Il dibattito delle idee
Rileggendo “Il tradimento dei chierici” di Julien Benda
È trascorso quasi un secolo dalla pubblicazione del pamphlet di Julien Benda "Il tradimento dei chierici" (1927). Il filosofo francese allora denunciava l’asservimento dell’intellettuale agli interessi dei ceti dominanti -e dei loro rappresentanti politici- per preservarne l’immagine di custode dei valori di verità e giustizia. Benda



È trascorso quasi un secolo dalla pubblicazione del pamphlet di Julien Benda “Il tradimento dei chierici” (1927). Il filosofo francese allora denunciava l’asservimento dell’intellettuale agli interessi dei ceti dominanti -e dei loro rappresentanti politici- per preservarne l’immagine di custode dei valori di verità e giustizia.
Benda polemizza aspramente contro le passioni nazionalistiche del suo tempo, e ne attribuisce la primogenitura agli intellettuali tedeschi a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Solo in alcune circostanze speciali, qui il riferimento all’affaire Dreyfus è esplicito, all’intellettuale è permesso di entrare nell’arena politica senza tradire la propria funzione. In generale, però, per lui il modo corretto di agire per il “chierico” nel mondo moderno era quello di protestare verbalmente e di bere la cicuta quando lo stato lo ordina.
Questa tesi viene avversata da Paul Nizan, un giovane romanziere comunista che nel 1931 pubblica un testo che lo renderà famoso, “Aden Arabie”, cui segue l’anno successivo “Les chiens de garde”, la sua risposta a Benda. Quella di Nizan è in qualche modo la prima coerente formulazione di una teoria dell’impegno degli intellettuali. Per il ventisettenne scrittore di Tours, rifarsi agli eterni valori di verità e giustizia senza parlare di colonialismo,guerra, industrializzazione, disoccupazione, cioè di tutti i problemi che assillano la maggioranza degli abitanti del pianeta, era solo un tentativo di oscurare le miserie della realtà contemporanea. Occorreva schierarsi: con gli oppressi o contro. Rovesciando il discorso di Benda, per lui i “cani da guardia” erano gli intellettuali che si rifiutavano di sporcarsi le mani e di prendere posizione contro i privilegi e le malefatte della borghesia.
Attorno alla metà degli anni Trenta, il tema dell’impegno degli intellettuali è al centro di una serie di appuntamenti di rilievo internazionale. Nel settembre 1934 si svolge il primo congresso degli scrittori sovietici, cui partecipano -tra gli altri- i francesi André Malraux e Louis Aragon insieme allo stesso Nizan, lo spagnolo Rafael Alberti, l’americano Mike Gould, anche se le relazioni principali vengono tenute da due dei massimi dirigenti del Pcus: Nikolaj Bucharin e Andrej Zdanov, uno sulla via di un drammatico tramonto e l’altro in inarrestabile ascesa.
E ’però il congresso che si apre a Parigi il 21 giugno 1935, dedicato alla “difesa della cultura” di fronte all’avanzata del nazifascismo in Europa, a divenire il simbolo stesso di quel “engagement” che diventerà il mantra di Jean Paul Sartre. Mancano i simpatizzanti del trockismo e personalità di orientamento conservatore,come François Mauriac o Henry de Montherlant. L’insieme dei presenti, tuttavia, costituiva un’assemblea di grande prestigio. È André Gide, convertitosi da poco al comunismo e destinato ad abbandonarlo clamorosamente qualche anno dopo, a inaugurare le assise.
Benda, che negli anni successivi indosserà i panni di intransigente avvocato della fase più tragica dello stalinismo, sostiene che il comunismo è inconciliabile con la civiltà occidentale. Nizan lo contesta duramente. Solo Robert Musil chiede di potersi “sottrarre alle pretese” della politica, invitando i colleghi a imparare la “nobile arte femminile del non concedersi”. Il drammaturgo austriaco, autore di una delle pietre miliari della letteratura, “L’uomo senza qualità”, invita inoltre alla libertà, intendendo con essa un’idea psicologica, l’audacia, l’irrequietezza dello spirito, il piacere della ricerca, la schiettezza e il senso di responsabilità, perché “nessuna cultura può fondarsi su un rapporto obliquo con la verità”
La questione della verità viene ripresa con coraggio leonino (in quel contesto) da Gaetano Salvemini, allora professore a Harvard. È lui a sollevare il “caso Serge, suscitando un forte imbarazzo nella platea. Al termine del suo intervento, tra lo scandalo e la riprovazione di chi lo ascoltava, l’illustre antifascista italiano afferma: “Non mi sentirei in diritto di protestare contro la Gestapo e l’Ovra fascista se mi sforzassi di dimenticare che esiste una polizia politica sovietica. In Germania vi sono campi di concentramento, in Italia vi sono isole adibite a luoghi di pena, e nella Russia sovietica vi è la Siberia […]. È in Russia che Victor Serge [seguace di Lev Trockij, accusato di attività antisovietiche] è prigioniero […]. Si può capire la necessità dell’attuale stato totalitario russo a condizione che ci si auguri la sua evoluzione verso forme più libere, ma bisogna dirlo e non si può celebrarlo come l’ideale della libertà umana”.
Allora il mito dell’Urss era la foglia di fico di una fede rivoluzionaria che occultava sistematicamente la realtà, ovvero quella di una magniloquente utopia di emancipazione del lavoro che si stava tramutando nel suo più asfissiante e burocratico apparato coercitivo. L’intellettualità che aveva fatto proprio il vocabolario del marxismo-leninismo ebbe un nuovo periodo di gloria tra la fine del Secondo conflitto mondiale e il crollo dell’impero sovietico, cioè durante le imponenti mobilitazioni per il disarmo nucleare e contro l’invasione del Vietnam. Dopo, la fiducia nell’ineluttabile alba del “sol dell’avvenire” ha ceduto il passo alla vibrante denuncia di un capitalismo disumano e di una globalizzazione sregolata.
Una denuncia che spesso è slittata in una critica senza appello del liberalismo e del regime parlamentare. Ad essa si può reagire, parafrasando il titolo di un celebre libro di Albert O. Hirschmann (“Lealtà, defezione, protesta, 1982), denunciandone la fallacia o disinteressandone. C’è però anche una terza possibilità: il silenzio. A ben guardare, il silenzio -per codardia o per convenienza- è la massima espressione di lealtà verso chi li considera ormai destinati a un irreversibile declino, teorizzato apertamente dal totalitarismo di Putin, perseguito per vie traverse dal “bonapartismo” di Trump.
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