Egitto
Gaza e la “Soluzione Egiziana”: un piano tra speranza e scetticismo
Nel paralizzante stallo del conflitto israelo-palestinese, dove ogni via diplomatica sembra esaurita, si fa strada una proposta tanto radicale quanto pragmatica. Un editoriale sul Washington Post, a firma dell'ex diplomatico Ezzedine C. Fishere, ha infranto un tabù, delineando un piano dettagliato per una "amministrazione fiduciaria transitoria"



Nel paralizzante stallo del conflitto israelo-palestinese, dove ogni via diplomatica sembra esaurita, si fa strada una proposta tanto radicale quanto pragmatica. Un editoriale sul Washington Post, a firma dell’ex diplomatico Ezzedine C. Fishere, ha infranto un tabù, delineando un piano dettagliato per una “amministrazione fiduciaria transitoria” di Gaza guidata dall’Egitto. Un progetto che, sulla carta, offre una via d’uscita, ma che solleva interrogativi tanto grandi quanto le sue ambizioni.
Il piano, descritto come una “necessità morale e strategica”, è dettagliato. Si fonda su due accordi paralleli: uno tra Egitto, Hamas e Autorità Palestinese, l’altro tra Egitto e Israele. Hamas dovrebbe consegnare il suo arsenale all’esercito egiziano, che assumerebbe il pieno controllo amministrativo e della sicurezza sulla Striscia. In cambio, verrebbero rilasciati tutti gli ostaggi, stabilito un cessate il fuoco permanente e il ritiro delle forze israeliane. Per Hamas sarebbe un’uscita di scena che salva la faccia, disarmando senza arrendersi al nemico. Per Israele, la neutralizzazione della minaccia militare di Hamas. Per i gazawi, l’opportunità di ricostruire istituzioni nazionali libere dalla violenza gettando le basi per una futura autodeterminazione.
Ma questa operazione ha un prezzo colossale. Il piano, si legge, non può essere sostenuto dal solo Egitto. Richiede una massiccia iniziativa di ricostruzione internazionale, con la costruzione di un nuovo porto e aeroporto. Ma soprattutto, Stati Uniti, Unione Europea e partner arabi dovrebbero andare ben oltre il finanziamento, impegnandosi attivamente per “alleviare lo schiacciante fardello del debito egiziano”. In sostanza, si tratta di un outsourcing del problema più intrattabile del pianeta, pagato con la cancellazione del debito del Cairo.
Qui finisce l’ingegneria diplomatica e inizia la brutale realtà: Gaza è da decenni un onere strategico che la comunità internazionale ha faticato a gestire, spesso – da settant’anni – lasciando che lo status quo fosse definito dal controllo della sicurezza israeliano, seguito da cicliche ondate di condanna politica.
La domanda di fondo, quindi, rimane: quale attore esterno ha la reale volontà di farsi carico di un territorio che, come suggerisce il piano stesso, richiede una profonda trasformazione per essere “libero da militanza e violenza”? L’articolo del Washington Post è netto nel liquidare le altre opzioni sul tavolo. L’Autorità Palestinese viene definita un’ipotesi impraticabile – “a nonstarter” -, poiché Israele la considera politicamente irrilevante e debole sul piano operativo. Lasciare Hamas al potere è ritenuto “ancora meno accettabile”. Infine, l’idea di un comitato tecnico indipendente che governi mentre Hamas mantiene il proprio arsenale è liquidata come una “finzione a cui nessuna parte seria crederà”
È proprio questa elegante simmetria a scontrarsi con le verità non dette del conflitto. Sulla carta, la proposta offre qualcosa a tutti: sicurezza per Israele, un’uscita “onorevole” per Hamas, e speranza per i palestinesi. Ma la sfida più grande resta trasformare la natura stessa di un territorio forgiato da decenni di ideologia radicale e divisioni interne. Il piano presuppone la possibilità di creare uno stato “libero da militanza e violenza”, ma elude la questione di come sradicare un’infrastruttura terroristica profondamente radicata.
Inoltre, la proposta bypassa la consueta paralisi della diplomazia araba, spesso bloccata da conflitti di potere e religiosi interni, affidando l’intero peso a un singolo attore. Ma l’Egitto stesso, come notano diversi osservatori, è scettico. Perché dovrebbe importare volontariamente l’instabilità di Gaza all’interno dei propri confini, anche in cambio di un significativo aiuto economico?
In conclusione, la “soluzione egiziana” potrebbe emergere – a parere di chi scrive – come la proposta più affidabile e realizzabile, presentandosi come un banco di prova per il pragmatismo di fronte all’ideologia.
Ma dopo quasi due anni di conflitto e di fronte ai numerosi piani proposti, l’interrogativo finale non è tanto quale verrà scelto, ma quale sarà la sua reale natura: segnerà l’inizio di un’autentica transizione verso la stabilità, o si rivelerà soltanto il modo più elaborato per delegare la gestione di una crisi altrimenti irrisolvibile?
Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Condividi







L’ultima che ha detto.