Regno Unito
Starmer e immigrazione: regolamentare i flussi è di sinistra?
Il discorso di lunedì del Primo ministro britannico Keir Starmer ha sollevato un polverone tra le fila del suo stesso partito. Presentando le nuove regole sull’immigrazione, Starmer ha parlato del rischio che il Regno Unito diventi una “isola di sconosciuti”. Ha promesso di “riprendere il controllo



Il discorso di lunedì del Primo ministro britannico Keir Starmer ha sollevato un polverone tra le fila del suo stesso partito. Presentando le nuove regole sull’immigrazione, Starmer ha parlato del rischio che il Regno Unito diventi una “isola di sconosciuti”. Ha promesso di “riprendere il controllo delle frontiere”. Parole che sono suonate dure, e che hanno fatto storcere il naso a numerosi parlamentari laburisti. Questi sono già in allarme per quella che vedono come una deriva a destra, nel tentativo di arginare l’ascesa di Reform Uk.
La riforma sull’immigrazione
La riforma sull’immigrazione mira a ridurre di circa 100 mila unità l’ingresso annuale di stranieri. Le nuove regole stringono sui lavoratori qualificati. Questi lavoratori dovranno avere titoli universitari e stipendi più alti. Si bloccano l’accesso a nuovi richiedenti per i visti nel settore dell’assistenza sociale. Le aziende che dipendono dalla manodopera estera dovranno ora dimostrare di avere un piano. Devono assumere lavoratori britannici. Le scorciatoie salariali per i settori in carenza spariscono. Intanto, un nuovo gruppo di esperti guiderà le decisioni con dati aggiornati sul mercato del lavoro.
Una stretta arriva anche per studenti, i pregiudicati e i richiedenti asilo. Il periodo di permanenza post-laurea per gli studenti stranieri scende a 18 mesi e le università saranno sottoposte a controlli più severi. Sul fronte sicurezza, i migranti dovranno avere un’identità digitale, e scatteranno rimpatri più rapidi per chi commette reati. Chi richiede asilo senza motivazioni solide subirà controlli più rigorosi, con più risorse dedicate al contrasto del lavoro nero.
Più inglese, più integrazione, più selezione
La riforma si basa su tre pilastri: più inglese, più integrazione, più selezione. Pertanto, aumentano i requisiti linguistici per visti e cittadinanza. Il percorso per accedervi passa da cinque a dieci anni, anche se sarà possibile accelerare l’iter per chi contribuisce in modo significativo al Paese.
Si tratta della stretta più dura sull’immigrazione nella storia recente del Regno Unito. Segna un’inversione di rotta rispetto alla “open door policy” adottata dai conservatori negli anni passati. Durante il triennio di Boris Johnson, il governo agitava la bandiera delle deportazioni in Ruanda. I numeri reali raccontavano un’altra storia: quasi due milioni di ingressi nel Paese. Complice un sistema di visti post-Brexit che aveva spalancato le porte ai lavoratori stranieri, ora l’approccio cambia radicalmente. Si vedono meno flussi e più barriere, ma anche maggiore integrazione.
I problemi
Alla luce di questa riforma, il problema più urgente che il Labour dovrà risolvere, sarà la crisi del sistema sanitario (Nhs). La sanità britannica è piegata da una carenza cronica di medici, infermieri, paramedici e assistenti domiciliari. Questi ruoli sono sottopagati e oggi sono coperti per circa il 25% da personale straniero. La Brexit prima e la pandemia poi hanno aggravato la situazione. Hanno spinto migliaia di operatori europei a lasciare il Paese e provocato una fuga interna senza precedenti. Con reparti allo stremo, turni infiniti e liste d’attesa interminabili, chiudere le porte all’immigrazione rischia di peggiorare la crisi invece di risolverla.
Il piano
Il piano del governo punta sul lungo termine. Esso prevede il raddoppio dei posti di formazione per infermieri e medici entro il 2031, stipendi e condizioni di lavoro migliori. Intende incentivare gli straordinari e usare anche la capacità del settore privato per alleggerire la pressione. Secondo il governo, a breve termine, l’immigrazione continuerà. Però, ci saranno criteri più chiari e percorsi di integrazione più efficaci, in attesa che gli investimenti diano i loro frutti.
E ora passiamo alla questione spinosa: la politica anti-immigrazione è di sinistra?
Per decenni, la sinistra britannica ha evitato il discorso anti-immigrazione, lasciando quel terreno alla destra. Il Labour, in particolare, ha spesso sostenuto una visione più aperta, ispirata a valori di solidarietà e internazionalismo, ma sotto la superficie, è sempre esistita una tensione interna. Una parte del movimento operaio e delle comunità della working class ha guardato con sospetto ai flussi migratori, temendo un impatto sui salari, sulle condizioni di lavoro e sui servizi pubblici: preoccupazioni sono radicate in un’analisi di classe che vede nella competizione tra lavoratori una leva per indebolire i diritti.
La tendenza scettica verso l’immigrazione è stata prevalente nel Labour fino all’elezione di Tony Blair quando si è assistiti ad un’inversione.

Poi, tra il 1997 e il 2020 (ovvero da Tony Blair a Jeremy Corbyn) ha prevalso la tendenza internazionalista e dell’accoglienza, con circa 2 milioni di persone affluite nel Regno Unito durante i i governi di Blair e Brown tra il ’97 e il 2010.
Ma era solo una tendenza laburista? No. Negli anni successivi, i Tories non solo proseguirono la politica di apertura dei confini, ma dopo la Brexit spalancarono le porte ad un’immigrazione prevalentemente da Asia, Africa e Medio Oriente (a differenza degli anni blairiani quando gli ingressi erano soprattutto europei).
Tutto è cambiato nel 2020 con l’elezione a segretario del partito di Keir Starmer, il quale (seppure cautamente all’inizio), si è mosso per riportare il Labour su posizioni storiche in materia di immigrazione.
La svolta di Starmer
La svolta restrittiva del Labour di Starmer, pur non dichiaratamente ideologica, risponde a una pressione politica concreta. Mira ad arginare la crescita della destra populista e ha l’obiettivo di riconquistare l’elettorato popolare, che tende a sentirsi minacciato – economicamente e culturalmente – dall’immigrazione.
Ma resta il nodo irrisolto: una politica anti-immigrazione è davvero nell’interesse della classe lavoratrice? I dati suggeriscono effetti misti. I salari bassi sono leggermente penalizzati. Le vere cause della precarietà devono essere ricercate altrove – nei modelli economici e nei rapporti di forza nel mercato del lavoro. Starmer, nel suo equilibrio precario, cammina su una linea sottile tra realismo elettorale e tradizione solidarista, tra carenze strutturali mirate a favorire l’integrazione e il bisogno di manodopera.
Il ridimensionamento
In generale, l’operazione di Starmer va letta nell’ottica di un ridimensionamento di flussi migratori, con lo scopo di agevolare l’integrazione dei nuovi arrivati. Non si tratta tanto di chiudere le porte, ma di ridefinire i criteri d’ingresso: meno immigrazione, ma più selettiva. Il focus si sposta su profili altamente qualificati: persone capaci di contribuire immediatamente all’economia ed integrarsi nella società. Immigrati che non gravino sul welfare o creino enclavi culturalmente emarginate.
Questa visione punta a trasformare l’immigrazione in una forza di crescita, piuttosto che un fattore di pressione su servizi pubblici già in difficoltà. È un approccio pragmatico, che cerca di bilanciare le esigenze del mercato del lavoro con quelle della coesione sociale.
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Sacrosanto il controllo delle frontiere.
Altrettanto importante sarebbe il controllo dell’espansione degli immigrati all’interno dei confini.
Assolutamente d’accordo. Le decisioni devono essere il risultato di studi e pragmatismo e non ideologiche. Soprattutto va considerato il problema della ideologia musulmana che non permette la loro integrazione.