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Quell’estetica del lutto che rischia di banalizzare la sofferenza autentica

Il dibattito delle idee

Quell’estetica del lutto che rischia di banalizzare la sofferenza autentica

“Da quando è iniziata la guerra a Gaza non riesco più a divertirmi come prima, ad avere un eccesso di entusiasmo». Lo ha detto l’attrice Benedetta Porcaroli a Repubblica, in un’intervista durante la Biennale di Venezia. Non mi permetto di dubitare che sia davvero così. Chi

Alfonso Lanzieri31/08/2025Aggiornato 30/08/20254 min lettura823 parole
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“Da quando è iniziata la guerra a Gaza non riesco più a divertirmi come prima, ad avere un eccesso di entusiasmo». Lo ha detto l’attrice Benedetta Porcaroli a Repubblica, in un’intervista durante la Biennale di Venezia.

Non mi permetto di dubitare che sia davvero così. Chi di noi, del resto, può dirsi indifferente davanti alle vittime di Gaza – inclusi gli ostaggi ancora nelle mani di Hamas? Chi non sente dolore per gli ucraini costretti a passare la notte nelle metropolitane per sfuggire ai missili russi? Chi non si commuove vedendo i bambini in fuga da fame e guerra provenienti da ogni angolo del mondo?

C’è però un avvertimento necessario, dal momento che la frase riportata condensa, in qualche modo, lo spirito di un certo attivismo degli ultimi tempi, che mi sembra problematico.

Il confine tra sincera partecipazione al dolore altrui ed esibizione etica è spesso labile. Se parlando di una tragedia in primo piano ci sono sempre io, la mia commozione, il mio tormento, allora forse qualcosa non torna.

L’impressione è che questo gigantesco selfie collettivo dei nostri vip, con sullo sfondo le macerie di Gaza, serva più a loro che alle vittime. E il fatto che gli ostaggi israeliani e le atrocità di Hamas non vengano mai nominati non fa che rafforzare l’impressione.

Anche nel compatire ci vuole misura, altrimenti si scivola nel patetico. La nobiltà dell’empatia, quando non è accompagnata da un sano senso della realtà, può trasformare la sofferenza altrui in un fardello simbolico da indossare per mostrarsi sensibili, senza che a ciò corrisponda alcun impegno concreto. Il meccanismo è semplice: più cala l’azione reale, più cresce la responsabilità immaginaria.

Meno facciamo qualcosa di specifico, più sentiamo il bisogno di proclamare il nostro dolore universale. È una compensazione psicologica: non avendo il coraggio o la possibilità di sporcarci le mani, eleviamo la nostra malinconia personale a gesto etico.

Il risultato è paradossale: si moltiplicano i discorsi sul “non riesco più a ridere”, “mi sento colpito da ogni tragedia”, ma si svuotano gli spazi dell’impegno vero. È un teatrino in cui la coscienza si placa nell’estetica del dolore, non nell’azione. E c’è di più. Sentirsi responsabili di tutto il dolore del mondo non è segno di profondità morale.

Quando non si tratta di una posa, può sconfinare nel disagio psicologico. In alcune forme di depressione compaiono sensi di colpa sproporzionati: il soggetto si convince che la sofferenza universale dipenda da lui o che debba farsene carico.

È una responsabilità immaginaria che, se portata all’estremo, assume i tratti di un delirio di onnipotenza rovesciato: non “posso tutto”, ma “tutto ricade su di me”. Un’iper-responsabilità per eventi fuori controllo.

La differenza tra sensibilità sana e patologia sta nella sproporzione e nelle conseguenze: l’empatia autentica riconosce i limiti e spinge ad azioni concrete, mentre la colpa totalizzante paralizza, toglie energia e si trasforma in depressione. Non essere responsabili di tutto significa restare liberi di essere responsabili di qualcosa.

Non intendo collegare quanto detto a nessuna persona in particolare. Il punto è che questa idea della responsabilità collettiva, questa colpevolizzazione delle gioie private mentre nel mondo si combattono guerre, non ha nulla di virtuoso, anche se a prima vista può sembrare il contrario.

Se siete in discoteca con qualcuno che, a un certo punto, smette di ballare dicendo: «Sai, oggi nel mondo saranno morti decine di bambini», e si siede con lo sguardo torvo sui divanetti, il vostro primo pensiero non sarà “che bello! quanto è sensibile!”, ci scommetto.

La vera responsabilità è modesta e precisa. Non riguarda il “tutto”, ma il “qualcosa”. Non la pretesa di incarnare la coscienza morale del pianeta. Il resto è estetica del lutto: una posa che, lungi dall’essere innocua, rischia di banalizzare la sofferenza autentica.

Perché mentre noi ci pavoneggiamo con la maschera del dolore universale, c’è chi non ha il privilegio di scegliere se ridere o piangere, chi non può sospendere la vita per dimostrare sensibilità: la vita gli è stata già sospesa dalla guerra.

L’illusione di portare tutto il male del mondo non solo è sterile, ma anche autocompiaciuta. Rivendicare invece il diritto a non farlo è l’unico modo per restare liberi di fare davvero qualcosa, dentro i limiti delle nostre possibilità.

La differenza tra l’illusione e la responsabilità sta tutta qui: nel passaggio dal dolore proclamato al dolore affrontato.


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3 pensieri su “Quell’estetica del lutto che rischia di banalizzare la sofferenza autentica

  1. blogdibarbara dice:

    Mi sembra che questa gente sia anche convinta che il fatto di soffrire sia di per sé un titolo di merito, quindi se mostrano di soffrire tanto per i poveri bambini palestinesi aumenta il loro valore aggiunto. Quando invece l’unica cosa che aumenta è il loro egocentrismo che, come lei ha giustamente notato, prorompe da ogni frase: IO non riesco più a ridere, IO non riesco più a dormire, IO soffro tanto. Poi sì, laggiù in fondo da qualche parte ci sono anche le persone per le quali soffro.

  2. Enrico Marani dice:

    “Non si può parlare dell’etico. L’etico è trascendente.”
    Ludwig Wittgenstein

    Wittgenstein non ha mai voluto scrivere di etica e la sua generazione ha attraversato ben due guerre mondiali, nella prima ha combattuto e toccato l’orrore delle trincee e della prigionia e nell’altra si è impegnato per alleviare le pene causate dai bombardamenti tedeschi sull’Inghilterra.

    Ne parla una volta, in un celebre e folgorante discorso, poi trascritto.

    Non un caso, anche alla luce di quel che scrivi.

  3. Pingback: Mi fa male il mondo | Sostiene Menelao

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