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Trump, Putin, Zelensky: Variazioni di un mito

Donna e guerra nella tragedia antica: evocazione mitica del sacrificio e dell’onore, riflesso della crisi della leadership e del declino dell’Occidente

Occidente

Trump, Putin, Zelensky: Variazioni di un mito

Cassandra: “Chi ha la mente sana, deve dunque fuggire dalla guerra: ma se alla guerra si arriva, non è una corona spregevole cadere bene per la propria città; e non cadere bene è un disonore”. Euripide, Le Troiane. Cassandra, sappiamo, è una principessa. Una principessa troiana,

Donna e guerra nella tragedia antica: evocazione mitica del sacrificio e dell’onore, riflesso della crisi della leadership e del declino dell’Occidente
Fabio Cammalleri13/03/2025Aggiornato 22/05/20257 min lettura1.435 parole

Cassandra: “Chi ha la mente sana, deve dunque fuggire dalla guerra: ma se alla guerra si arriva, non è una corona spregevole cadere bene per la propria città; e non cadere bene è un disonore”.

Euripide, Le Troiane.

Cassandra, sappiamo, è una principessa. Una principessa troiana, condannata a formulare profezie (destinate ad avverarsi) a cui nessuno crede. Ma quello che in queste parole riluce, prescinde da una proiezione sul futuro, in termini di conferma/smentita. Un futuro comunque prenderà corpo, ma queste parole vengono scandite fuori da ogni tempo.

Perché qui è posto un criterio di giudizio, fondato sulla dicotomia onore/disonore, che sovrasta ogni tempo. Sulla sua scorta, si può stabilire che una terribile sconfitta (come quella di Troia, rasa al suolo) può invece rivelarsi come una vittoria: non militare, ma morale, quindi, giusta. L’onore, contrapposto al disonore.

L’onore è svelato da chi, come Cassandra, pare piegata nella “caduta”; che, invece, forte di una giusta ragione, di un giusto fine, si risolverà in un “cadere bene”: perché è un cadere per la propria città. Perciò, si risolverà nell’unica vera vittoria.

Un colpo d’ala degno del genio euripideo, mettere sulle labbra di una “folle”, sotto le consuete vesti di una premonizione, la realtà di un “ragionamento”, quello che formalmente nel testo è riconosciuto solo alla Regina Ecuba, moglie del Re Priamo: “Madre, hai creato un ragionamento bello davvero…” le dice la figlia Andromaca.

In effetti, la “folle” Cassandra è inascoltata, per questa sua qualità, ma rimanendo capace di insinuare inquietudine, dubbio: quanto basta a suscitare la volontà di intendere. La sua “alterità”, infatti, incarna tutte le pieghe, i chiaroscuri e le vestizioni, a cui una voce libera e vera, sempre e dovunque, deve soggiacere per potere esistere, e così giungere all’orecchio più o meno sordo del mondo “ordinato”: e ordinario.

Gli invasori greci, a quel punto della loro vicenda, nella coraggiosa “attualizzazione” euripidea (subito vedremo come) sono spiritualmente perduti: si sono lasciati alle spalle ogni legame di vita civile. E potranno spingersi fino ad uccidere un bambino, Astianatte, figlio di Ettore (fratello di Cassandra) e Andromaca, scagliandolo dalle mura della città: se è possibile motivare con inumano cinismo una ferina crudeltà, rivendicando un fine di realpolitik: fosse lasciato vivo, cresciuto, potrebbe voler vendicare “La grande Ilio”.

Ad un trionfo conseguito contro chi difende la patria, dunque nel disonore, come già alluso nel Prologo della tragedia (“Agamennone, che perde il rispetto del Nume”), seguiranno, per questi Greci, sciagure: Agamennone, ucciso dalla moglie; Aiace, suicida; Odisseo, soggetto a lunghe e dolorose peregrinazioni. Le parole di Cassandra saranno perciò sancite dal rovesciamento delle sorti, la peripeteia: uno dei due assi portanti della tragedia; a cui si lega l’altro: l’anagnoris, il riconoscimento di ciò che prima si era ignorato.

I vittoriosi con le armi, divengono sconfitti dal mutevole giudizio divino, fattosi cifra di un equilibrio ricomposto, di una misura ritrovata fra dolore dato e dolore subito, di un eccesso superato dal suo stesso ridimensionamento.

Miti di ieri, che fuoriuscendo da ogni tempo, sovrastando ogni tempo, diventano anche miti di oggi, come chiosa David Mendelshon, rapinoso contaminatore di Res Gestae e agire contemporaneo.

Trump e Putin stanno agendo a squassare equilibri complessi: ma, soprattutto Trump, sta incarnando una comunità che dimentica sé stessa, che si avvicina ad un abisso umano, sociale e politico per arroganza, sempre congiunta ad ottusità e dismisura. Putin è un tiranno vicino, che dovremmo imparare a temere: ma senza un’America perduta, come un’Atene immiserita e abbrutita, sappiamo che non farebbe molta strada. Zelensky e gli ucraini forse saranno sconfitti, certo sono stati vastamente uccisi, feriti, colpite le loro città, le loro case, mutilata la loro patria. 

È opinione piuttosto diffusa che la Storia con la maiuscola, si stia ri-mettendo in moto sotto i nostri occhi. Inerzie retoriche a parte, è certo possibile registrare le distanze, apertesi nel Secolo Americano, sia o meno per succedergli un Secolo Cinese (non pare consigliabile azzardare previsioni, figuriamoci profezie; Cassandra possiamo solo evocarla, riverire lo splendore del suo maledettismo femminino, ma mai imitarla, nella sua libertà mascherata da “follia”: come i suoi antichi nemici, siamo diventati superbi e sciocchi quanto basta, per stare al di qua di pavidi muri divisori, eretti fra noi e tutto il molto che non abbiamo più voluto frequentare).

Distanze, dicevo. E basti un ricordo, in effetti esemplare. Euripide scrisse Le Troiane nel 415 A.C., quando la Guerra del Peloponneso era giunta al suo turning point: la spedizione in Sicilia, appena avviata, si concluderà con un disastro due anni dopo, incrinando definitivamente la chances di vittoria ateniesi. Pure da un anno si era consumata la tragedia dell’isola di Melo: non a teatro ma sull’Egeo (vi ordiniamo di entrare nella coalizione ateniese; preferiremmo restare neutrali, così non nuociamo nè ad Atene nè a Sparta; no, se non obbedite, passeremo per le armi tutti gli uomini in età militare, e ridurremo in schiavitù donne e bambini; ma perché? perché per Atene è maggiore il danno che verrebbe dall’accettare la vostra richiesta di neutralità, intesa come una debolezza dialogante, rispetto al vostro annientamento: certo così perderemmo potenziali schiere di soldati, ma tutti ne saranno terrorizzati, e il nostro potere risulterà accresciuto. I melesi resistettero al diktat: e furono annientati). 

Le Troiane sono messe in scena con queste immagini nel cuore: da Astianatte a Melo, esse formano un solo vortice, che si inabissa verso lo stesso oscuro abisso “realpolitico”. Sublime poeta, ammonisce la sua Atene, che si era messa sulla stessa china di ubriachezza politica ritenute all’opera già sette secoli prima. 

E Tucidide di Atene, come egli si presenta nella prima riga delle sue Storie, non farà cosa molto diversa. Costantemente intento a considerare i moti dell’animo umano, quale chiave privilegiata per decifrare “i fatti”. Cosiddetti. Per questa via, le passioni distorte, la superbia, l’ira, l’avidità, diverranno soggetti storici non meno di Pericle, di Alcibiade, di Lisia, di Cleone, di Leonida.

Distanze. Nel Febbraio 1947, George Marshall, Generale e uomo politico, che in Europa avrebbe legato il suo nome all’omonimo Piano (un Programma di ricostruzione post bellica su scala fino ad allora mai vista), pronunció un discorso alla Princeton University.

Nessuno, disse, che avesse voluto assumere una posizione assennata e consapevole sulle “maggiori questioni internazionali oggi all’ordine del giorno, potrá farlo senza prima avere ripassato ben bene la lezione di Tucidide sulla Guerra del Peloponneso”. Quella, sarebbe sempre rimasta la “Guerra Grande” per eccellenza.

Ora immaginate, non dico Trump, ma uno qualsiasi dei suoi sodali, Musk compreso, col suo nerdismo cadaverico e il faustismo digitale (comiciato, peró, in chiave di ennesima “liberazione e rivoluzione” ultraleftist anzichenó) di cui è acclamato campione, aver presente quel paragone storico-filosofico. E il peso gravissimo implicato da una leadership mondiale, investita del “governo del mondo libero”. 

Considerate la vastità di quel richiamo, compiuto solo alla metà del secolo scorso. Euripide: il sentimento che si fa intelletto, l’intelletto poesia, la poesia filosofia politica; e Tucidide: il generale che diventa storico, perché altri sappia: e impari. Dal verso alla Pólis, la tragedia parla alla storia, la storia testimonia la tragedia.

E considerate l’effetto, insieme di commisurazione e vigile autoesortazione, che un simile confronto, evocato a solcare i secoli, poteva comportare.

E consideriamo, ora, la distanza fra questa visione, e una banda di lenoni, con gli occhi sempre dilatati per l’esaltazione lisergica di poter toccare ogni tasto della Consolle; di potere agitare ogni leva; di poter Make Money Again; di poter scagliare qualsiasi raglio e goderne l’eco attraverso il vasto mondo. 

Il timore reverenziale verso l’Uomo, da un lato; l’orgia irrefrenata, con al centro solo il proprio ombelico, dall’altro. Ecco, considerate questo e, sia pure per approssimazione, avremo tracciato una distanza.

Se l’oscurità americana e russa prevarranno, è possibile che per gli ucraini ci sarà la caduta. Ma sarà una caduta nell’onore. A quel punto, dovremo noi imparare come si fa. Ma prima di imparare a cadere, bisogna iniziare a stare ritti sulla schiena.


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Un pensiero su “Trump, Putin, Zelensky: Variazioni di un mito

  1. Gustavo Micheletti dice:

    Un articolo elegante e incalzante, che non lascia alibi o spazi di fuga a ipocriti pacifinti e quaquaraqua’

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