Economia e Mercati
Tra dazi e venti di guerra, quali sfide attendono l’economia italiana?
Contrordine compagni, i conti dell’Italia, a sorpresa, si scopre che vanno molto meglio del previsto: nel 2024 l’avanzo primario, cioè la differenza positiva fra le entrate e le uscite, a netto degli interessi, è stato di 9, 6 miliardi. Inoltre, il deficit dei conti pubblici è


Contrordine compagni, i conti dell’Italia, a sorpresa, si scopre che vanno molto meglio del previsto: nel 2024 l’avanzo primario, cioè la differenza positiva fra le entrate e le uscite, a netto degli interessi, è stato di 9, 6 miliardi. Inoltre, il deficit dei conti pubblici è sceso di 78,7 miliardi. Quest’ultimo, secondo i dati forniti dall’Istat, è il dato più sorprendente: si tratta della più consistente correzione del disavanzo della storia della Repubblica. Rispetto al 17,2 per cento del 2023 il deficit è infatti sceso al 3,8 del Pil.
Per trovare un equivalente salto attribuibile agli effetti positivi della scura pubblica sul deficit, dicono le statistiche, non basta riandare ai buoni risultati ottenuti dai governi Monti e Draghi, bisogna risalire dirittura al 1946.
Naturale quindi la soddisfazione ministro Giancarlo Giorgetti, il quale però avverte: “Questa dinamica confortante però non modifica la sfida della crescita in un contesto problematico non solo europeo”. La cautela del ministro è più che giustificata. A fronte del miglioramento dei conti pubblici, e dell’occupazione, che è cresciuta più del 2 per cento rispetto allo scorso anno, la crescita si è fermata allo 0,7 per cento (sebbene ci siano stati quattro giorni lavorativi in più). Ha retto bene l’agricoltura, con un incremento del 2 per cento, si salvano le costruzioni, i servizi resistono (più 0,6 per cento) ma frana la manifattura, cioè il settore che ci vede al secondo posto in Europa dopo la Germania.
E qui veniamo al” contesto problematico” denunciato da Giorgetti. Cosa può e deve fare l’Italia per mettere al riparo i traguardi già conseguiti (compreso il dato sull’occupazione che ha fatto registrare il record del 62,8 degli occupati e 513 mila posti in più in un anno) e soprattutto per non essere travolta dalla guerra commerciale che Trump ha deciso di scatenare per fare tornare grande l’America, come recita il suo slogan identitario?
Al primo posto, per salvare il salvabile, c’ è da lavorare, e parecchio, per contribuire a tenere insieme quel puzzle fra i ventisette paesi che Trump sta cercando di smantellare. Su questo versante c’è quindi solo da augurarsi che alla Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, riesca quel gioco di equilibrismo fra le due sponde dell’Atlantico in cui ha deciso di avventurarsi.
Il primo banco di prova con la quale dovrà misurarsi lo ha messo sul cammino della Meloni la presidente della Commissione Ue spiattellando il piano “Rearm Europe” da 800 miliardi. Per quanto riguarda il gioco di sponda con Trump, il piano di Ursula von der Leyen, per quanto spinto dall’inedita ostilità degli Usa, va nella direzione indicata dalla Casa Bianca di imporre all’Europa la sovvenzione della loro sicurezza.
Quindi l’eventuale adesione del governo italiano alla svolta Ue consentirebbe a Giorgia Meloni di stare dentro al gioco delle due staffe. Questo è vero per quanto riguarda l’esterno, ma la stessa acrobazia le riuscirà anche con l’alleato interno, cioè con Matteo Salvini che ha tutta l’intenzione di mettersi di traverso? Sono interrogativi che concernono le incertezze politiche in Italia rispetto al “Rearm Europe”.
Veniamo invece ai suoi effetti pratici. Quali possono essere i risvolti economici per l’Italia lo ha già detto chiaramente Piazza Affari, facendo guadagnare alle prime battute il 30 per cento al titolo Leonardo (il guadagno si è poi assestato al 15 per cento). E un balzo in avanti lo ha fatto anche Fincantieri, nonostante, nello stesso giorno, la Borsa di Milano subiva una batosta di quasi il 3 per cento a causa delle minacce pronunciate da Trump davanti al Congresso americano.
Insomma, non c’è da meravigliarsi se qualcuno scommette che quella che Giuseppe Conte chiama la “follia bellicistica” dell’Europa possa tradursi per il nostro Paese in una opportunità di sviluppo: è una visione ottimistica che si fonda sulle capacità tecnologiche della nostra industria delle armi, con Leonardo addirittura leader nel mondo per i sistemi di puntamento.
Inoltre, la stessa Leonardo proprio poche settimane fa ha stretto una Joint Venture paritetica con il colosso tedesco Rheinmetall, leader nella produzione di carri armati. Senza contare che la sonda che nei giorni scorsi è atterrata sulla Luna ha un importante strumento a bordo, l’italiano Lugre, specializzato nei sistemi di navigazione.
C’è poi un altro capitolo che potrebbe collegare le difficoltà italiane con la strategia del riarmo europeo, ed è la riconversione di parte della nostra filiera dell’automitive: Giorgia Meloni da tempo caldeggia un progetto per affrontare la crisi che ha investito il settore dell’auto trasferendo tecnologie e strutture in difficoltà verso lo sviluppo di una componentistica bellica.
In questa prospettiva la presidente del Consiglio è confortata da una esperienza in questa direzione della Germania che ha destinato 200 miliardi in un progetto analogo di riconversione da industria automobilistica a industria delle armi. Secondo il giudizio di Carlo Calenda, che è stato il padre del piano Industria 4.0, si può fare, ma è di difficile attuazione, sia politica che strutturale.
Stabilito che il “Rearm Europe” della Von der Leyen può offrire anche qualche opportunità è doveroso, però, farsi anche alcune domande. La prima riguarda l’obbligo di interrogarci come siamo finiti, praticamente da un giorno all’altro, dal convivere con una economia di pace a trovarci nel mezzo di una economia di guerra. È vero che si tratta di cambiamenti decisi al di sopra delle nostre teste, ma non possiamo non ammettere che qualcosa ci deve essere sfuggito, perlomeno a livello di analisi.
La seconda domanda è chiederci se e come riusciremo a uscire vivi dallo tsunami sui dazi che ci sta per propinare Trump. Non c’è analista che non abbia previsto prezzi salati su tutti i settori trainanti delle nostre esportazioni, dall’alimentare al farmaceutico, dalla moda all’auto, a meno che Giorgia Meloni non ottenga qualche sconto.
Anche in questo caso, da una parte saremmo comunque costretti a importare i dazi imposti agli altri paesi europei con i quali commerciamo, e dall’altra correremmo il rischio di subire qualche ritorsione da Francia e Germania, i due paesi verso i quali esportiamo di più, indispettiti per il trattamento di favore che eventualmente potrebbe riservarci la Casa Bianca. Quindi, come per le armi, forse è arrivato il momento di inventarci qualche alternativa.
Noi ne indichiamo perlomeno tre. La prima è di cominciare a guardare con altri occhi anche aree diverse da quelle tradizionali. Nell’auto, per esempio, ha destato molto interesse l’incontro che si è svolto a Torino fra il gigante cinese Byd (lo scorso ha prodotto 4 milioni di auto di cui 1,5 milioni elettriche) e la nostra filiera della componentistica in presenza di cinquecento manager in rappresentanza di 380 aziende.
I cinesi potrebbero venire a produrre componenti in Italia? Lo hanno già fatto in Spagna acquistando uno stabilimento ex Nissan di Barcellona. In un recente convegno la Sace ha ricordato che le esportazioni italiane hanno avuto un incremento del 28 per cento in Arabia Saudita e del 20 per cento negli emirati arabi. Ma sono cresciute significativamente anche in India, in Vietnam, in Brasile, in Serbia, in Messico.
Nell’emisfero moda, per fare fronte alle difficoltà future dei mercati va visto con grande favore l’intenzione di Prada di rilevare il marchio Versace dagli americani di Capri Holding. Prada lo scorso anno ha raggiunto ricavi per 5,4 miliardi con un utile netto pari a 830 milioni. Prada avrebbe dunque spalle abbastanza robuste per combattere, con Versace, la concorrenza dei francesi Kering o LVMH-
Infine, ci sono le colonne portanti del nostro sistema come Eni. Bisognerebbe farsi spiegare da Claudio Descalzi quali sono state le strategie vincenti del gruppo che dirige per chiudere il 2024 con un utile netto di 5,2 miliardi. Agli analisti il ceo Eni ha parlato del successo delle. scoperte dei giacimenti in Indonesia e a Cipro.
Della Join venture con la malese Petronas per il gas dell’Estremo Oriente e degli sviluppi nell’eolico con i Norvegesi. Ma anche della capacità del suo gruppo di sostituire il gas russo. Rispetto un possibile ritorno dei russi dopo gli ultimi sviluppi Descalzi ha risposto secco: “Se qualcuno esce dal mercato viene sostituito da qualcun altro, soprattutto se investe per farlo”.
L’ Italia è alla ricerca di una ricetta per salvarsi da Trump e Putin? Chiedere a Claudio Descalzi.
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