Israele
Netanyahu non vede l’uscita dal labirinto, ma la soluzione viene da dove non te l’aspetti
Forse c’è anche una stanchezza che logora più delle bombe. È la stanchezza di una nazione che da mesi manda i suoi figli di diciannove anni a morire in un dedalo di vicoli a Gaza, senza che nessuno sappia indicare quale sia la vera meta, quale



Forse c’è anche una stanchezza che logora più delle bombe. È la stanchezza di una nazione che da mesi manda i suoi figli di diciannove anni a morire in un dedalo di vicoli a Gaza, senza che nessuno sappia indicare quale sia la vera meta, quale sia l’uscita dal labirinto. “Il capo di stato maggiore continua a ripetere che non c’è ragione di rimanere lì”, scrive un’amica da Israele, e in quella frase c’è il dramma di un intero popolo. Un popolo che si sente sotto assedio, non solo dai missili che piovono da ogni dove, ma anche dal dito puntato del mondo intero, e che inizia a dire, semplicemente, “basta”.
Di fronte a questo logoramento, le domande strategiche restano sospese a mezz’aria, senza risposta. Qual è il piano del governo Netanyahu, al di là del corretto obiettivo di “estirpare Hamas”? Cosa si è guadagnato davvero dalla guerra lampo con l’Iran se non un “cessate il fuoco”? E dopo mesi di combattimenti a Gaza, Israele è davvero più sicura? Il vuoto di una strategia a lungo termine viene così colmato da un atto di disperata diplomazia personale.
La speranza non è più in un piano, ma nell’intervento di un attore esterno come il presidente Trump, la cui benevolenza va corteggiata con gesti plateali. Lo conferma la notizia, riportata dalla CNN e da altre testate, della lettera che Bibi ha consegnato ieri a Trump per candidarlo al Nobel per la Pace: non un omaggio, ma l’ultima moneta di scambio per ottenere quella parola ‘fine’ che la sua leadership è incapace di prevedere.
E sullo sfondo un Occidente ripiegato su se stesso, perso tra le sue piazze urlanti e i suoi salotti accademici schierati nella quasi totalità con lo slogan “dal fiume al mare”. L’uscita dal labirinto, forse, non si trova a Washington o a Bruxelles, ma sta prendendo forma proprio in quel mondo arabo che per decenni è stato considerato la radice del problema.
Il primo segnale è un cambio di paradigma geopolitico, riassunto nel vecchio adagio: “il nemico del mio nemico è mio amico”, pronunciato poco tempo fa dal principe Mohammed bin Salman. Il vero nemico che unisce non è più lo Stato ebraico. È l’Iran. La prospettiva di un’egemonia persiana, e forse nucleare, sta costringendo le monarchie sunnite a un ricalcolo radicale dei propri interessi. La sopravvivenza dei loro troni vale più della vecchia retorica panaraba. E la stabilità, si rendono conto, passa per una normalizzazione dei rapporti con l’unica altra potenza tecnologica e militare della regione in grado di fronteggiare Teheran: Israele.
Su questo terreno di realismo spietato, stanno germogliando semi che fino a ieri sarebbero stati considerati pura eresia. Non si tratta più solo degli Accordi di Abramo. Dal mondo arabo stesso, come riporta la stampa israeliana, si sta formulando una nuova Iniziativa di Pace Araba. E, ancora più sorprendente, dal basso, dal cuore della Cisgiordania, emergono proposte locali, come quella dello sceicco di Hebron, Wadee’ al-Jaabari, che, scavalcando l’Autorità Palestinese ormai decrepita e corrotta, propone al Wall Street Journal la creazione di un emirato locale pronto a fare la pace.
Queste non sono soluzioni definitive, ma sono crepe nel muro dell’immobilismo. Sono tentativi pragmatici di costruire qualcosa di nuovo sulle macerie di un’ideologia fallita, quella del rifiuto a oltranza. L’idea che la “questione palestinese” possa essere risolta non da un accordo globale imposto dall’esterno, ma da una serie di patti locali e regionali sostenuti da chi ha davvero interesse a pacificare l’area, è un concetto rivoluzionario.
Questa svolta non nasce da un ingenuo idealismo, ma da un realismo che mette sul tavolo una scelta tra due visioni del futuro, incompatibili e antitetiche. Da un lato, c’è un modello di cooperazione basato sul progresso concreto: la sicurezza idrica, l’agricoltura, l’innovazione e l’interdipendenza economica. È la via di chi vuole “costruire e assicurare un futuro condiviso”, allineandosi con partner strategici come Israele, visto sempre più come un pilastro necessario per la prosperità a lungo termine.
All’opposto, c’è la dottrina del caos, incarnata dall’Iran e dai suoi emissari del terrore come Hamas, Hezbollah e Houthi. Il loro unico progetto non è costruire un futuro, ma orchestrare un conflitto senza fine per annientare Israele e muovere guerra all’Occidente. È il regno dei predicatori di morte, un investimento garantito nell’instabilità che una parte del mondo occidentale, con una perversione quasi incomprensibile, sembra voler abbracciare.
I leader arabi, con lungimiranza, stanno semplicemente scegliendo tra un partner che è pilastro di prosperità e un movimento che è “l’antitesi della civiltà”.
E così, mentre in Italia e in Occidente ci si lacera su boicottaggi e liste di proscrizione, la storia si muove altrove. L’uscita dal labirinto potrebbe non essere la porta principale che tutti fissano da settant’anni, ma un passaggio secondario, aperto silenziosamente da chi ha capito che, per sopravvivere alla minaccia più grande, è necessario scegliere il proprio alleato, anche se ieri lo si chiamava nemico.
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Tutto giusto, ma non si tiene conto che questa guerra non potrà in nessun caso finire fino a quando tutti gli ostaggi, vivi e morti, non saranno stati liberati, e sappiamo con certezza che hamas non lo farà mai, perché è l’unica arma che le è rimasta per tenere per il collo Israele e ricattarlo senza fine. Anche quest’ultimo – disastrosissimo – accordo che si sta tentando di mandare in porto, prevede, per l’ennesima volta, una liberazione parziale: l’unica possibilità di far finire la guerra sta sempre nelle mani di hamas, e nessun accordo con altre entità, statuali o di altro genere, è in grado di cambiare questo dato di fatto.
Grazie sempre per i tuoi contributi Barbara.
Cari saluti
Alessandro