportivo, con i bottoni di madreperla e il rinforzo in pura seta intorno al collo, per finire con i due piccoli spacchi laterali.
Proposta in tantissime tinte viene ormai utilizzata in molti sport oltre al tennis: golf, polo, rugby e perfino calcio; nel tempo il marchio del coccodrillo ha subito piccole modifiche in funzione di controversie commerciali sfociate in cause; in alcuni mercati è di colore diverso, ad esempio in USA la versione misto poliestere ha il coccodrillo blu.
È forse uno dei capi di abbigliamento sportivo più imitati, solo per citare i più noti: Fred Perry, Sergio Tacchini, Robe di Kappa, Polo Ralph Lauren, Brooks Brothers.
Molti credono che la camicia button-down sia un’invenzione dell’americana Brooks Brothers che la qualifica “original polo shirt”, uno dei capi must-have dell’abbigliamento maschile, in realtà la cosa è parzialmente vera.
John E Books, nipote di uno dei fondatori di Books Brothers era in Inghilterra, assistendo a una partita di polo, notò che i lunghi pizzi delle camicie dei giocatori a cavallo erano fermati per evitare che svolazzassero, creando impacci visivi, mentre il bottone posteriore del collo evitava l’antiestetica fuoriuscita della cravatta.

Anche in questo caso fu l’uso sportivo a far nascere l’idea di un capo divenuto un must da dandy, il giovane Brooks fu impressionato dall’arco formato dai bottoni che fermavano il collo, tornato in patria nel 1895 con dei campioni, propose all’azienda di suo nonno di produrre la camicia divenuta mitica.
Negli anni ‘50 Bernard Gantmacher, fondatore del marchio Gant, introdusse con grande successo la button-down negli spacci dell’università californiana di Yale, cui seguirono a ruota le università Ivy Liguers nel nordest che avevano tra i frequentatori i fratelli Kennedy.
Rivendico per me il titolo di antesignano acquirente fin dagli anni ‘70, ma riconosco a Gianni Agnelli quello di assoluto divulgatore.

La giacca di panno blu con i bottoni di metallo dorati o bruniti è universalmente nota come blazer, termine che ormai definisce ogni tipo di giacca sportiva.
La sua nascita come passe-partout del classico maschile risale ad un evento preciso del 1837: fu creato infatti nella foggia doppio petto con sei bottoni dorati e tasche con pattina per l’equipaggio della fregata inglese HMS BLAZER in occasione della visita della regina Vittoria, che lo apprezzò tanto da decretarne l’uso per tutti gli equipaggi della Royal Navy.
Il navy blazer, spesso adornato da uno stemma al taschino, fu presto adottato dai circoli canottieri e dagli universitari, per poi divenire il classico che conosciamo.

Un suggerimento, direi una preghiera a chi ama indossarlo: va bene abbinato a qualunque pantalone, meglio se chiaro: flanella, velluto, cotone, jeans, ma per cortesia non con scarpe nere!
Sempre in tema di capi di uso militare, certamente poco noto è il “ribbed jumper Commando”,
Il maglione a coste con toppe impermeabili in tinta su gomiti e spalle (queste ultime sono forate per applicarvi mostrine e gradi), anche questa un’invenzione britannica, nei colori blue Royal Navy, green British Army, light blue RAF e brown Engineers.
Caldo, comodo e antipioggia è stato adottato da molte forze armate, un uso civile frequente è quello dei cacciatori.
Per terminare l’excursus non possono mancare tre calzature che a buon diritto hanno posto nella storia del costume per aver creato uno stile inconfondibile, iniziando dalle mitiche Clarks desert boots.
La fabbrica di scarpe J & C Clark esiste dal 1825, ma la leggendaria desert boot nasce da un’idea di Nathan, bisnipote di uno dei fondatori: James, il quale non era entrato in azienda, ma aveva scelto la carriera militare.
Nel 1941 il giovane ufficiale fu inviato in Birmania, combattendo a fianco di soldati indiani e sudafricani, nell’occasione attrassero la sua attenzione i leggeri sandali, che preferivano indossare al posto dei pesanti scarponi militari, i soldati Pashtun e gli scarponcini scamosciati calzati da coloro che avevano combattuto nei deserti dell’Africa settentrionale, realizzati nel suk Khan el-Khalili del Cairo.

Tornato a casa, assembla un prototipo ispirato alle calzature egiziane e lo presenta all’azienda di famiglia, ricevendo un’accoglienza a dir poco tiepida e un diniego a darne un seguito produttivo.
Nonostante ciò, decide di esporre lo scarponcino alla Chicago Shoe Fair nel ‘49, dove incontra il giornalista di moda Oscar Shoeffler del magazine Esquire, che pubblicò un articolo sulla storia della desert boot, determinandone l’immediato successo.
Beatles, Bob Dylan, Steve McQueen ed altre celebrità la ressero iconica, fece parte insieme all’eskimo della divisa dei sessantottini americani ed europei, comoda, di pelle scamosciata spolverabile con una battuta di tacchi, con la suola di para antisdrucciolo e l’intercapedine in cuoio a isolare da caldo e freddo, così nasce un mito.

Nel 1918 Nathan Swartz, figlio di un calzolaio ebreo di Odessa emigrato con la famiglia in USA, inizia a lavorare da apprendista e poi da dipendente in un calzaturificio di Boston.
Tra il ‘52 e il ‘55 acquistò prima una quota e poi l’Intera proprietà della Abington Shoe Company inserendo i figli in azienda, ma il vero boom che la fece decollare fu l’introduzione nel ’65 della tecnologia di stampaggio ad iniezione che permise di saldare la suola alla tomaia, creando le prime calzature impermeabili per trekking, di cui il modello per eccellenza è “Yellow Boots”, cioè quello reso famoso anche da noi dai paninari milanesi.
Nel ‘73 viene introdotto il marchio Timberland (letteralmente: terreno boschivo) e nel ‘78 fondata Timberland Company che da allora produce un total look, spaziando dall’abbigliamento agli orologi, anche se gli scarponcini da campagna sono sempre il core business, imitati in mille modi, ma senza il loro fascino.
Dalla montagna e la campagna al mare: Sperry Top-Sider la prima vera scarpa da barca ha una storia lunga e complessa da raccontare, per cui mi limito a poche cose essenziali.
Paul A. Sperry, l’inventore, mentre navigava in barca a vela lungo il Long Island Sound capitò la cosa più terribile possa accadere a chi naviga, cioè, scivolare sulla tuga e cadere in mare, fortunosamente riuscì a risalire a bordo perché prudentemente legato, ma da quel momento si arrovellò per realizzare delle calzature antiscivolo.
Il suggerimento fondamentale gli venne dal suo cocker spaniel, osservando che non scivolava mai né in barca né d’inverno sul ghiaccio del Massachusetts, scoprì che erano le scanalature naturali delle sue zampe a garantire l’aderenza.
Dopo molte prove riuscì a trovare la suola in gomma con le incisioni giuste, nel 1935 fondò la sua azienda e fece bingo, tanto che nel ‘39 la US Navy negoziò di poter produrre le Top-Sider per i cadetti della US Naval Academy.
Anche in questo caso non si contano le imitazioni, ma la Sperry Top-Sider, pur essendo un prodotto di nicchia, resta la capostipite con le migliori prestazioni.
Questi classici ci faranno compagnia ancora a lungo, in attesa di nuove idee che si aggiungeranno, risolvendo problemi legati a nuovi stili di vita, saranno i classici di domani.
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Peccato però che Yale sia del Connecticut, non californiana 😉