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Perché la lista dei “russofobi” è una lista di proscrizione

Russia

Perché la lista dei “russofobi” è una lista di proscrizione

Il Ministero degli Esteri russo ha pubblicato una lista di “russofobi”, nomi e cognomi scelti con la cura ossessiva di chi ha bisogno di costruire un nemico. Una lista spacciata per elenco di odiatori, ma che è in realtà quella di persone e personalità da odiare.

Marco Setaccioli31/07/2025Aggiornato 31/07/20254 min lettura726 parole

Il Ministero degli Esteri russo ha pubblicato una lista di “russofobi”, nomi e cognomi scelti con la cura ossessiva di chi ha bisogno di costruire un nemico. Una lista spacciata per elenco di odiatori, ma che è in realtà quella di persone e personalità da odiare.

Una lista che ricorda quelle nere del Terzo Reich, le Feindeslisten, in cui il regime schedava giornalisti, scrittori, diplomatici, attivisti ebrei e oppositori, etichettandoli come nemici del popolo. Lo scopo, ora allora, non è solo colpire, ma soprattutto creare un clima, un orizzonte emotivo, una bolla dentro la quale il popolo possa sentirsi minacciato, isolato e dunque tenuto a partecipare alla reazione dello Stato.

Anche questo caso la mossa serve a legittimare le privazioni economiche, a giustificare la repressione interna, a stimolare il patriottismo in tempo di privazioni e morte. Si costruisce una sindrome d’accerchiamento meticolosa, alimentata da glorificazione del passato, dichiarazioni bellicose, una narrativa paranoide in cui l’unica verità concessa è quella della Russia circondata da un mondo ostile.

Perché l’obiettivo è ottenere il massimo coinvolgimento del popolo nella guerra, anestetizzandolo al punto di renderlo fiero di continuare a fornire alla macchina bellica carne da cannone e di sopportare privazioni economiche e di libertà personali per la salvezza della patria.

Quello che la propaganda russa spaccia come “difesa dei valori” è in realtà un’operazione di manipolazione collettiva, finalizzata a rinsaldare l’orgoglio patriottico in un paese che non può permettersi cedimenti, e ad accrescere il controllo sociale. Ieri Lavrov è stato chiaro: “La Russia è ormai sola a combattere contro l’intero Occidente.”

Una dichiarazione che voleva anticipare una possibile chiamata alle armi, ma che suona anche come un modo per rappresentare come eroica la criminale aggressione contro l’Ucraina, incoraggiando l’idea che quella russa sia in fondo una resistenza rispetto ad una guerra subita e non la conseguenza di una scommessa imperialista, che si avvia verso un drammatico fallimento. “Il mondo ci vuole morti”, è il detto e non detto. Mosca come Berlino nel 1945.

Che è poi la fase che precede l’annuncio di una mobilitazione totale o che giustifica una possibile sconfitta. Perché l’inattesa compattezza dell’Occidente e la sempre maggiore durezza dei toni degli Stati Uniti, insieme alle prospettive incerte di una guerra che si sta rivelando un pozzo senza fondo, all’economia che crolla, alla spirale senza fine di violenza e violazioni dei diritti umani dei quali prima o poi la dirigenza del paese dovrà rispondere, a prevalere è il panico, seppur mascherato dall’apparente freddezza di chi si prepara ad una guerra lunga.

Nulla sinora è andato come Putin aveva previsto e Donald Trump è un’ulteriore variabile che sfugge al controllo del Cremlino. Se il tycoon mantenesse le promesse, imponendo sanzioni, l’isolamento propagandato diventerebbe reale, non più solo simbolico. Sarebbe più complicato ottenere componentistica “dual use” dalla Cina o far funzionare le articolate triangolazioni attraverso le quali Mosca esporta petrolio e acquista materiali anche occidentali.

La tragedia è che a farne le spese sono oggi gli ucraini che conducono consapevolmente una eroica lotta per la propria sopravvivenza, perché a guidarli è la prospettiva di un futuro europeo, di libertà e democrazia. Domani potrebbe essere invece quello russo, che si sveglierà un giorno scoprendo che la fame non era un prezzo da pagare per la vittoria, ma la conseguenza di ossessioni e paranoie di pochi alle quali è stato sacrificato il destino di un’intera nazione.

La Russia si è costruita un nemico su misura. Ma il rischio è che alla fine quel nemico non sia l’Occidente, né l’Ucraina, né la NATO. Il nemico, quello vero, sarà la realtà. E quando arriverà, il primo nome della lista nera di chi il popolo russo dovrà imparare ad odiare potrebbe essere proprio quello di Vladimir Putin.


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