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Referendum sulla cittadinanza: L’integrazione efficace richiede un impegno concreto e reciproco

Cittadini manifestano per il referendum sulla cittadinanza in Italia, con cartelli e bandiere tricolori a sostegno della riforma

Politica italiana

Referendum sulla cittadinanza: L’integrazione efficace richiede un impegno concreto e reciproco

Il prossimo referendum sulla cittadinanza si profila come una rappresentazione di paradossi e contraddizioni. L'apparente intento di accelerare il processo di acquisizione della cittadinanza italiana attraverso la riduzione dei tempi di residenza si rivela, in realtà, con la cancellazione della norma del 1992, un sinistro tuffo

Cittadini manifestano per il referendum sulla cittadinanza in Italia, con cartelli e bandiere tricolori a sostegno della riforma
Alessandro Tedesco17/04/2025Aggiornato 15/05/20256 min lettura1.190 parole

Il prossimo referendum sulla cittadinanza si profila come una rappresentazione di paradossi e contraddizioni. L’apparente intento di accelerare il processo di acquisizione della cittadinanza italiana attraverso la riduzione dei tempi di residenza si rivela, in realtà, con la cancellazione della norma del 1992, un sinistro tuffo nel passato, rievocando le arcaiche norme del codice civile del 1865, dove il patriarcato, acerrimo nemico delle attuali chiassose moraliste maggioranze politiche e popolari, dominava incontrastato.

Difatti il quinto referendum abrogativo non chiede altro che dimezzare da 10 a 5 anni i tempi di residenza legale in Italia utili per la richiesta di concessione della cittadinanza italiana, e nel caso in cui avesse esito positivo, ripristinerà un requisito introdotto nel 1865 e rimasto invariato fino al 1992, quando con l’articolo 9 della legge 91 del 1992 è stato innalzato il termine di soggiorno legale ininterrotto in Italia, utile per la presentazione della domanda di concessione della cittadinanza da parte dei maggiorenni.

Il referendum sulla cittadinanza, se approvato, innescherebbe un paradosso beffardo: cancellare una norma che accorcia i tempi per la cittadinanza per riaprire un dibattito che inevitabilmente riesumerà le scorie di una legislazione patriarcale ottocentesca. La Legge del 1912, erede diretta del Codice Civile del 1865, sanciva la preminenza della linea paterna nella trasmissione della cittadinanza e una discriminazione di genere abissale, con la donna mero veicolo passivo dello status. Benché un ritorno letterale a tali aberrazioni sia improbabile, la riapertura del vaso di Pandora legislativo scatenerà inevitabilmente strumentalizzazioni politiche e pulsioni ideologiche più che polarizzate. Il rischio concreto è che le contrapposizioni sterili paralizzino una riforma invece necessaria.

E appunto il paradosso emerge con prepotenza: mentre con il referendum abrogativo sulla cittadinanza si dovrebbe discutere della riduzione dei tempi di residenza, si ignora la vera e urgente necessità di garantire un’integrazione effettiva degli stranieri. Un’integrazione efficace, lungi dall’essere una mera concessione burocratica, richiede un impegno concreto e reciproco. Per consentire all’immigrato di partecipare attivamente alla vita sociale, economica e civica, non è sufficiente un permesso di soggiorno, ma è indispensabile dotarlo degli strumenti necessari per navigare la complessità del contesto in cui si inserisce. Ciò implica, in primo luogo, l’acquisizione di adeguate competenze linguistiche, non solo per le interazioni quotidiane, ma anche per comprendere le sfumature del dibattito pubblico, accedere all’informazione e far valere i propri diritti.

Ma l’integrazione non si esaurisce nell’apprendimento della lingua. Presuppone altresì l’adesione consapevole ai valori fondanti della nostra cultura democratica: il rispetto dei principi costituzionali, l’uguaglianza di fronte alla legge, la libertà di espressione, la tolleranza religiosa, la parità di genere, la famiglia e ancora. Questi valori, frutto di un lungo e travagliato percorso storico, non sono negoziabili e rappresentano il collante di una società aperta e pluralista.

In questo senso, l’Italia dovrebbe guardare con maggiore attenzione all’esperienza di altri paesi europei, come la Germania, dove il “Einbürgerungstest” (test di naturalizzazione) costituisce un filtro selettivo, ma al tempo stesso un’opportunità per il candidato alla cittadinanza di approfondire la conoscenza della storia, della politica e della società tedesca. Il test non si limita a verificare la mera conoscenza nozionistica, ma mira a valutare la reale comprensione dei principi democratici e dei diritti umani, la consapevolezza dei doveri civici e la capacità di orientarsi nel sistema istituzionale.

Un modello di rigore e serietà, che contrasta nettamente con la superficialità e la lassista leggerezza che spesso caratterizzano il dibattito italiano sulla integrazione e i meccanismi che regolano il sistema dell’ in generale. Un approccio approssimativo che rischia di alimentare la ghettizzazione, il frazionamento sociale e la creazione di comunità parallele, minando la coesione e la stabilità del tessuto sociale.

In un’epoca che, per certi versi, ricorda la decadenza di un basso impero, dove le istituzioni mostrano segni di affaticamento e il dibattito pubblico è offuscato da una retorica populista, il referendum sulla cittadinanza rischia di assumere i contorni di una farsa popolare.

Di fatto, si preannuncia la replica di approcci negativi già ampiamente sperimentati che, in termini psicoanalitici, potrebbe essere ricondotta a dinamiche appartenenti “all’inconscio distruttivo”, per usare una terminologia freudiana. In questo contesto, le enfatiche dichiarazioni a difesa dei diritti fondamentali del singolo si scontrano inevitabilmente con l’inerzia di una legislazione stratificata e farraginosa, la cui efficacia è messa a rischio da molteplici criticità sistemiche che ne pregiudicano le funzionalità a tutti i livelli.

Il riferimento è, inequivocabilmente, al sistema di accoglienza, una struttura che si rivela per quello che è: un dispositivo istituzionalizzato di gestione inefficiente e opaco. Le deficienze strutturali e operative sono tali da far dubitare della reale volontà politica, sia a destra che a sinistra, di intraprendere una seria riforma.

L’incapacità di superare logiche emergenziali e di pianificare soluzioni a lungo termine non è solo un sintomo di inefficienza, ma anche il riflesso di interessi particolari che prosperano nel mantenimento dello status quo. Questo sistema, lungi dall’essere un modello di integrazione e solidarietà, si configura sempre più come un business a tutti gli effetti, alimentato da fondi pubblici e gestito in un clima di scarsa trasparenza, dove le esigenze dei migranti passano spesso in secondo piano rispetto alle dinamiche di potere e profitto.

Ci troviamo, pertanto, di fronte a un nodo gordiano la cui complessità sembra resistere a qualsiasi tentativo di risoluzione, una situazione in cui l’approccio pragmatico, orientato all’individuazione di soluzioni concrete ed efficaci, si trova a cozzare contro una radicata tendenza all’approssimazione, una modalità operativa che finisce per configurarsi come la cifra distintiva dell’agire in ambito italiano.

Il sistema accoglienza resterà così a concedersi ulteriormente alle istanze del populismo più elementare, di ideologie e moralismi inconciliabili con la realtà e assecondare una demagogia che propone una riduzione indiscriminata dei tempi di residenza, quasi che la cittadinanza fosse un mero strumento amministrativo,

Indipendentemente dalle scarse aspettative di affluenza che circondano la consultazione referendaria, l’atteso dibattito che ne dovrebbe scaturire rappresenterebbe un’occasione preziosa per imprimere una svolta radicale alla gestione dell’accoglienza. Questa svolta dovrebbe orientarsi verso sistemi che aderiscano ai principi di trasparenza, efficacia ed economicità dell’azione pubblica.

In relazione specifica al referendum, l’adozione di criteri di selezione rigorosi per l’acquisizione della cittadinanza si configura non più come una semplice opzione, bensì come una necessità impellente. Un approccio che si rende indispensabile per superare una logica meramente quantitativa, privilegiando invece la qualità dell’integrazione, e per correggere le distorsioni e le iniquità di un sistema che, nei fatti, si risolve in una gestione numerica dei flussi, spesso inefficiente e dispendiosa.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di innescare idee e soluzioni virtuose al fine di evitare ulteriori tensioni sociali e garantire una reale integrazione, elementi imprescindibili per la coesione del Paese e superare l’attuale caos.


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3 pensieri su “Referendum sulla cittadinanza: L’integrazione efficace richiede un impegno concreto e reciproco

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  3. AUGUSTO ARGENTO dice:

    Assolutamente d’accordo. La cittadinanza deve richiedere un’adesione senza incertezze alla nostra carta costituzionale. Arriverei a prevedere la revoca, nel caso che nei primi cinque anni, la persona compia atti contrari ai nostri principi costituzionali (es. comportamenti aggressivi contro la laicita’ dello stato)

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