Occidente
Dossier Trump: The Manchurian candidate. Parte Terza
Parte Terza Red Mafiya Parte Prima, Parte Seconda In questa terza puntata del Dossier Trump inizieremo ad occuparci delle connessioni russe del tycoon a partire da quelle più remote, risalenti alla metà degli anni '70, instaurate con soggetti appartenenti o collegati alla mafia russa in espansione


Parte Terza
Red Mafiya
In questa terza puntata del Dossier Trump inizieremo ad occuparci delle connessioni russe del tycoon a partire da quelle più remote, risalenti alla metà degli anni ’70, instaurate con soggetti appartenenti o collegati alla mafia russa in espansione negli Stati Uniti grazie al supporto attivo del KGB: connessioni che identificano tre precisi momenti della carriera imprenditoriale di Donald Trump: la fase di lancio (anni ’70), quella di espansione (anni ’80) e quella di crisi (anni ’90).

5. Anno Domini 1976
Anche in questo caso tocca partire dal lontano (1), più precisamente dal 1976 quando un giovane Trump acquista per lo Hyatt Hotel che stava ristrutturando, una partita di televisori in un negozio di elettronica di Manhattan, gestito da due immigrati dall’URSS: Semyon “Sam” Kislin, ucraino e Tamir Sapir (Temur Sepiashvili), georgiano, entrambi di ascendenza ebraica.
Erano i tempi in cui un emendamento alle leggi economiche federali stava favorendo l’immigrazione negli USA degli ebrei sovietici, molti dei quali si andavano stabilendo a Brighton Beach, in una zona di Manhattan ben presto soprannominata “Little Odessa”.
In tale contesto il KGB aveva colto l’occasione per inserire, nella massa di emigranti onesti, una cospicua minoranza di criminali liberati dalle galere sovietiche, ovvero di soggetti a libro-paga come informatori, incaricati di monitorare le attività in USA degli immigrati stessi.
Semyon Kislin era uno di questi ed il suo negozio newyorkese, il Joy Lud, un punto d’accesso, per i funzionari dell’ambasciata russa e gli agenti del KGB negli States, ai prodotti elettronici da introdurre in URSS nelle valigie diplomatiche.
A questo primo contatto con Trump ne sarebbero seguiti molti altri nel corso degli anni tanto da indurre lo stesso Kislin, nel frattempo evolutosi in facoltoso imprenditore, ad autodefinirsi “consigliere di Trump” in una lettera all’ambasciata americana a Kyiv nel 2018.
Non sono emersi riscontri a sostegno di questa affermazione unilaterale; in compenso vi sarebbe un rapporto FBI del 1994 in cui Kislin viene associato “ad una rete russa di criminalità organizzata e riciclaggio di denaro con sede a Brooklyn”.
Di più, un rapporto del Procuratore Generale del New Jersey datato 14/11/14 identifica in Kislin il “presunto membro di un gruppo criminale organizzato russo con sede a New York guidato da Vyacheslav Ivankov”, mafioso russo emigrato a Brooklyn nel marzo 1992 ed high roller nel Taj Mahal di Trump, che per un certo periodo ebbe a disposizione una suite di lusso nella Trump Tower e che verrà infine arrestato dall’FBI nel 1995.
Ivankov, detto “Japonchik”, era a sua volta legato a Semyon Mogilevich, capo dei capi della mafia russa, tutt’ora ricercato dall’FBI: un nome che, come vedremo, riapparirà tra poco.

Negli anni i rapporti tra Kislin e Trump sarebbero rimasti opachi, con il primo a sua volta introdottosi nel business immobiliare nel ruolo di prestasoldi agli immigrati russi intenzionati a trovare casa nella prestigiosa Trump Tower. In particolare, Kislin avrebbe operato attraverso una società denominata Trans World Commodities (TWC), utile in realtà a riciclare in immobili massicce somme di denaro provenienti dalle privatizzazioni russe manipolate dal KGB: operazioni che, come riporta Catherine Belton, “non sarebbe stato possibile gestire da NY senza l’esplicito sostegno e coinvolgimento del KGB” (2).
Secondo una indagine di Bloomberg almeno tre appartamenti della Trump Tower sarebbero stati venduti in questo modo ad altrettanti facoltosi clienti provenienti dalla ex-Unione Sovietica, che si aggiungono a quelli acquistati, come vedremo, da David Bogatin, un gangster legato alla criminalità organizzata russa di Little Odessa.
Particolare interessante, nella TWC Kislin sarebbe stato in società con Mikhail Chernoy il quale, con suo fratello Lev, era il boss della Izmailovskaya, una delle famiglie criminali della mafia russa (rossiyskaya bratva), in questo caso legata all’oligarca Oleg Deripaska, uno dei più fidati sodali di Putin.

Sam Kislin è stato oggetto di diverse indagini giornalistiche e rapporti investigativi da cui emerge tra l’altro una società denominata Blonde Management, utilizzata da Chernoy come vera e propria money-laundry (3).
Divagazione necessaria. Diversamente dalla mafia italiana e da Cosa Nostra americana, che sono strutture dell’antistato ovvero che si pongono in diretto conflitto con lo Stato (salvo trovare appoggi presso settori deviati del medesimo), la bratva è parte integrante dello stato russo ovvero ne è uno degli strumenti controllati dai servizi interni (KGB, poi FSB) che ne utilizzano capacità e risorse in funzione dei loro obiettivi politici ed operativi.
Non è un caso quindi che molti “capibastone” e “soldati” della mafia russa siano ex-militari, ex-poliziotti ed ex-agenti dei servizi riciclatisi in attività illecite ma pur sempre rimasti collegati alle rispettive radici.

Catherine Belton, nel suo seminale saggio Gli uomini di Putin, spiega molto bene i legami ed il ruolo della mafia russa nel sistema di potere di Putin.
Belton sottolinea inoltre come Kislin facesse parte di una rete di agenti dei servizi russi, criminali, affaristi e magnati che dai primissimi anni ’90 si era radunata attorno a Trump in grave affanno per il quasi-crack del Taj Mahal di Atlantic City.
Tra questi soggetti vi sono Tamir Sapir (il socio di Kislin nel Joy Lud), Shalva Cigirinskij un trafficante di antichità divenuto immobiliarista che incontreremo tra poco, amico di Trump fin dal 1990 ed in rapporti con pezzi grossi del regime sovietico, nonché quell’Aras Agalarov, azero, che avrebbe organizzato a Mosca, pagandolo 20m USD, il concorso Miss Universo 2013, di cui Trump possedeva il marchio (4).
Tutti costoro, riferisce Belton, avrebbero poi “contribuito a salvare Trump dalla bancarotta” .

6. Anno Domini 1984
Cinque appartamenti della Trump Tower, per un valore totale attualizzato di 18m USD vengono venduti ad un apparentemente facoltoso uomo d’affari di nazionalità sovietica di nome David Bogatin. Alla firma dell’atto di vendita è presente lo stesso Trump.
Ma chi è e cosa rappresenta questo sconosciuto acquirente?
Nato a Saratov in Unione Sovietica il 2/6/45, veterano dell’Armata Rossa con esperienza di guerra come consigliere militare in Vietnam, subito dopo essere emigrato negli USA nel 1977 entra in contatto con una rete di connazionali introdotti nel giro della criminalità organizzata russa di Brighton Beach, la “Little Odessa” di NY, dove rileva una stazione di servizio.
La volatilità dei prezzi dei prezzi dei carburanti, in forte rialzo in quella fase, consente a Bogatin ed ai suoi due soci russi, (Michael Markowitz e Lev Persits), di guadagnare notevoli somme lucrando sul differenziale dei prezzi ma soprattutto evitando di versare all’erario di New York le tasse sulla benzina, che invece girava a società fittizie, via via dichiarate fallite e quindi non escutibli: una truffa in piena regola ma che rischia di pestare i piedi ai padrini di Cosa Nostra e che induce Bogatin ad accordarsi con Michael Franzese, boss della famiglia Colombo che controllava il territorio e che a sua volta gestiva un meccanismo analogo attraverso il suo affiliato Lawrence “Sal” Iorizzo.
L’accordo, stipulato nel 1983, garantisce a Franzese il 75% del businness, lasciando a Bogatin il rimanente 25%.
Secondo quanto riferito dallo stesso Franzese durante una audizione al Senato nel 1996, l’operazione era arrivata a fruttare anche 9m USD a settimana in evasione fiscale, per un totale di circa un miliardo di USD sottratti al fisco fino al 1985, secondo le stime dell’IRS.

I proventi della truffa vanno però reinvestiti; ecco quindi che entrano in gioco le entrature di Franzese con le famiglie della Cupola e relative interazioni con il businness immobiliare.
L’occasione di investimento è l’acquisto, nella primavera 1984 di sei appartamenti nella Trump Tower inaugurata pochi mesi prima ed il cui pagamento di 5,8m di USD (18m del 2025) sarebbe avvenuto in contanti alla presenza dello stesso Trump: da notare come a quei tempi la Trump Organization vendesse i suoi immobili, senza la dovuta due diligence, a qualsiasi acquirente, comprese società di comodo e prestanome coinvolti nel riciclaggio di denaro sporco.
Complessivamente, secondo quanto riportato dal Washington Post, vi sarebbero stati almeno 13 soggetti russi in odore di mafia collegati alla Trump Tower o ad altre proprietà di Trump: non esattamente un parterre de roi.
Non solo.
Come meglio vedremo in uno dei prossimi articoli, secondo una indagine di Buzzfeed, almeno un quinto (circa 1.300) delle proprietà di Trump, per circa 1,5mld USD, sarebbe stata venduta per contanti a società fittizie: una pratica non illegale di per sé ma che solitamente nasconde un giro di riciclaggio di denaro. Altresì, il rapporto Buzzfeed rileva come tali società fittizie avessero perlopiù sede in tutti i possibili paradisi fiscali mondiali.
Le vendite di questo tipo sono cominciate partire dagli anni ’80 salvo aumentare nettamente dal 1997, ovvero dopo lo stop ai finanziamenti a Trump da parte delle banche, allarmate dai dalle sue recenti bancarotte di Atlantic City (1991 e 1992) ed in concomitanza con l’arrivo di cospicui denari russi.
David Bogatin, che nel 1987 fuggirà dagli USA e si vedrà i suoi appartamenti sequestrati dal governo federale, non è stato però l’unico della sua famiglia ad essere coinvolto in attività criminali. Suo fratello Jakob infatti, dopo essere a sua volta emigrato negli USA nel 1987 divienel’esecutore di una complicata truffa azionaria celata attraverso un network societario al cui vertice vi è la YBM Magnex International, società fasulla a sua volta finanziata e controllata da quel Semjon Mogilevich che abbiamo già incontrato parlando di Kislin.
La truffa, perpetrata tra il 1993 ed il 1998 frutta una perdita agli investitori di 150m USD, nonché profitti ai truffatori per oltre 30m USD.
7. Anno Domini 1990
Fino al novembre 1990 nessuno, a parte i familiari ed i suoi sodali nel traffico di antichità rubate, compresi quei settori del KGB coinvolti in questo business, avrebbe saputo dire chi fosse Shalva Cigirinskij: intraprendente georgiano con qualche contatto ai piani alti dell’intelligence sovietica grazie ai quali, nel 1987, era stato autorizzato ad espatriare a Berlino Ovest dove aveva impiantato una joint venture commerciale connessa all’esportazione in URSS di computer e prodotti tecnologici.

L’impresa aveva avuto successo e si era ben presto allargata al businness immobiliare, combinando buoni affari tra Mosca e l’Occidente e consentendone a Cigirinskij di accumulare una grossa fortuna finanziaria, propiziata verosimilmente dalla sua conoscenza con Semjon Mogilevich nonché dai suoi rapporti con Mikhail Milshtein, ex-direttore del GRU negli USA, il cui figlio Vadim era socio in affari con Cigirinskij (5).
Nel 1990 Cigirinskij aveva dunque abbastanza denaro da poter essere di interesse per Trump: opportunità che viene colta da Martin Greenberg, avvocato di spicco di Atlantic City, presidente del celebre Golden Nugget di Las Vegas ed esperto della legislazione sul gioco d’azzardo, che negli rantoli dell’URSS morente aveva intravisto la possibilità di aprire dei casinò in Russia finanziati dai fondi segreti del PCUS.
È quindi Greenberg, nel novembre 1990 a presentare Cigirinskij a Trump al Taj Mahal: quella ottava meraviglia del mondo strappata alla Resort International (si veda parte seconda), che stava però costando al tycoon la sua prima bancarotta e nella quale Greenberg si rivela parte in causa per via del suo ruolo di rappresentante legale degli obbligazionisti creditori di Trump.
Nel momento più buio per Trump, personalmente garante di quasi un miliardo di USD (sui tre di debito complessivo) e quindi a rischio di bancarotta personale, si rivela quindi provvidenziale l’intervento di alcuni soggetti interessati a salvarlo.
Tra questi appare determinante il ruolo avuto da banca Rothschilds, da Carl Ichan proprietario di fondi speculativi, nonché dallo stesso Greenberg, i quali nel luglio 1991 convincono gli obbligazionisti a concedere una dilazione a Trump, accettando una bancarotta pilotata in cambio del 50% delle quote del Taj Mahal e di un abbassamento del tasso di interesse.
Tra le clausole dell’accordo, il controllo da parte di Trump del CdA, subordinato però al raggiungimento da parte del casinò di predeterminati obiettivi economici.
Non si conosce il ruolo avuto da Cigirinskij nel salvataggio di Trump: quel che è certo è che da quel momento e non certo casualmente, il Taj Mahal diviene meta preferenziale di magnati e personaggi russi dalle tasche gonfie e dalla fedina sporca: come quel Vyacheslav “Japonchik” Ivankov”, di cui abbiamo parlato in apertura, che nel solo periodo marzo-aprile 1993, mentre era sotto sorveglianza FBI, si reca ben 19 volte al Taj Mahal, giocandosi un quarto di milione di USD.
Grazie a questi apporti il Taj Mahal inizia a macinare utili, con una raccolta di ben 80mln USD nei soli mesi di agosto e settembre 1992.
Il denaro russo affluiva copioso ai tavoli del Taj Mahal ed il gambler Trump aveva vinto il suo ennesimo azzardo.
(1) Questo articolo è largamente debitore al saggio di Peter Grant: While We Slept: Vladimir Putin, Donald Trump, and the Corruption of American Democracy, 2024.
(2) Belton, p. 540.
(3) Si veda Investigative Report for the Massachussets Gaming Commission, 18 ottobre 2013, p. 222-233
(4) Belton, p. 534-535
(5) Ibid, pp. 536-537
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