Israele
Nell’Occidente che ha smarrito la percezione del bene e del male Hamas ha quasi vinto
I. Hamas ha quasi vinto. Nelle ragioni della sua probabile vittoria è il ritratto del nostro fallimento, la sconfitta di un sistema simbolico già privo di custodi, che paradossalmente, quale tragica supernova, trova nel rovesciamento di sé l’ultima occasione. Una riuscita articolata su due fronti: da



I.
Hamas ha quasi vinto. Nelle ragioni della sua probabile vittoria è il ritratto del nostro fallimento, la sconfitta di un sistema simbolico già privo di custodi, che paradossalmente, quale tragica supernova, trova nel rovesciamento di sé l’ultima occasione.
Una riuscita articolata su due fronti: da un lato, per gli alleati occidentali, un odio di sé, delle proprie radici, entro cui, come gramigna, proliferano letture immaginifiche del reale, risorgenze di mentalità persecutorie; dall’altro, per i militanti e la loro ampia, coesa base, ambizione d’imporsi, identità che domina laddove l’altra si dissolve. Due pulsioni, due facce della stessa medaglia, così antisemitismo e antisionismo, di tale vittoria premessa e compimento.
Ha quasi vinto, Hamas, grazie al sostanziale appoggio di buona parte della classe dirigente euroatlantica dalla memoria corta, alla propaganda diffusa da ogni media in campagne di disinformazione senza eguali nella storia; grazie a una politica ora collusa, ora ignorante, ora compiacente, ora semplicemente vile, che sulle spalle porta fascine al nuovo rogo del capro espiatorio. Ha quasi vinto perché l’Occidente ha scordato cos’è la guerra, né intende ciò che il combattere comporta.
II.
Dietro queste concause è la più vasta perdita della percezione del vero, cioè che esiste il bene ed esiste il male, esistono i segni ed esistono i riti, e tutto, per analogia, si tiene. Metaforizzando Abraham Joshua Heschel: «se cessiamo di chiamare Dio sui nostri altari, li occuperanno ineluttabilmente i demoni». Altre figure, altre formule, altre essenze colmano il vuoto della radura bruciata: talvolta ulivi, talvolta spine e triboli, talvolta deserto – anche questo si è dimenticato. Ma dove il simbolo viene sfrattato, non scompare. Così, al tramonto di una mitologia decostruita, un’altra ne subentra, non obbligatoriamente migliore. Così la detonazione dei Buddha di Bamiyan, gesto iconoclasta e fondativo insieme. Così la realtà ci parla. Persa, comunque, è la chiave di lettura dell’atavico, che invece, come ogni forza, ineludibile perdura. E del Medio Oriente, quindi, il nostro mondo puerile, dimentico persino di sé, dei propri orrori e delle proprie glorie, nulla ha capito né potrà mai capire.
III.
Ha quasi vinto, Hamas, in ragione del perverso colpo di genio che è stata la presa degli ostaggi: tremendo capolavoro, affinato in cinquant’anni di prove generali, sovvenzionate dal più criminale degli umanitarismi. Geniale perché, conscio che al di là d’Israele nulla importa degli ostaggi, ha saputo sconvolgerne il tessuto sociale dall’interno, spezzandolo. L’unico vero assedio è quello di Hamas contro lo Stato ebraico, stretto in una morsa che paralizza.
Il comandamento etico – «riportarli a casa» – si è imbattuto in ben altra potenza, che ha nome perfidia, e il risultante, previsto stallo è stato assecondato dalle nazioni del cosiddetto benessere, incapaci di comprendere. Persino l’hybris di quel giorno – la pornografica tracotanza della sua attuazione, che pure perderà Hamas, e ha già strappato troppe vite – non è stata sufficiente a dare al mondo la volontà di disarmarne la dottrina, di cui i terroristi non sono che un’emanazione. «Tremendo», afferma Ecuba nelle Troiane, «è ciò che impone la necessità».
Ha quasi vinto per via del clamoroso fallimento comunicativo di Israele, che non ha colto quanto pervasivi e multiformi siano disprezzo e rancore fuori dai suoi confini; che, nell’epoca della post-verità, i fatti non parlano più da soli; che il vertiginoso decadimento di società esauste e sradicate, parte congenito, parte indotto, è oramai inarrestabile: realtà che più attenti osservatori hanno invece saputo malignamente, sapientemente volgere a proprio profitto. Hybris diversa, opposta, quella di Israele, aperta alla vita, pronta a difenderla e perciò, ad occhi distratti, ben più imperdonabile. Troppo portentoso, infatti, quel capro che, scioltisi i legacci, sfugge al sacrificio altrui per creare qualcosa di inaudito, ed è quindi tenuto a impossibili standard da chi trova rifugio nel fatuo dualismo di oppresso e oppressore, e orgiasticamente condanna.
Hamas ha quasi vinto perché dopo Hamas ci sarà ancora Hamas sotto altro nome, nel gioco di maschere e scatole cinesi che sono i Fratelli Musulmani e l’ideologia che li alimenta. A tale futuro sta preparandosi l’Autorità Palestinese, il cui unico interesse è soppiantare, mutatis mutandis, un vecchio rivale oggi in decomposizione. Certo non sarà la guerra oramai agli sgoccioli a chiudere il cerchio della violenza: nuovi tessitori rintrecceranno il tappeto per le generazioni future. Né finirà, questa violenza, con il riconoscimento di uno Stato palestinese, mai credibile obiettivo degli affabulatori susseguitisi senza posa – tutt’al più, legittimata rampa di lancio per lo scopo ultimo su cui quell’identità si basa: la disintegrazione d’Israele.
IV.
Il ruolo dell’Italia in tutto ciò resta, va da sé, marginale. Eccelle, questo sì, nella recrudescenza antisemita, supina al ciclico ritorno di un clima da 1939. È, del resto, terra di giornalai e politicanti, dove nessuno tra questi ultimi, con una rielezione cui pensare, è in grado di autenticamente opporsi alla corrente. Nessuno: le corone d’alloro ai mediocri, nel cinico gioco che è la politica, le brevi vittorie di Pirro di singoli esponenti su temi facili valgono, come l’idolatria che esalta e depone, meno di zero. L’Italia, con i suoi piedi zoppi in due scarpe, benché non ancora soggiogata da pervasive infiltrazioni islamiche come Francia e Regno Unito, è tuttavia, e resterà, beatamente vigliacca.
V.
Hamas ha quasi vinto perché il suo miglior alleato è l’Occidente, che non sa più nominare il male, che da tempo ha rinunciato a nominare il bene. In questo vuoto, ogni nemico è interlocutore, ogni inganno opinione, ogni carnefice narratore; ogni parola, privata di senso, è riscritta.
A tutto, ammoniva l’antico, presiede Ananke, come stella del mattino.
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… e ogni vittima propaganda sionista, a cui è rigorosamente vietato credere.
Ricordo che, al tempo dei rapimenti in Italia, il governo aveva posto il divieto di pagare il riscatto, anche congelando i beni di famiglia.
Forse questo avrebbe dovuto fare Israele: far saltare i tunnel uccidendo i terroristi insieme agli ostaggi. Muoia Sansone con tutti i Filistei.
Non l’ha fatto, e in questo sta la differenza e la superiorità di Israele.
Che però si è risolta nella ipocrita condanna mediatica di Israele.
La libertà e il futuro dell’Occidente si difendono sotto le mura di Kyiv e di Gerusalemme.