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Se la storia e l’economia non bastano a svelare le imposture del marxismo

Statua di Karl Marx in un parco, simbolo del pensiero comunista e oggetto di critica al marxismo moderno

Il dibattito delle idee

Se la storia e l’economia non bastano a svelare le imposture del marxismo

E’ in voga tra gli ambienti culturali e politici di sinistra (non solo estrema) una narrazione che lascia intatto il valore dell’ideologia comunista, consegnandola alla storia come l’imperituro baluardo del bene supremo e della umana giustizia. Se non si può negare la carica umanitaria del comunismo,

Statua di Karl Marx in un parco, simbolo del pensiero comunista e oggetto di critica al marxismo moderno
Vincenzo Russo17/03/2025Aggiornato 21/05/202515 min lettura3.113 parole

E’ in voga tra gli ambienti culturali e politici di sinistra (non solo estrema) una narrazione che lascia intatto il valore dell’ideologia comunista, consegnandola alla storia come l’imperituro baluardo del bene supremo e della umana giustizia. Se non si può negare la carica umanitaria del comunismo, è altrettanto pacifico che tale ideologia politica non è mai stata lo scrigno esclusivo dei valori dell’umanità. Il sogno di una società migliore, più giusta, ricorre sin dall’antichità, ed è stato modellato entro diverse forme filosofiche, religiose e politiche.

Le “metafisiche” del bene sono tante (Gustavo Micheletti lo spiega bene, tra l’altro, in questo breve saggio Il sogno di una società più giusta non è solo comunista. Una risposta al prof. Barbero), ma non è questo il tema che si vuole qui approfondire.

Piuttosto, quando si parla, spesso in modo enfatico, dell’intramontabile ideale comunista non si riesce bene a capire se debba ancora essere perseguito battendo lo storico sentiero della via marxista: l’uguaglianza instaurata con la rivoluzione violenta contro una nuova borghesia (quale?) e il tecno-capitalismo, forse per mano di un’alleanza tra variegati gruppuscoli complottisti, tutti animati da un risentimento planetario, la cui essenza può ben essere sintetizzata dalla “figura cosmico-storica dello sfigato” (Sloterdijk, Ira e tempo). Sì, perché pare proprio che l’elaborata e originale dottrina marxiana abbia, da tempo, ceduto il posto a una insulsa teoria della cospirazione che si nutre dei nuovi (infidi) Miti illiberali del XXI secolo.

Ad onor del vero, al netto dei tentativi di revisionismo messi in atto dalle ali estreme di destra e sinistra che fanno da contorno alla “mitologia rossobruna” (il concetto è chiarito e inquadrato nella sua prospettiva storico-filosofica in questo illuminante articolo di Alfonso Lanzieri: I nemici della società aperta. Breve critica della ragione rossobruna), la quale si alimenta dell’odio profondo per la democrazia e ha la missione di salvare il mondo dalla decadenza liberale, c’è una certa comunanza di giudizi nel condannare i nefasti e disumani esiti delle tre grandi ideologie del ‘900: nazismo, fascismo e comunismo.

Ciò che speso non si considera dell’ideologia comunista è la sua impalcatura filosofica rappresentata dalla teoria di Marx. Ed è a questa mancanza che cercheremo di rimediare con queste righe, perché la storia (ahinoi), con il cumulo di sofferenze dei popoli che hanno provato sulla loro pelle i nefasti effetti del marxismo, ancora oggi non basta per “smascherare” un’ideologia così infida. Gli aguzzini del pensiero hanno sempre avuto vita facile nel rimodellarla sulla base dei desiderata del momento, propagandando sempre il fine ultimo dell’uguaglianza e della giustizia. Purtroppo così non è mai stato, e il marxismo fu buono e umano solo nelle intenzioni dei suoi proseliti in buona fede.

Le basi ideologiche del nazismo e del fascismo

Il nazismo e il fascismo (seppur con significative differenze di genesi e di esiti) trassero la loro linfa vitale dal mito nazionalista e razzista, frutto dell’apologetica incarnazione della visione del vescovo di Weimer, Herder, che esclude l’idea che l’uomo possa esistere fuori dal recinto culturale (linguistico, in particolare) e sociale come delineatosi in un particolare momento storico.

Non è un caso che Gentile, Rocco e Mussolini, Carl Schmitt e Alfred Rosenberg (sulle orme di Burke, de Maistre e Maurras), consideravano l’idea dei diritti naturali (assoluti) dell’uomo come il grande paradosso e il vero limite del pensiero moderno. Germania e Italia non erano certo paesi predestinati a generare i loro infausti regimi, ma la comune scarsa confidenza (a differenza della Francia) con la tradizione dei Lumi, oltre che l’intreccio di concause storiche (compreso il gelido vento della rivoluzione bolscevica), fecero sì che costituissero il ventre molle del liberalismo europeo dell’epoca.

L’avvento del comunismo

Il comunismo, dal canto suo, esordì sulla scena della storia nell’esperimento russo quale declinazione pratica del marxismo (anche se poi seppe farsi strada lungo la solida tradizione del dispotismo russo), una teoria dal carattere storico che aveva il mero obiettivo di preconizzare gli esiti economici e politici delle rivoluzioni. In quanto tale, la traduzione pratica del pensiero di Marx si era rilevata problematica e contraddittoria sin dall’inizio. Il Partito Comunista Russo non disponeva del foglietto delle istruzioni di questa nuova “tecnologia sociale”, che lo stesso Marx non si era impegnato a definire in quanto la considerava utopistica. Se ne rese ben presto conto Lenin, il quale non aveva alcuna idea di come affrontare le prime elementari questioni di economia applicata. Egli dichiarava:

Non c’era scritto niente a tale proposito di queste faccende nei manuali bolscevichi o in quelli dei menscevichi.

L’antirazionalismo e lo storicismo di Marx

Dopo una serie di tentativi e di misure fallimentari che caratterizzarono il “periodo del comunismo di guerra”, Lenin fu costretto ad adottare la Nuova Politica Economica (NEP), alla quale seguiranno i piani quinquennali di Stalin. Tali misure, che (nel caso della NEP) segnarono un, seppur limitato e temporaneo, ritorno all’impresa privata, ovviamente non c’entravano nulla con le teorie del “socialismo scientifico” elaborate da Marx e Engels. Ciò era dovuto al fatto che le ricerche economiche di Marx non si interessavano alla pianificazione delle attività economiche. La sua indagine era al completo servizio della profezia storica. Egli ne era pienamente consapevole al punto da asserire con forza il contrasto tra il suo metodo storicistico e la possibilità di pianificare in modo razionale ed efficiente ogni attività economica.

Marx considerava utopistici gli approcci razionali, perché la società doveva evolvere secondo la legge della storia e non sulla base dei piani razionali dell’uomo. Egli, convinto che lo sviluppo prossimo avrebbe ridotto l’influenza dello Stato, si riferiva al “socialismo” come un’esperienza del tutto diversa da quella che determinerà l’interventismo collettivistico in Russia. Non aveva la minima idea che si sarebbe, invece, delineato uno Stato sempre più forte e pervasivo. Questa fu una delle clamorose confutazioni della “scienza marxista”. Essa predisse che il capitalismo avrebbe generato una miseria crescente, dalla quale sarebbe scaturita una rivoluzione socialista, che ciò sarebbe accaduto prima nei paesi più sviluppati e che dall’evoluzione tecnica dei mezzi di produzione sarebbero scaturite nuove dinamiche politiche, sociali e nuove ideologie.

Solo che i nessi di causa ed effetto si invertirono e la scansione dei convulsi eventi dell’epoca registrò una sequenza inversa. A produrre la nuova ideologia dell’industrializzazione (“Il socialismo è la dittatura del proletariato più elettrificazione”), e a favorire lo sviluppo dei mezzi di produzione ci pensarono subito Lenin e Stalin. In tal modo, prima fra tutte, la rivoluzione socialista prese corpo in un paese tecnicamente e industrialmente arretrato. Il fallimento della predizione si basò sulla sua stessa natura: poiché Marx pensava che in ambito sociale la previsione degli eventi si basasse sulla profezia storica, “il socialismo scientifico doveva fondarsi su uno studio delle cause storiche e degli effetti storici e, in ultima analisi, sulla profezia del proprio avvento” (Popper, La società aperta e i suoi nemici).

L’irresistibile eco di una profezia spacciata per scienza

Il tentativo di Marx di liberare il socialismo da ammennicoli sentimentali e visionari, seppur consegnandolo ad una controversa dimensione storico-scientifica, non riuscì. Molte autorevoli voci del novecento si espressero in sintonia con l’affermazione dello storico Carl L. Becker: “Nel manifesto comunista, Marx e Engels avevano fatto risuonare il grido di battaglia di una nuova religione sociale”. La fede comunista divenne nel tempo una nuova metafisica, una grandiosa teoria che offriva l’opportunità di dare senso a ogni cosa riuscendo persino a non soffocare l’iniziativa umana. Il progetto politico marxista era di gran lunga il più seducente. Sartre, ancora nel 1960, nonostante le disgrazie occorse al comunismo stalinista per le rivelazioni e i fatti del 1956, scrisse: “Ritengo che il marxismo sia l’insuperabile filosofia del nostro tempo” (Critica della ragione dialettica). Anche Aron, da sempre anticomunista, arrivò a dichiarare che il marxismo era la religione secolare dell’epoca.

Questo, però, è anche il periodo nel quale vennero meno i riferimenti moscoviti (il PCI, ad esempio, si distanzia dall’eredità di Stalin), e della forte perdita di credibilità del marxismo ufficiale, incarnato nella storia e nelle dottrine dei partiti leninisti. Stava maturando l’idea, nel mondo intellettuale e accademico, dell’opportunità di salvare dalla deriva morale quei pezzi del lascito marxista che potevano essere disgiunti dalla lugubre versione sovietica.

Mai vero marxismo

Negli anni sessanta prese corpo, in molti Stati europei, la prima eresia marxista: quella dei partiti che incarnavano lo spirito trotskista della “rivoluzione permanente”. Negli stessi anni furono rispolverati gli scritti della Luxemburg, di Lukàcs e di Gramsci. Il vecchio Marx di Lenin e Stalin venne impagliato. Seppur non ritenuto il diretto responsabile della cattiva lettura della sua teoria, la “nuova sinistra” cercò la purezza in una nuova sorgente alla quale abbeverarsi: la trovò negli scritti giovanili di Marx, dai quali emergeva una forte carica di storicismo hegeliano e l’idillio della libertà suprema. Si palesava già la professione del mantra “Ma non era vero marxismo!”.

Non poteva esserlo quello delle collettivizzazioni forzate e della repressione violenta dei dissidenti nei paesi sovietici, in Russia e in Cina. I Gulag sovietici, i Laogai cinesi, le libertà conculcate, l’appiattimento verso il basso di salari, competenze e aspirazioni, l’annichilimento delle identità e di ogni incentivo personale, l’impoverimento generale, dovevano essere semplici controindicazioni dovute a sgradevoli fraintendimenti, di demiurghi poco accorti, nell’applicazione della terapia marxista. Il marxismo, anche a costo di contraddire la storia, poteva essere foriero solo di bene.

Né utopia, né scienza

L’utilizzo degli “stratagemmi convenzionalisti”, il cambiare le carte in tavola sia nel senso dell’adattamento continuo dei parametri di valutazione per conservare la validità delle ipotesi di base della teoria (a fronte di riscontri empirici contrari), sia attraverso la ricerca e la formulazione di nuove idee che potessero reggere meglio all’impatto con la realtà, ha fatto dire a Popper che:

Il marxismo, oggi, non è più scienza; e non lo è poiché ha infranto la regola metodologica per la quale noi dobbiamo accettare la falsificazione, ed ha immunizzato se stesso contro le più clamorose confutazioni delle sue predizioni. Da allora esso può venir descritto solo come non-scienza, come un sogno metafisico, se volete, congiunto con una realtà crudele (La società aperta e i suoi nemici).

Secondo Popper, il fatto che Marx si fosse rivelato un “falso profeta” non fu la sua colpa peggiore. La sua maggiore responsabilità è consistita nell’aver indotto un gran numero di intellettuali a “credere che la profezia storica sia il modo scientifico di approcciare i problemi sociali”, con ciò causando ingenti danni alla causa della società aperta.

Nobili ideali e cattive radici

Con buona pace dei comunisti che fecero atto di fede nella regola marxista, è bene precisare che le cose non furono, sin dall’inizio, come apparivano. E non fu affatto semplice anticipare le tragiche smentite della storia e svelare la vera natura del marxismo. Infatti, se è difficile negare la fascinazione dell’utopia marxista che vuol restituire agli uomini la dignità attraverso l’umanizzazione dell’economia, e che ambisce all’uguaglianza riuscendo ad ammiccare all’idea di una libertà incondizionata, ancor più problematico è stato il disvelamento della sua reale struttura concettuale, pericolosamente dissimulata sotto un velo di moralità e umanesimo. Il marxismo non lascia, tutt’oggi, facilmente intravedere i presupposti filosofici e antropologici della sua costruzione economica e sociale.

A tale proposito non si può non fare riferimento a Ludwig von Mises (esponente di spicco della scuola austriaca di economia) e, in particolare, all’analisi proposta nel suo saggio “Smascherare il marxismo”, pubblicato nel 1952. Egli rileva come l’intera costruzione concettuale del materialismo storico, su cui poggia il marxismo, non avrebbe potuto ergersi senza l’equivalente idea antropologica per cui l’uomo sarebbe un mero soggetto passivo, una “pietra rotolante”, in balia degli accadimenti storici che avrebbero condotto la classe dei lavoratori alla liberazione attraverso il rito salvifico della rivoluzione comunista.

E’ questo il necessario presupposto della coerenza interna della teoria marxista: senza il racconto di un uomo asservito, sia pure per necessità, alla storia, non sarebbe possibile pensare agli avvenimenti sociali ed economici come l’esclusivo risultato della lotta di classe (senza che, peraltro, Marx abbia mai dato una definizione di “classe”). E’ da questi tratti che emerge quello che, probabilmente, può essere considerato il più insidioso raggiro intellettuale del marxismo: la contraddizione di una filosofia che ambisce alla libertà dell’uomo, ma che considera l’uomo un semplice servomeccanismo della storia del tutto privo di libertà.

La natura totalitaria e violenta del comunismo

E’ nel materialismo storico, nell’allucinazione epistemica di voler assolutizzare gli effetti economici sui fatti storici (tanto da giungere alla sovrapposizione dei fatti economici con i fatti storici), che si annida il germe del totalitarismo. Sullo sfondo si staglia ancora la filosofia hegeliana con l’idea dell’inesorabile sviluppo dialettico e il presupposto dell’identità tra il reale e il razionale. Popper osserva che siamo davanti allo stesso arsenale concettuale del nazismo e del fascismo che, con il comunismo, condividono la stessa radice totalitarista. All’idea di popolo eletto (in senso teistico), che col razzismo fascista e nazista diventa la razza eletta di Gobineau (strumento del destino che le affida il dominio del mondo), la filosofia storicista di Marx sostituisce la classe eletta dei proletari. L’unica in una società senza più classi, destinata a dominare la terra. Ciò perché nella filosofia marxista della storia, la legge che regola gli sviluppi non è naturale o biologica (come nel caso della razza), ma è fondata su presupposti economici. Tutti gli avvenimenti vanno, infatti, interpretati come effetti di una lotta tra classi per la conquista della supremazia economica.

Non ci si può, quindi, stupire se, all’indomani della presa del potere, il proletariato russo instaurò, per il tramite di una rivoluzione violenta, la propria dittatura e attuò l’espropriazione forzata dei mezzi di produzione. Così il Manifesto del partito comunista: “Il potere politico , nel senso proprio della parola, è il potere organizzato di una classe per l’oppressione di un’altra”. Sulla stessa scia si muoveva Lenin: “Per Marx lo Stato è l’organo del dominio di classe, un organo di oppressione di una classe da parte di un’altra; è la creazione di un “ordine” che legalizza e consolida questa espressione”.  E, sempre lo stesso: “… la democrazia è semplicemente una tappa sulla strada che va dal feudalesimo al capitalismo e dal capitalismo al comunismo”. Si capisce che ovunque il marxismo si sia materializzato sotto forma di potere l’esito sia sempre stato il totalitarismo violento e sanguinario. La violenza è proprio un elemento costitutivo del comunismo. Il Programma dell’Internazionale Comunista del 1928 riprende, pedissequamente, la parte finale del Manifesto:

I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Essi dichiarano apertamente che i loro scopi non possono essere raggiunti che con l’abbattimento violento di ogni ordinamento sociale esistente.

Appare, poi, quasi paradossale che, a fronte della teoria “essenzialista” dello Stato di Marx, per cui egli, in linea con il suo approccio metafisico che considera le idee e le regole come il semplice esito della realtà economica, non indica le riforme istituzionali da attuare per il raggiungimento dei propri fini perché considera l’”attività politica impotente” (in quanto non può mai incidere in modo rilevante sull’economia), il marxismo sia risultato, probabilmente, il movimento di pensiero che più di tutti ha incoraggiato e prodotto l’azione politica in giro per il mondo, causando la nascita di apparati statali spropositati e totalizzanti. L’idillio di una società più giusta, a ogni costo, ha ancora una volta sopravanzato ogni pretesa teorica di scientificità.

Il compromesso dello Stato sociale

Nella misura in cui il marxismo può essere considerato un metodo politico (oltre che una dottrina), esso si è rivelato fallimentare e disastroso. Se si guarda al programma per la rivoluzione comunista stilato dallo stesso Marx, gli obiettivi previsti in molti dei suoi dieci punti sono stati attuati nelle democrazie moderne (ad esclusione, ovviamente, dell’”espropriazione della proprietà fondiaria”) e costituiscono un pezzo importante delle loro fondamenta costituzionali (si pensi alla portata rivoluzionaria del principio di uguaglianza sostanziale, introdotto nell’art. 3 della nostra Costituzione). In altri termini, il sistema di valori comunista e socialista, privato dei suoi estremi ideologici, è riuscito a dare il meglio di sé, contribuendo alla creazione di una società migliore, all’interno di un altro metodo: quello liberaldemocratico (un metodo che si regge sul principio di libertà, che prima di uno Stato libero vuole uomini liberi). Basti pensare che in molte socialdemocrazie europee si palesa un “socio”, lo Stato, che preleva più del 50 per cento della ricchezza prodotta (PIL) per poi decidere come reimpiegarla, agendo così come livellatore di disparità e regolatore dell’economia; solo che, a causa della mancanza di visione, di fenomeni di moral hazard, di inefficienze e sprechi, spesso gli esiti non sono quelli attesi. Probabilmente, lo stesso Marx non sarebbe arrivato a tanto. E se per Dahrendorf l’avvento del welfare state ha rappresentato un importante risultato in termini di compromesso tra capitale e lavoro, e per Marshall la piena realizzazione dello statuto del cittadino, per i neomarxisti no: si è solo trattato di una soluzione di comodo a favore dei capitalisti.

Retaggi perniciosi

Non rimane che un’amara constatazione: tra i cocci dell’eredità di Marx (in lascito soprattutto a quei comunisti che, nonostante tutto, continuano a coltivare la loro irrazionale lealtà all’esperimento socialista russo) a dominare la scena sono quelli del marxismo quale lente disvelatrice dei sordidi segreti che si nascondono dietro i rapporti sociali, essenzialmente frutto dell’umana bramosia di denaro e potere. Quello che di brutto e terribile accade al mondo è il risultato dell’azione di potenti forze occulte che perseguono i loro indicibili interessi. Sullo sfondo sempre l’idea storicista (che soggiace al conflitto di classe) che ogni cosa sia riconducibile all’eterno scontro tra le forze del bene e quelle del male, una lotta infinita tra sfruttati e sfruttatori. Ancora uno dei peggiori e rozzi travisamenti della filosofia marxiana della storia. Marx, come Popper, non crede alle cospirazioni da parte del “grande capitale” o dei “guerrafondai imperialisti”, anche se poi, a differenza del secondo, abbandona i suoi impotenti attori sul palcoscenico della storia.


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