Israele
Riflessioni sull’angoscia. Pensando ai familiari delle vittime e degli ostaggi israeliani di Hamas
Fra le emozioni costitutive della condizione umana, l'angoscia è tra le più predisposte a vertiginose metamorfosi. In verità, di solito ansia e angoscia vengono usate come sinonimi, anche se la seconda ha indubbiamente un'espressività molto più alta. L'angoscia e l'ansia, dunque, non si distinguono fra loro


Fra le emozioni costitutive della condizione umana, l’angoscia è tra le più predisposte a vertiginose metamorfosi. In verità, di solito ansia e angoscia vengono usate come sinonimi, anche se la seconda ha indubbiamente un’espressività molto più alta. L’angoscia e l’ansia, dunque, non si distinguono fra loro se non per la diversa intensità semantica.
Entrambe designano una sottile inquietudine o, meglio, un profondo tormento interiore, legato a un’idea di sventura imminente e a un senso di estraneità alienante. Sono esperienze emotive improvvise e laceranti, che possono manifestarsi attraverso un malessere fisico e psichico in grado di annientare, in talune circostanze, la volontà dell’individuo. La paura, al contrario, denota uno stato d’animo che nasce da una situazione di rischio reale, in contesti ambientali in cui le cause del pericolo sono chiaramente determinate e percepite. Se attraversiamo la strada, guardiamo a destra e sinistra perché temiamo di essere investiti. La paura è pertanto un ottimo meccanismo di difesa: come insegnano le vecchie guide alpine, la paura -suggerendo prudenza e circospezione- spesso ci salva dalle valanghe.
Al tema dell’angoscia hanno dedicato pagine cruciali Sigmund Freud e Martin Heiddeger. In Freud è la madre di ogni sintomo nevrotico, che si attiva in virtù di un conflitto più o meno cosciente tra l’Io e la società (“Inibizione, sintomo e angoscia”, 1925). Dal canto suo, in “Essere e tempo” (1927) Heiddeger sostiene che l’angoscia è anche confronto perenne con l’incombenza della morte, la cui presenza ciascuno di noi tende a rimuovere costantemente. Essa però riemerge inesorabile, tagliente e irrevocabile, proprio quando siamo immersi nel tumulto e nell’abisso dell’angoscia. Quando essa si agita in noi, il mondo si trasforma facendosi ostile e ambiguo, divenendo talora irragiungibile, enigmatico e inconoscibile.
Poco più di ottant’anni prima, Soren Kierkegaard aveva sviluppato riflessioni non meno memorabili. In suo celebre testo, “Il concetto dell’angoscia” (1844), il pensatore danese scrive: “E nessun grande inquisitore tien pronte torture così terribili come l’angoscia; nessuna spia sa attaccare con tanta astuzia la persona sospetta, proprio nel momento in cui è più debole, né sa preparare così bene i lacci per accalappiarla come sa l’angoscia; nessun giudice, per sottile che sia, sa esaminare così a fondo l’angoscia che non se lo lascia mai sfuggire, né nel divertimento, né nel chiasso, né sotto il lavoro, né di giorno, né di notte” (“Opere”, Sansoni, 1972).
Ma, come spesso accade, è stato un poeta, Charles Baudelaire, colui che è riuscito a descrivere, con più efficacia di un trattato di psichiatria e filosofia, la realtà psicologica e umana dell’angoscia. “Spleen” è una locuzione inglese che designava la milza; successivamente assunse il significato di “malinconia” o “tedio esistenziale”, sulla base delle antiche teorie mediche che situavano proprio nella bile secreta dalla milza l’origine della sindrome depressiva. Non fortuitamente Baudelaire ha intitolato proprio “Spleen” uno dei gioielli della raccolta lirica “Les Fleurs du mal” (1857), in cui simbolismo e crudo realismo si mescolano in versi stilisticamene sublimi, che esprimono con straordinaria modernità l’angoscia paralizzante e il panico per l’inevitabile tragicità della nostra esistenza.
Quando il cielo basso e oppressivo pesa come un coperchio sull’anima che geme in preda a lunghi affanni, e versa, abbracciando l’intero giro dell’orizzonte, una luce nera più triste di quella delle notti; quando la terra si è trasformata in un’umida prigione, dove la Speranza, come un pipistrello, va sbattendo contro i muri la sua ala timida e picchiando la testa sui soffitti marciti; quando la pioggia distendendo le sue immense strisce, imita le sbarre di una grande prigione, e un popolo muto d’infami ragni tende le sue reti in fondo ai nostri cervelli, a un tratto delle campane sbattono con furia e lanciano verso il cielo un urlo orrendo, simili a spiriti erranti e senza patria, che si mettono a gemere ostinatamente.
E lunghi funerali, senza tamburi né musica, sfilano lentamente nella mia anima; vinta, la Speranza piange; e l’atroce Angoscia, dispotica, pianta sul mio cranio chinato il suo vessillo nero.
(Traduzione di Giovanni Raboni)
La prima immagine è una similitudine schiacciante: il cielo pesa “come un coperchio”, e ci restituisce immediatamente l’idea della trappola. Viene subito a comporsi una sensazione paralizzante e la visione inizia a farsi cupa, quasi orrorifica. Baudelaire sviluppa il proprio sentire attraverso delle vivide metafore: la speranza è un pipistrello, la terra è una prigione. Sembra non esserci via di scampo: persino le immagini più luminose, come la speranza per l’appunto, vengono capovolte e appaiono terribili. Il pipistrello sbatte le sue ali – emblema di libertà – contro dei soffitti marci.
Si crea durante la lettura uno stato d’animo di attesa: ci aspetta una liberazione, una via di fuga. Il poeta accresce questa sensazione utilizzando ripetute anafore (quando/quando). Tutta la poesia è infatti articolata su un ritmo, sembra seguire una sonorità silente che ne guida l’andamento: da piano pianissimo sino a fortissimo, poi di nuovo pianissimo. Il suono è un fattore costitutivo della poesia. Baudelaire aggiunge alla sfera sensoriale della vista quella dell’udito, facendo udire il suono fragoroso delle campane che rimbomba nei timpani con il fragore di un’esplosione. Paragona il suono delle campane a delle grida umane laceranti che non promettono nulla di piacevole. A quel fragore fa infatti seguito un silenzio da funerale – senza tamburi, né bande – che ci dimostra che persino il silenzio, l’assenza di rumore, ha un peso.
Questa struttura alimenta la sensazione di suspense che guida il lettore verso la conclusione, che – come già presentiamo – prevede un epilogo tragico.
L’ultima strofa ci fornisce la conclusione tanto attesa: il gran finale. La congiunzione “E” preceduta da un trattino che lega la strofa finale alle precedenti ce la presenta come una diretta conseguenza delle altre, un nesso aggiuntivo. Nell’immagine finale infatti assistiamo a una grande impetuosa battaglia: l’Angoscia e la Speranza vengono personificate nelle immagini di due cavalieri oscuri che si battono fino allo stremo. La Speranza infine viene vinta, e sconfitta piange. Mentre l’Angoscia trionfa e il poeta ce ne consegna un’immagine terribile mentre pianta nel suo cranio il segno del suo trionfo, una bandiera nera. Il colore nero ritorna come una costante: spegne persino la luce del giorno come manifesta l’espressione “la luce nera del giorno” che appare come un ossimoro.
Nel finale l’Angoscia appare sinistra e soddisfatta della sua vittoria, è come una grande dama vestita di nero: lo stesso colore cupo del cielo che sembra ammantare l’intera lirica oscurandola come una coltre di fumo asfissiante. Pare che tutta la battaglia si sia consumata nella testa del poeta: anche il lettore sente il dramma dello “spleen”, il tedio, la malinconia da cui è impossibile liberarsi ed è come una giornata di pioggia che oscura il cielo e, per un attimo, sembra aver rapito il sole per sempre.
(Analisi di Alice Figini)
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