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Un consiglio a Bettini: frequentare di più il socialismo europeo e meno il Fatto Quotidiano

Goffredo Bettini davanti al logo del Partito Democratico:

Il dibattito delle idee

Un consiglio a Bettini: frequentare di più il socialismo europeo e meno il Fatto Quotidiano

"Si paventa in modo del tutto irrealistico e paranoico un attacco militare di Mosca". Non sappiamo se Bettini quello che ha detto ieri al Fatto lo pensasse anche il 22 febbraio del 2022, come quasi tutti quelli che scrivono su quel giornale. Spero di no, ma

Goffredo Bettini davanti al logo del Partito Democratico:
Antonio Caridi19/04/2025Aggiornato 15/05/20255 min lettura1.058 parole

“Si paventa in modo del tutto irrealistico e paranoico un attacco militare di Mosca”. Non sappiamo se Bettini quello che ha detto ieri al Fatto lo pensasse anche il 22 febbraio del 2022, come quasi tutti quelli che scrivono su quel giornale. Spero di no, ma di sicuro ha le idee chiare sulle cause ultime del conflitto in atto: impedire che l’Ucraina entrasse nella NATO.

Perché è ovvio che Putin, per impedire questa eventualità che nessuno aveva mai prospettato, aveva solo la guerra a disposizione, essendo andati tutti i leader europei nei giorni precedenti il conflitto a confermargli proprio questo, che l’Ucraina doveva entrare nella NATO e non a cercare di risolvere le questioni che Putin, pretestuosamente, accampava per invadere e bielorussizzare uno stato sovrano che non rispondeva più, dopo Maidan, ai suoi voleri. Ma il punto su cui più di tutti Bettini ha ragione è che non si può stare nello stesso partito se si hanno idee così lontane su questioni fondamentali come pace e guerra.

E allora, da iscritto allo stesso partito di Bettini, cerco di spiegarmi come si sia potuto arrivare a questa situazione. Io, personalmente, mi sono iscritto nel 2007 al Pd perché lo ritenevo un nuovo inizio della sinistra italiana e non la continuazione sotto altre vesti di una storia che rimandava al PCI.

Ma non per tutti, evidentemente, è stato così e oggi che il mondo ci pone di fronte a scelte drammatiche, ci si divide in base alle divergenti letture della politica e della storia che non erano state, evidentemente, adeguatamente e onestamente elaborate al momento della fondazione. Forse, il problema consiste proprio nella genericità con cui vennero elaborate le coordinate politico-culturali del Partito Democratico e nei tanti nodi irrisolti che si preferì rimuovere dietro un appello generico alle culture politiche fondamentali da cui traeva origine.

Nel documento di Orvieto che nel 2007 accompagnò la nascita del PD, i riferimenti erano, genericamente, ai filoni del riformismo socialista, cattolico e liberale, che avevano rappresentato la migliore eredità dei partiti della Prima Repubblica che si univano nella nuova formazione. Però, sappiamo anche che, nella storia politica del nostro paese, queste tradizioni politiche hanno avuto sempre una navigazione molto difficile, insidiate, a destra, da chiusure reazionarie e corporative e, a sinistra, dal massimalismo ideologico di chi guardava il sol dell’avvenire in direzione di Mosca.

E sappiamo anche che, dopo il crollo del Muro di Berlino e dopo Tangentopoli, a sinistra, i gruppi dirigenti eredi del PCI e della sinistra democristiana hanno ritrovato un proprio collante politico nel giustizialismo e nell’antiberlusconismo, piuttosto che in una vera elaborazione politica che avrebbe dovuto privilegiare l’unica ideologia uscita vincente dal Novecento, il socialismo democratico, che invece venne eliminato per via giudiziaria.

Dietro il paravento della questione morale, del giustizialismo e dell’antipolitica, sono così potute convivere, prima nell’Ulivo e poi nel Partito Democratico, posizioni e sensibilità molto diverse su questioni fondamentali di politica interna e politica estera, come coniugare crescita economica e giustizia sociale, come intendere un più equilibrato rapporto tra la natura e le esigenze di una società industriale, quale Europa costruire e come intendere il rapporto con l’America e con l’altra sponda del Mediterraneo.

E questo spiega come sia stato possibile che nello stesso partito siano a lungo convissute posizioni politiche così distanti che adesso vediamo deflagrare su un tema cruciale come quello della guerra in Ucraina, tra chi sostiene fino in fondo la necessità di difendere la resistenza ucraina e chi invece considera, come fa Bettini, possibile un compromesso con le richieste di Putin, perché mosse da una comprensibile sensazione di insicurezza generata dall’espansionismo Euro-Nato.

A me pare invece che ridicolizzare il pericolo putiniano (comodo farlo dall’Italia, provasse a farlo in Estonia, in Moldovia a Kaliningrad e in quello che resta dell’Ucraina) e contemporaneamente addebitare di follia nazionalista il riarmo europeo vuol dire non comprendere come la storia sia cambiata negli ultimi trent’anni.

Si continuano a leggere le mosse dell’impero russo (uso questo termine perché penso che vadano prese sul serio le intenzioni di Putin), solo come reazione difensiva dell’Occidente, visto sempre come archetipo imperialista. E quindi si ripete la giaculatoria che da Mearsheimer a Sachs fino a Barbara Spinelli legge gli anni dalla caduta del Muro di Berlino come un allargamento della Nato per volontà imperialista e non, come realmente è stato, come legittima difesa di paesi che, a fronte del revanscismo russo, hanno chiesto di aderire alla NATO come legittima aspirazione alla libertà e alla sicurezza.

Magari, se Bettini aggiornasse le sue letture, approfittando della recente uscita a cura di Andrea Graziosi di una serie di saggi sul Nazionalismo russo per i tipi di Viella, magari capirebbe che per popoli che hanno vissuto gli ultimi tre secoli sotto il tallone russo, dopo la caduta del muro di Berlino e il ritorno in grande del disegno imperialista di Putin di ricostituire il Russkyi Mir, aderire alla NATO voleva dire soltanto preservare la pace. E lo stesso vale per il riarmo europeo, che non è follia nazionalista, ma l’unico argine alla follia nazionalista che imperversa dal Cremlino sui confini orientali dell’Europa.

E invece per Bettini l’Europa dovrebbe limitarsi ad essere uno spazio di pace, sostanzialmente disarmato, capace di mediare tra gli opposti imperialismi che si fronteggiano. Magari ripetendo le stesse parole d’ordine con cui nei primi anni 80 si opponeva al dispiegamento dei Cruise come risposta alla minaccia posta dagli SS20 sovietici schierati nella Germania comunista.

Sappiamo che allora la posizione più sensata fu quella del governo Craxi, che insieme ai socialisti francesi e tedeschi, capì quale fosse la giusta risposta per garantire la pace. Secondo me, anche adesso Bettini farebbe bene a confrontarsi di più coi socialisti europei e a frequentare di meno la redazione del Fatto quotidiano.


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