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No, il velo non è come la minigonna

Italia

No, il velo non è come la minigonna

In un'intervista per l'Espresso, Aya Mohamed cerca di far passare il velo per una scelta femminista paragonandolo addirittura alla minigonna. Nel gioco del ribaltamento della realtà, le così dette "femministe intersezionali" rivendicano come simbolo del femminismo quello che invece per le donne iraniane è simbolo di

Alessandra Libutti09/06/2024Aggiornato 09/06/20241 min lettura189 parole

In un’intervista per l’Espresso, Aya Mohamed cerca di far passare il velo per una scelta femminista paragonandolo addirittura alla minigonna.

Nel gioco del ribaltamento della realtà, le così dette “femministe intersezionali” rivendicano come simbolo del femminismo quello che invece per le donne iraniane è simbolo di oppressione. Una lotta per la quale molte di loro hanno perso la vita. Si tratta di una stortura sulla quale non si può tacere.

Alessandra Libutti e Anna Paola Concia parlano di questo ed altro, chiedendosi fino a che punto la tolleranza non sfoci nella complicità ad un abuso quando si consente alle famiglie far indossare il velo a bambine di 8 anni a scuola.

Perché, in nome della “tolleranza”, si smette di vedere che nei nostri Stati secolari, dove tutti i cittadini dovrebbero avere gli stessi diritti, si fanno delle eccezioni per le bambine musulmane?

Perché si accetta, in nome della “tolleranza”, che delle bambine siano coperte dalla testa ai piedi e non possano partecipare a molte attività dei loro coetanei?

Perché non salta all’occhio per quello che è: una discriminazione? E come può essere considerata una scelta libera?

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Un pensiero su “No, il velo non è come la minigonna

  1. Paolo Pozzani dice:

    Bel dialogo, e molto ci sarebbe da dire, ma ne uscirebbe un saggio… Noto accenti di ripensamento autocritico del pensiero progressista. Che si direbbe di Oriana Fallaci, oggi? Ma, a parte questa mia piccola provocazione, è importante la riscoperta dei “limiti”: non ogni valenza culturale è suscettibile di essere ceduta o accolta. Ciò che la cultura occidentale considera “universale” è appunto fra queste cose. Diversamente, noi si presenteremmo “vuoti” di fronte all’incontro con culture diverse, e questa non costruirebbe tolleranza bensì decadenza, e nemmeno garantirebbe la pace sociale (giusto l’accenno al rischio di guerra civile). Dunque deve essere definitivamente chiaro che come europei e occidentali siamo portatori di alcuni pensieri irrinunciabili, pur restando vero che l’identità è qualcosa che muta sempre nel tempo. Ma sta a noi tracciare le linee essenziali. Ne concludo che chi non condivide i nostri valori fondanti non può avere cittadinanza presso di noi, resta un estraneo.

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