Medioriente
Trump e i tiranni: la pace che uccide la libertà
La storia insegna: una pace costruita sulla convenienza con i tiranni è sempre un’illusione pericolosa, e oggi Donald Trump percorre la solita strada della trattativa con gli oppressori, a scapito della libertà dei popoli. Spinto da una logica imprenditoriale, ha riscritto le regole della diplomazia americana,



La storia insegna: una pace costruita sulla convenienza con i tiranni è sempre un’illusione pericolosa, e oggi Donald Trump percorre la solita strada della trattativa con gli oppressori, a scapito della libertà dei popoli.
Spinto da una logica imprenditoriale, ha riscritto le regole della diplomazia americana, preferisce accordi pragmatici tra governi, riduce gli impegni militari e si ritira dai conflitti esterni. Mira certo alla pace tra Stati, ma non alla libertà e alla democrazia dentro gli Stati.
Ma ignorare la repressione interna rafforza i regimi autoritari e una pace che non tiene conto dei popoli è fragile, spesso crudele. Il successo, in questa logica, si misura in termini di vantaggio strategico, non di giustizia o dignità.
Trump vuole che l’America smetta di fare il “poliziotto del mondo”. Ma questo non è realismo: è abbandono. Ha stretto mani sporche di sangue: Kim Jong-un, Putin, Julani. Ha voltato le spalle a Zelensky e ha incontrato un jahadista. E ora, in silenzio, tratta con il regime iraniano, cercando un’intesa che garantisca sopravvivenza a Teheran senza toccarne la natura repressiva.
A Mascate, in Oman, non si parla di eliminare minacce, ma di contenerle. Un accordo che salverà il regime islamico e condannerà i suoi oppositori all’oblio. Le esecuzioni continueranno, ma i sorrisi diplomatici faranno da copertura.
E non è tutto. A Doha, Trump avrebbe suggerito una proposta sconcertante: la restituzione della base di Bagram in Afghanistan in cambio dell’allentamento delle sanzioni ai talebani. Un’offerta che, se confermata, mostra con chiarezza la logica brutale di certe trattative: cedere un punto strategico in cambio di aperture diplomatiche a un regime che ha riportato il paese indietro di decenni.
I diritti delle donne afghane, ridotte a ombre, escluse dalle scuole, dal lavoro, dalla vita pubblica. I morti del Panshir, schiacciati nella repressione del dissenso. La libertà di un intero popolo, di nuovo sotto il giogo del terrore. Tutto questo considerato sacrificabile, una merce di scambio sul tavolo degli equilibri geopolitici.
Una scelta che mette in discussione non solo la credibilità dell’Occidente, ma anche la sua coscienza. Perché nessuna convenienza strategica può cancellare la responsabilità morale verso chi è stato abbandonato.
Il lato più amaro? Alcuni nell’opposizione iraniana hanno scommesso tutto sul ritorno di Trump, credendo che bastasse il cambio alla Casa Bianca per abbattere la Repubblica Islamica. Ma Trump ha già dimostrato: non vuole liberare l’Iran, vuole solo rinegoziare le regole del gioco con i suoi aguzzini.
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