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Trump visto con gli occhi dei trumpiani

Donald Trump con cappellino rosso Make America Great Again durante evento pubblico, simbolo della narrativa trumpiana negli USA

Occidente

Trump visto con gli occhi dei trumpiani

Incredibile che sia passato solo un mese dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Le enormi firme sugli ordini esecutivi, Musk che liquida intere agenzie federali, lo scompiglio creato nelle dichiarazioni esplosive riguardo Gaza, Panama, la Groenlandia si sono abbattute con la violenza di un terremoto

Donald Trump con cappellino rosso Make America Great Again durante evento pubblico, simbolo della narrativa trumpiana negli USA
Pietro Molteni18/02/2025Aggiornato 27/05/20256 min lettura1.272 parole

Incredibile che sia passato solo un mese dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Le enormi firme sugli ordini esecutivi, Musk che liquida intere agenzie federali, lo scompiglio creato nelle dichiarazioni esplosive riguardo Gaza, Panama, la Groenlandia si sono abbattute con la violenza di un terremoto sulle opinioni pubbliche del mondo.

La caduta di qualsiasi velo di fair-play, l’esercizio della forza bruta come unico modo per approcciarsi con i nemici e gli alleati, hanno aperto le porte ad una violenza verbale mai vista in politica. Da ultimo, il bullismo nei confronti dell’Unione Europea, e l’annunciata concessione di un quinto dell’Ucraina alla Russia, hanno comunicato a noi europei che davvero siamo soli, e che la protezione militare americana non è più scontata.

Ognuno di questi punti andrebbe sviscerato e analizzato a fondo, cercando faticosamente di dividere la retorica dalla sostanza vera, ma bisogna guardare il mosaico nel suo insieme: ciò che sta avvenendo non rientra solamente nella dinamica politica, ma in una vera e propria rivoluzione culturale. È proprio questo il nodo centrale di cui Trump è il protagonista: un momento storico in cui princìpi apparentemente intoccabili vengono scardinati, e sostituiti da qualcos’altro.

Sarebbe disonesto intellettualmente pensare che questa rivoluzione sia attuata da un despota e da un manipolo di bravi al suo servizio, seppure questa sia la narrazione più facile da accettare. Trump esprime il sentire profondo di un’enorme parte della popolazione americana e occidentale (non necessariamente povera e ignorante), e lo fa in modo esagerato, brutale, shoccante. Proprio per questo non è possibile tirarcene fuori né tornare indietro, e ad ora non sappiamo se tale rivoluzione porterà ad un rafforzamento delle nostre democrazie o alla loro disfatta.

La guerra alle istituzioni

Chiunque sia nato nella seconda metà del ‘900, ha imparato che, ancor più dei governi nazionali per loro natura corruttibili, bisogna porre fiducia negli organismi sovra-statali e trans-nazionali: le agenzie ONU, le corti costituzionali, le agenzie federali ed europee, la magistratura, i grandi organi di stampa sono garanti della democrazia perché “al di sopra” di essa. Questa fiducia era scontata ed era la realtà intorno a noi che lo spiegava.

Negli ultimi due decenni, progressivamente, la fiducia della popolazione in questi organi è crollata, e le istituzioni sovranazionali sono ora percepite come accrocchi di immobilismo, inefficienza, irresponsabilità, interessi autoreferenziali, e soprattutto espressione della cultura progressista dominante. Trump sta demolendo prima con la retorica, poi con i fatti, interi rami degli apparati USA, dimostrando disprezzo per qualsiasi istituzione al di fuori dei governi degli stati.

In Europa, JD Vance fa esattamente lo stesso, con un discorso corrosivo acuito dal fatto di trovarsi davanti ad una platea che lo considera un troglodita, rinfaccia all’Europa la sua inefficiente debolezza, motivo del suo declino economico e della sua irrilevanza militare. I rappresentanti di istituzioni europee si trovano ora nella difficile situazione di dover difendere i propri princìpi da una parte, ma di dipendere militarmente e tecnologicamente dal giovanotto del Kentucky che gli sta facendo la predica, mentre l’ascesa dell’AFD dimostra che la profonda sfiducia nelle istituzioni è già realtà anche in Europa.

La demolizione dei princìpi progressisti

Non esistono identità etnico-religiose, ma solo cittadini; non esistono differenze tra i sessi; l’utilizzo della forza militare è sempre moralmente sbagliato; l’Occidente è stato il principale colpevole dei mali della storia; la crescita economica deve rallentare per la salvaguardia del pianeta. Tutti questi princìpi sono stati veicolati dalla letteratura, dal cinema, dalla televisione, dalla scuola, nati a sinistra ma mai messi in discussione platealmente durante i governi di destra.

Cresciuti, cristallizzati, esagerati dall’ideologia Woke, inseriti nel dibattito politico, diventati dogmi intoccabili, questi princìpi sono ora invisi ad una parte sempre più crescente della popolazione, che li considera avulsi dalla realtà. Trump, a partire dal discorso del suo insediamento, sta demolendo questa impalcatura valoriale non pagando artisti o letterati della sponda opposta, ma facendo terra bruciata di tutti i finanziamenti concreti a suo sostegno, distruggendo realtà stratificate in anni. La lotta dell’ideologia Woke a partire dal giorno 1 sta a significare che davvero la lotta ai princìpi è imprescindibile da quella economico-politica, ed è un elemento fondamentale della rivoluzione culturale in atto.

La legge della forza

“Se un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto”. La frase di Gian Maria Volonté in “Per qualche dollaro in più” è forse la più evocativa del principio politico cardine della rivoluzione culturale Trumpiana: i forti vincono, i deboli soccombono. Chi vuole sopravvivere deve lottare e avere coraggio, altrimenti dovrà accettare la sua disfatta. Questo principio selvaggio, indiscutibile nel mondo del business, evoca oscuri presagi quando applicato in politica, specialmente in Europa, mai davvero ripresa dalla Seconda guerra mondiale.

Il dibattito si divide tra chi sostiene che i princìpi del diritto internazionale vanno in tutti i modi preservati, e chi invece sostiene che quella stagione è finita, bisogna accettare la brutalità della realtà, e partire da lì per costruire una nuova idea politica di rapporti internazionali. Se per decenni si è partiti dall’idea che ogni essere umano aspira e merita di vivere in pace, ora è chiaro alle opinioni pubbliche che il desiderio di sopraffazione e di conquista di una popolazione rispetto ad un’altra non è un fattore che può essere escluso dall’equazione.

I corpi martoriati a seguito dell’invasione russa e del 7 ottobre hanno dimostrato che chi non sa difendersi viene distrutto. Il discorso di Vance a Monaco ha inoltre spiegato senza giri di parole che gli americani non possono più accettare che le finanze USA siano una vacca da mungere per la salvaguardia degli alleati.L’opinione pubblica americana considera quella ucraina una piccola guerra periferica e nessuno è disposto a morire, e a pagare troppe tasse, per l’Europa.

Con fiuto animalesco, Trump sa perfettamente che i paesi NATO non investiranno mai le cifre pattuite per la loro difesa finché sapranno che il sostegno americano sarà scontato, e la paura dell’annientamento fisico è l’unica cosa che può svegliare l’UE dal suo torpore. La “chiamata alle armi” di Zelensky, il vero gigante politico europeo, dimostra che il messaggio è stato recepito alla perfezione, ora per gli europei non esiste una seconda possibilità.

E noi? Chiunque abbia a cuore la democrazia ed i principi dell’ordine liberale non può che essere spaventato. Un sondaggio alla vigilia delle elezioni USA dimostrò che la maggioranza degli intervistati sosteneva che la democrazia era in pericolo, e che fossero i democratici il vero pericolo.

Ciò dimostra che la rivoluzione a cui stiamo assistendo viene da significative parti di popolazione che non crede in più nei princìpi e nelle istituzioni prima considerate inviolabili. E ci siamo dentro anche noi. Il dibattito è aperto tra chi crede che la soluzione sia resistere a questa onda immensa riaffermando i princìpi precedenti, e chi crede che si debba farne i conti per costruire qualcosa di nuovo, scommettendo sul rilancio tecnologico e militare dell’Europa. In ogni caso, gli esiti sono ad ora imponderabili.


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6 pensieri su “Trump visto con gli occhi dei trumpiani

  1. blogdibarbara dice:

    Adesso toccherebbe a “Trump visto con gli occhi di chi lo disprezza e mostra di avere capito ben poco di ciò che sta succedendo”, ma non ce n’è bisogno: ci è appena stato mostrato.

  2. Roberto Natali dice:

    Analisi come al solito molto acuta. Con una contraddizione. Trump esercita “Il bullismo nei confronti dell’Unione Europea”, ovvero “sarebbe disonesto intellettualmente pensare che questa rivoluzione sia attuata da un despota e da un manipolo di bravi al suo servizio, seppure questa sia la narrazione più facile da accettare. Le due cose non stanno insieme.

  3. Alberto Hermanin dice:

    “Chiunque sia nato nella seconda metà del ‘900, ha imparato che, ancor più dei governi nazionali per loro natura corruttibili, bisogna porre fiducia negli organismi sovra-statali e trans-nazionali: le agenzie ONU, le corti costituzionali, le agenzie federali ed europee, la magistratura, i grandi organi di stampa sono garanti della democrazia perché “al di sopra” di essa. Questa fiducia era scontata ed era la realtà intorno a noi che lo spiegava”.
    Questo poi no: la mia fiducia negli organismi sovra statali è sempre stata scarsa, a partire da quando l’ONU equiparò senz’altro il sionismo al razzismo, cinquanta anni fa. Le corti penali internazionali? Hanno sempre lasciato il tempo che trovano, forti con i deboli e deboli con i forti, a partire proprio dal primo precedente, quella Norimberga in cui i vincitori giudicarono i vinti, una giustizia un po’ fragile, eh? Specie se fra i giudici siedano i rappresentanti dell’illuminato governo di Stalin, che è la stessa cosa dell’affidare all’Iran l’organismo ONU per il rispetto dei diritti umani. (Non discuto ovviamente gli esiti di Norimberga e le sacrosante condanne, ma la legittimità del tribunale a giudicare). La magistratura e gli organi di stampa…. Beh, lasciamo perdere, eh?
    Per dire come almeno personalmente ho sempre saputo che la tutela delle nostre libertà in campo internazionale riposava prima di ogni altra cosa sulla forza. Ricordo come fosse oggi l’esito delle elezioni tedesche che consegnando il potere a Kohl consentirono lo spiegamento degli euromissili, e di lì a poco la fine del comunismo in Europa: “perché uno uomo che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene rovini infra tanti che non sono buoni”.
    Concordo invece su Zelensky: “La “chiamata alle armi” di Zelensky, il vero gigante politico europeo, dimostra che il messaggio è stato recepito alla perfezione, ora per gli europei non esiste una seconda possibilità”. Appunto.
    Ci riusciremo? Non ci sono elementi per essere ottimisti, ma ci sono, indiscutibili, le motivazioni per provarci, a cominciare dalla logica di base. Ci sono momenti, nella vita di ognuno come in quella degli Stati e delle comunità, in cui si deve, semplicemente, fare, o almeno provare a fare la cosa giusta, opportuna e logica, vada come vada. Meno ciance, e più cannoni: nostri, europei, democratici: ma cannoni.

  4. Rossana Livolsi dice:

    Il debole va annientato…fragili, anziani, bambini, malati, buoni…se questa è la legge che dominerà lo scenario prossimo venturo lasciamo che le bande si contendano le città, che i rapinatori diano l’assalto a negozi, banche, uffici. È l’elogio del far west, ma alla fine nessuno sceriffo giusto verrà a portare ordine e giustizia. Stiamo tornando indietro di secoli ed invece della baionetta hanno i missili. Che mondo schifoso stiamo lasciando..

    • Roberto Natali dice:

      Io non l’intendo affatto in questo modo. E punto il dito contro le responsabilità dei ceti dirigenti che hanno provocato, in gran parte della popolazione occidentale, una crisi di rigetto nei confronti diel tentativo di stravolgere alcuni capisaldi politici ed economici che, per l’appunto, facevano parte della storia, della cultura, dei valori dell’Occidente. C’é stata una causa scatenante e scambiare la stessa con l’effetto non potrà certamente ad affrontare con realismo la nuova condizione che si é venuta a determinare.

  5. Andrea V. Fanni dice:

    Ottime considerazioni: il bullo, la legge del più forte, la società sempre più ignorante, spaventata, egoista e facilmente manipolabile…

    Ma un punto non condivido: quello di un Trump autonomo, che prende decisioni da sé.
    Questa visione cozza impietosamente contro la realtà che già intuivamo e che ora è sotto gli occhi di tutti.
    Trump è solo uno scagnozzo, sotto ricatto, di Putin.
    Non c’è una sola delle sue decisioni che non abbia avvantaggiato esclusivamente la Russia.
    Che sia il famoso video della prostituta che lo inonda di pipì in un hotel di Mosca, o uno qualsiasi dei suoi crimini e truffe, Putin tiene Trump per la gola.
    E Musk, amico o complice di Putin, ne è un’ulteriore leva.

    Così, oggi, il nostro nemico non è più la sola Russia, ma anche la sua estensione: l’America di Trump.
    Non l’America in sé, che per noi è un’alleata, un’amica, talora un esempio.
    No, l’America di Trump, cosa unica e a sé stante.

    Soltanto un’Europa compatta, armata e veloce, che dia tre sberle a un Putin alla frutta (e ai suoi pericolosissimi sicofanti infiltrati fra noi), può guardare negli occhi il bullo Trump in attesa, fra meno di due anni (se non prima…), che gli stessi Americani lo prendano a pedate.

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