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Putin sostiene che l’Ucraina non esiste e nel frattempo i pacifisti fischiettano

Conflitto russo-ucraino

Putin sostiene che l’Ucraina non esiste e nel frattempo i pacifisti fischiettano

Vladimir Putin, in risposta ad alcune domande al Forum economico di San Pietroburgo in corso in questi giorni, ha affermato che la Russia “non cerca la capitolazione dell’Ucraina, ma solo il riconoscimento delle realtà emerse sul terreno. I russi e gli ucraini sono un unico popolo,

Alfonso Lanzieri22/06/2025Aggiornato 22/06/20256 min lettura1.149 parole
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Vladimir Putin, in risposta ad alcune domande al Forum economico di San Pietroburgo in corso in questi giorni, ha affermato che la Russia “non cerca la capitolazione dell’Ucraina, ma solo il riconoscimento delle realtà emerse sul terreno. I russi e gli ucraini sono un unico popolo, e in questo senso tutta l’Ucraina è nostra”.

Lo zar di Mosca non esprime questo concetto per la prima volta, lo ha ripetuto spesso dal momento dell’invasione dell’Ucraina. A inizio marzo 2022, ad esempio, aveva detto che “Russi e ucraini sono un unico popolo, stiamo combattendo contro i neonazisti”, per giustificare l’aggressione di Kyiv. Quando ho ascoltato queste parole, però, mi sono tornati in mente due testi.

Il primo è la dichiarazione dei vescovi greco-cattolici ucraini riuniti in Sinodo permanente negli Stati Uniti, diffusa lo scorso marzo 2024. In quelle righe si sottolinea come “nella mente di Putin, non esistono cose come l’Ucraina, la storia e la lingua ucraine, e la vita della chiesa ucraina indipendente.

Tutte le questioni ucraine sono costruzioni ideologiche, adatte ad essere sradicate. L’Ucraina non è una realtà ma una mera ideologia”. In aggiunta, per ampliare il quadro, si dice che “la guerra della Russia contro l’Ucraina pone la millenaria tradizione cristiana della comprensione della pace e della guerra di fronte a un nuovo insieme di sfide e problemi.

A livello internazionale vediamo il sostegno al nostro Stato, ma allo stesso tempo ci imbattiamo nella mancanza di comprensione di tutta la profondità e della gravità degli eventi, con speranze di una facile risoluzione del conflitto. A volte sentiamo appelli troppo affrettati alla «pace», che purtroppo non sempre vengono collegati alla legittima richiesta di giustizia”. In effetti, davanti all’insistenza di Putin nel dichiarare, de facto, la non esistenza dell’Ucraina come realtà autonoma, le voci pacifiste tendono a fischiettare, tornando a parlare di negoziati e disarmo non si sa bene su quali basi.

In un altro testo, ma gemello di quello appena evocato, un Messaggio del 14 febbraio 2024, prodotto ancora dal Sinodo dei Vescovi della Chiesa greco-cattolica ucraina, i prelati ricordano che il crollo dell’Urss ha offerto la possibilità di libertà e una vita dignitosa ai popoli che avevano creato le repubbliche socialiste all’interno dell’Unione Sovietica.

“Tra questi popoli – scrivono i vescovi  ?  vi erano gli ucraini, che ottennero l’indipendenza e lo stato nazionale che sognavano da secoli. Ricordiamo che, proprio la nostra Chiesa, che è stata criminalmente proibita dai governanti comunisti dopo la Seconda guerra mondiale, è stata perseguitata e costretta a operare clandestinamente durante tutto il periodo sovietico, è stata uno dei più importanti motori del cambiamento in Ucraina”.

La nuova tirannia russa del XXI secolo – prosegue il documento  ?  è simile ai totalitarismi del XX secolo soprattutto per essere un nemico spietato della libertà e della dignità umana. Come i regimi totalitari del recente passato, essa si avvale di mezzi tecnici più recenti e ambisce di sottomettere non solo i corpi, ma anche le anime delle persone”. Insomma: l’Ucraina è dell’Ucraina, non è della Russia.

È abbastanza incredibile, secondo me, che questi documenti abbiano trovato un’eco debolissima nel nostro Paese. In particolare, ma la cosa mi sorprende meno, non hanno avuto ascolto in una parte degli intellettuali italiani di sinistra e destra, che, ancora oggi, vogliono convincere gli ucraini che il loro vero nemico non è Putin, ma l’Unione Europea che continua a fomentare la guerra anziché volere la pace. E qui vengo al secondo testo promesso all’inizio.

Per un Putin che, in sostanza, dice “l’Ucraina senza Russia non esiste”, da noi c’è un Giorgio Agamben, celebrato filosofo in patria e all’estero, che in una sua rubrica sul sito della casa editrice Quodlibet, il 13 giugno scorso scrive questo: “La guerra in Ucraina si sta avvicinando alla sua conclusione che, comunque si configuri, non potrà che coincidere con lo sfacelo dell’ex Repubblica socialista sovietica dell’Ucraina (prima delle quale uno stato ucraino non era mai esistito ed è bene ricordare che la Crimea che Zelens’kyj non fa che rivendicare fu unita alla Repubblica sovietica ucraina soltanto nel 1954 da Chruš?ëv e, secondo il censimento di quell’anno, era popolata dal 72% di russi)”.

Le parole contenute nelle parentesi suonano proprio come un’eco, certamente inconsapevole e involontaria, dobbiamo e vogliamo crederlo, dell’orizzonte delineato da Putin. Non si tratta di criticare una singola figura, peraltro non priva di oggettivi meriti culturali (al di là di ciò che si pensa del suo lavoro filosofico). Piuttosto, tale esempio è un utile richiamo per comprendere il nocciolo del problema che interessa una parte dell’élite culturale italiana, che spesso oggi sventola la bandiera pacifista (ovviamente a senso unico): una ignoranza profonda e colpevole della storia dell’Europa centro-orientale, conosciuta per lo più attraverso schemi anti-occidentali e anti-americano. In forza di tale ignoranza, da noi si continuano a ripetere formule che, quando non uguali a quella utilizzata da Putin, ne riprendono appieno lo spirito. In molti non comprendono le ragioni di Kyiv perché si rifiutiamo di riconoscerne la storia a prescindere dal periodo sovietico.

Nella tradizione spirituale degli ordini religiosi cristiani, si parla di tre livelli di obbedienza: eseguire ciò che vuole il superiore (ma senza adesione interiore); fare ciò che vuole il superiore cercando anche di volerlo; arrivare a pensare come pensa il superiore. In quest’ultimo caso, che rappresenta ovviamente il livello più eminente, si “obbedisce liberamente” e senza accorgersene, perché adesso si è tutt’uno con la mente e col cuore del proprio superiore.

Si pensa secondo le sue stesse categorie. Tale discorso, teorizzato in modo organico nel contesto della spiritualità barocca del XIV secolo, ha una sua “logica” in una comunità umana in cui si crede che i superiori siano guidati dallo Spirito Santo. Vista la consonanza di certe formule, c’è da chiedersi se la passione per la teologia politica, così tanto frequentata da parte della filosofia italiana, non abbia finito per trapiantare quella disciplina spirituale nelle riflessioni geopolitiche.

Il problema più grosso, infatti, sorge quando assumiamo senza neppure più accorgercene le logiche della forza e della potenza, separate dal diritto e dalla giustizia. Quando questi schemi circolano nel nostro dibattito, si siedono in cattedra, arrivano sugli scaffali delle librerie che tutti frequentiamo, sono molto difficili da scalfire. Nei casi più gravi, si obbedisce a Putin senza saperlo.


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