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Un cristiano dinanzi alla Resistenza

Partigiano italiano durante la Resistenza: simbolo di impegno cristiano e lotta per la libertà contro il fascismo

Speciale 25aprile

Un cristiano dinanzi alla Resistenza

Il 25 aprile celebriamo in Italia la festa della Liberazione dal nazifascismo. Non si tratta semplicemente di una “festa della libertà”, come qualcuno ha provato a definirla: la differenza non è solo formale. La libertà è un valore fondamentale, essenziale per una vita umana degna, ma

Partigiano italiano durante la Resistenza: simbolo di impegno cristiano e lotta per la libertà contro il fascismo
Alfonso Lanzieri26/04/2025Aggiornato 09/05/20255 min lettura1.074 parole

Il 25 aprile celebriamo in Italia la festa della Liberazione dal nazifascismo. Non si tratta semplicemente di una “festa della libertà”, come qualcuno ha provato a definirla: la differenza non è solo formale. La libertà è un valore fondamentale, essenziale per una vita umana degna, ma non si realizza da sola. La storia dell’umanità è segnata da una lunga e ancora attuale lotta contro tutte le forme di oppressione che hanno schiacciato i diritti, la dignità e il desiderio di felicità delle persone.

Tra chi vede il mondo con disillusione e chi lo guarda con un ottimismo superficiale, si apre uno spazio realistico: quello di una realtà complessa, fatta di luci e ombre, dove il bene può crescere, ma sempre a caro prezzo, altrimenti non è bene. Per questo parliamo di “liberazione” e non genericamente di “libertà”: perché la festa del 25 aprile nasce da una resistenza concreta contro un male reale, che 80 anni fa si è mostrato in una delle sue forme più tragiche, ma non certo, purtroppo, definitive.

In quella lotta si unirono persone di diversa estrazione culturale e politica, anche se qualcuno ha tentato e tenta di sminuire la pluralità del fronte partigiano. Alcuni, pur credendo nella non violenza, si ritrovarono a combattere armi in pugno perché l’oppressione era ormai intollerabile. Anche questo è parte del dramma umano: quando il diritto viene calpestato dalla violenza, a volte solo la forza può cercare di ristabilirlo. Anche molti cristiani presero parte alla Resistenza.

Chi crede davvero, infatti, non può restare indifferente alle speranze e alle angosce del proprio tempo. Il cristiano vive dentro la storia, anche se non si lascia assorbire completamente da essa. Deve evitare due estremi: da una parte, il fanatismo politico che confonde l’avvento del Regno di Dio con il successo dei partiti terreni; dall’altra, il distacco spirituale che scambia la tensione per l’eternità con l’indifferenza verso il presente.

Certo, il cristiano crede che la definitiva liberazione non consiste solo nella purificazione delle strutture sociali o politiche, ma risiede in una più profonda vittoria spirituale sul male. Tuttavia egli è pienamente cittadino di questo mondo (non metà sulla Terra e metà in Cielo, ma tutto di qua e tutto di là) e deve decidersi, talvolta a prezzo di difficili travagli di coscienza.

I cattolici che scelsero di partecipare attivamente alla lotta armata contro il nazifascismo non potevano contare su indicazioni ufficiali da parte della Chiesa istituzionale. Durante il periodo della Resistenza (1943–1945), i vescovi cattolici italiani, nella loro maggioranza, non si espressero in modo chiaro o unitario a favore della lotta armata partigiana.

Anzi, prevalsero spesso toni cauti, ambigui o contrari, dettati da varie ragioni, che si possono anche comprendere: la condanna della violenza in generale, l’incertezza politica e morale, e il rischio di spaccare il Paese in una guerra civile. La presenza dei comunisti nella lotta partigiana, aumentò poi il sospetto di alcuni uomini di Chiesa, perlomeno dei più conservatori. Possiamo solo pensare, allora, a quanto fu difficile, per quei cattolici che presero parte alla resistenza, trovare sicurezza e pace interiore nella loro decisione.

Si trattò, in effetti, di uno dei dilemmi morali più profondi e sofferti per molti credenti. Per me questa è una delle memorie più preziose da conservare. Il 25 aprile non può essere né una parata buonista, in cui si festeggiano una “libertà” e una “pace” che non si sa da dove vengano, né una continua lotta a senso unico, portata avanti da un ben preciso partito culturale, che ha diviso il mondo in buoni (chiunque combatta l’Occidente) e i cattivi (chiunque e qualunque cosa sia collegabile al liberalismo Occidentale), al punto tale da ignorare la resistenza ucraina, e sposare il fascismo pacifista di Putin e Trump.

Il 25 aprile non è solo la celebrazione della lotta partigiana che ci ha liberati dal giogo nazifascista, ma anche la memoria di un’altra lotta: quella che si gioca nella nostra coscienza, quando dobbiamo renderci conto che, purtroppo, la guerra non si può abolire con i buoni auspici, che di fronte al male, in certe precise circostanze storiche, la “profezia” e il “martirio”, di per sé altissime vette dello spirito umano, possono addirittura rappresentare una tentazione di fuga dalla realtà, a certe condizioni.

C’è qualcuno che attende di essere liberato dall’aguzzino: se non lo facciamo noi, non lo farà nessuno. Inutile ricordare il pacifismo dei primi cristiani: quando sei parte di una setta perseguitata dall’Impero è un conto; diverso è quando si è cristiani integrati dentro la politica di Stati, in cui la salvaguardia di diritti e libertà è anche una tua responsabilità. La coscienza va tenuta vigile di fronte all’appello della storia, che è sempre un intreccio di bene e male, e in cui l’innocenza è la disponibilità a rischiare la propria purezza per la vita dell’altro.

Lo testimonia la vicenda di Teresio Olivelli, oggi venerato come beato dalla chiesa cattolica. Durante il regime fascista, si era impegnato nelle sue istituzioni culturali, diventando addirittura segretario dell’Istituto di Cultura fascista. I viaggi ufficiali nella Germania hitleriana, però, ingigantirono alcuni dubbi che già covavano in lui. Nel 1943 si unì alla resistenza contro il nazifascismo. Dopo essere stato in diversi campi di prigionia, morì il 17 gennaio del 1945, a soli 29 anni, a Hersbruck.

Durante la reclusione, aiutava e confortava i suoi compagni, irritando i carcerieri. Fu ucciso da un calcio sferratogli perché aveva preso le difese di un altro internato, picchiato da un kapò. Scrisse la “preghiera del ribelle”: «Quanto piú s’addensa e incupisce l’avversario, facci limpidi e diritti. Nella tortura serra le nostre labbra, spezzaci, non lasciarci piegare.

Se cadremo fa che il nostro sangue si unisca al Tuo innocente e a quello dei nostri morti a crescere al mondo giustizia e carità». Un dettaglio che oggi si illumina di una luce particolare: il ragazzo di cui Olivelli prese le difese, in quel gennaio del ’45, era ucraino.


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Un pensiero su “Un cristiano dinanzi alla Resistenza

  1. giovanni dice:

    Emblematica è la storia di Don Aldo Moretti tra i fondatori della formazione partigiana “Osoppo” che Burelli Ottorino narra nel suo libro”Aldo Moretti : protagonista della “resistenza verde” in Friuli”Udine : Federazione italiana volontari della libertà, Associazione partigiani “Osoppo-Friuli”, 2004

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