Stile, moda e costume
Niente è meno casuale dell’abbigliamento casual
Una foto dai colori ormai sbiaditi e virati ritrae mio nonno paterno che indossa una mise da fine settimana (weekend nel ventennio fascista non si poteva usare). Doveva essere un giorno di fine primavera inizio estate, lui si mostra in una camicia bianca, presumo di lino,



Una foto dai colori ormai sbiaditi e virati ritrae mio nonno paterno che indossa una mise da fine settimana (weekend nel ventennio fascista non si poteva usare).
Doveva essere un giorno di fine primavera inizio estate, lui si mostra in una camicia bianca, presumo di lino, sotto un cardigan giallo canarino, dei pantaloni bianchi, ritengo di gabardine di lana, e calza delle scarpe bianche immacolate e bucherellate.
Solo un esponente della classe borghese, a quei tempi, poteva esibire un abbigliamento adatto al tempo al difuori del lavoro, che invece ne richiedeva senza eccezioni uno formale.
Oggi tutto è cambiato ed esiste un abbigliamento apposito per le occasioni disimpegnate, il cosiddetto “casual” che si declina in vari stili: lo sportivo, il country, il jeans, l’eclettico, tutti però in qualche modo codificati e spesso espressione di marchi forti esibiti più o meno platealmente sui capi.
In genere ognuno decide di omologarsi in una certa tribù, scegliendo il tipo di casual da indossare, in funzione dello sport praticato, della disponibilità di denaro, dei luoghi frequentati, delle amicizie ed anche del livello culturale (absit iniuria verbis).
Molti però lo fanno per pura imitazione senza una vera necessità, proverò a descrivere questi tipi umani abbigliati in cotal guisa, (il correttore ortografico sottolinea in rosso i due termini desueti) scegliendo di proposito quelli che sono degli archetipi, sperando di fondere lo scopo didascalico con del sano umorismo, per smitizzare il termine outfit oggi tanto in voga.
Iniziamo dal casual di derivazione sportiva: in inverno tuta, anche in pile (traspirazione zero), marchi arcinoti ed esibiti, colori dal sobrio blu allo sgargiante viola, ai piedi sneaker multicolori mai in accordo con la tuta, a volte caschetto in lana a coste, anch’esso di un qualunque colore, diverso da tuta e scarpe.
In estate le sneaker sono le stesse, dalle quali emergono dei fantasmi ahimè spesso grigi, ma ci sono anche gli intrepidi con le infradito gialle o celesti, al posto della tuta dei pantaloncini corti di foggia (qui il correttore ortografico aveva sostituito la f con la maiuscola intendendo la città pugliese) a metà strada tra il calciatore e il pugile, il dorso coperto da una t-shirt o una canotta con marchio in dimensione generose.
Questo modo di vestire è abbastanza unisex, ed ha in comune il fatto di essere accompagnato spesso da tatuaggi che coprono quasi tutte le parti del corpo che fuoriescono dai capi.
Il country è tipicamente invernale perché richiede vari capi da sovrapporre per creare lo stile boscaiolo in una gelida alba canadese.
Qui è necessario citare qualche marchio per spiegare meglio: la camicia a quadri di cotone garzato (Polo Ralph Lauren o Timberland), un maglione a giro collo di shetland mélange in colori vivaci, giacca trapuntata Husky o meglio giaccone Barbour, ambedue nei toni del verde con collo in velluto a coste, molto usati anche giubbotti pseudo militari anche mimetici, ma c’è chi adotta il piumino fino a sottoscrivere un mutuo per un Moncler, pantaloni di velluto nei colori dal biscotto al ruggine o “chino” brushed di cotone elasticizzato, calze pesanti di lana a coste e dulcis in fundo scarponcini Timberland gialli che sembrano le scarpe di Pippo, l’amico di Topolino.

Due accessori sono immancabili, sciarpa scozzese e caschetto in lana, i più sofisticati sfoderano un berretto patchwork di vari tessuti Harrys tweed o Donegal e qualcuno azzarda dei guanti di lana norvegesi!
In estate il country man si eclissa tristemente e si limita a bermuda e Lacoste con Sebago da barca ai piedi o Superga e berretto da ammiraglio in tinta con la polo, con la visiera in avanti alla Trump, non orribilmente dietro come i rapper, anche il cappello morbido a caciottella è un’opzione, occhiali da sole Ray Ban specchiati a chiudere.
Nella sua versione invernale la country lady sostituisce la camicia maschile con una maglia a collo alto, a volte i pantaloni con una gonna sette ottavi spesso stampata a fiorellini (tessuto Liberty molto gradito), giacca di pelliccia sintetica in colori pastello o acidi, collant nero sotto calze di lana pesanti, stivali di cuoio o anfibi tipo militare.
Pashmina annodata sapientemente o scialle al posto della sciarpa e immancabile tracolla di cuoio grezzo o zainetto di marca.
In estate la si vede con uno chemisier in città, oppure super abbronzata in copricostume a coprire un bikini, prescindendo dalla taglia, copricapo a cono con larghe tese morbide e ondulate, se è al mare, o in corti calzoncini e prendisole con zainetto e alpenstock con applicate le targhette di cime viste solo da fondo valle, se in montagna.
Il jeans è il dominatore e il padre del casual, di cui ha superato i confini, divenendo un capo passe-partout (orribile visu, anche sotto giacche da smoking).
Sarebbe troppo lungo descrivere gli indossatori del capo in denim, credo che non esista guardaroba che ne sia sprovvisto, del resto basta uscire in strada per farsi un’idea precisa.
Da noi è arrivato a metà degli anni ‘50, dopo averlo visto indossare da Marlon Brando ne “Il Selvaggio” del ‘53 e da James Dean in Gioventù Bruciata del ‘55, che fecero nascere la moda e la fissa del jeans “autentico”.
Allora si indossava con il risvolto di 5/6 cm. che poi è andato riducendosi fino a scomparire, le marche americane note erano tre: Lee, Roy Rogers e soprattutto i rari e costosissimi Levi Strauss (col loro nome intero e non Levi’s come oggi) reperibili inizialmente da pochi privilegiati al mercatino americano di Livorno.
Non esistevano délavé, ognuno inventava metodi di lavaggio casalingo per ottenere lo scopo, con richieste petulanti a madri o domestiche, nelle rare case in cui erano presenti.
Nel ‘58 mia zia, sorella di mia madre che viveva in America, venne in Italia in vacanza e mi portò in regalo un paio dei mitici 501, quelli con i bottoni, che ancora non erano esportati, ma di cui tra ragazzi si favoleggiava; ricevetti offerte faraoniche dai miei compagni di classe, ma fui irremovibile nel rifiutare, tanto era il prestigio di cui godevo indossandoli.

Per descrivere lo stile che ho definito eclettico, nulla di più efficace di una coppia di vacanzieri tedeschi di mezza età, cotti dal sole, appena scesi da una Mercedes color verdino chartreuse con copri-volante di pelo d’agnello e copri-sedile lato guida a pallini di legno.
A parte i Birkenstock ai piedi, sempre con calzini dal bianco al grigio, tutto il resto è assolutamente “casuale” sia per foggia (stavolta il correttore ha capito e si è astenuto) che per colore, insomma come viene, viene, camicie a quadri pantaloni corti e stretti su cosce esuberanti, tracolla appoggiata sul ventre pingue, tutto assolutamente bisex, ma suvvia la vacanza è anche questo, liberi e comodi, però diciamolo: francamente imbarazzanti.
Per finire una citazione per una categoria a parte: le maglie della squadra del cuore dei tifosi di calcio e Formula 1 che riempiono a migliaia le tribune di stadi e circuiti, creando uno scenografico effetto cromatico, un modo attuale di passare un fine settimana apparendo in TV, certo il gentleman in tight, top hat e ombrello ad Ascot è più gradevole da vedere, o no?
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Come ti capisco… Qualche anno fa, non troppi, tornai in città natale e mi presentai ad una prima a teatro con un mantello nero misto lana-seta, borsalino nero, guanti bianchi e bastone, su smoking. Al bar sentivo voci sommesse. Mi si avvicinò finalmente un mio vecchio coetaneo e con sollievo:” oh Gi, uno così qui non l’avevamo mai visto”.
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