Conflitto Israele-Iran
Un po’ di chiarezza sulla cornice giuridica dell’attacco israeliano all’Iran
Ospitiamo con grande piacere un articolo di Luca Lovisolo, ricercatore indipendente di diritto e relazioni internazionali e traduttore. Ha scritto il volume Gli imperi non vogliono morire. Sullo scontro fra Israele e Iran vanno consolidandosi narrazioni che tendono a confondere la percezione dei fatti. Le risposte



Ospitiamo con grande piacere un articolo di Luca Lovisolo, ricercatore indipendente di diritto e relazioni internazionali e traduttore. Ha scritto il volume Gli imperi non vogliono morire.
Sullo scontro fra Israele e Iran vanno consolidandosi narrazioni che tendono a confondere la percezione dei fatti. Le risposte ad alcuni quesiti ricorrenti, senza pretesa di completezza.
Israele ha violato il diritto internazionale con una difesa preventiva contro l’Iran? Tre fatti contraddicono questa affermazione: 1) L’Iran determina e supporta l’azione di gruppi paramilitari (Hamas, Hezbollah, Houti) che aggrediscono già materialmente Israele ed è perciò correo morale e materiale di tali aggressioni; 2) Israele attacca obiettivi militari o civili a uso militare: tali attacchi possono produrre vittime civili collaterali, spiacevoli ma ammesse; sarebbe invece censurabile l’attacco deliberato contro obiettivi civili senza finalità belliche; 3) Israele si tutela rispetto a una minaccia esistenziale, l’arma nucleare iraniana: in questo caso, la difesa preventiva è ammessa secondo la cosiddetta «formula Caroline» (1837). D’altra parte, la mancanza di questa eccezione al principio di materialità dell’offesa contraddirebbe la ratio stessa dell’istituto dell’autodifesa: in presenza di una minaccia esistenziale, si permetterebbe al minacciato di difendersi solo dopo essere stato annientato dall’aggressore.
Come per l’Iraq nel 2003, anche per l’Iran le prove potrebbero essere false? I due scenari non sono comparabili. Nel 2003 l’Iraq fu attaccato argomentando che possedesse armi di distruzione di massa, tesi poi dimostratasi falsa. Le prove apparvero subito deboli e gli USA faticarono molto a convincere i loro alleati e le Nazioni unite della solidità delle loro accuse. Inoltre, il grado di minaccia globale dell’Iraq non era paragonabile a quello dell’Iran oggi, benché il regime iracheno fosse abominevole. Le prove dello sviluppo nucleare militare in Iran, al contrario, sono fornite dalle stesse Nazioni unite, attraverso l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, e poggiano su uno storico pluridecennale. Vi sono poi le osservazioni dei servizi segreti e di Stati della regione non amichevoli verso Israele, che tuttavia stanno cooperando con discrezione alle azioni dello Stato ebraico contro il programma nucleare iraniano, che è minaccia comune. Non è realistico che l’Iran possa realizzare subito una bomba atomica, come sostiene Benjamin Netanyahu, ma è accertato che è in grado di arricchire uranio a tale scopo in ormai pochissimo tempo e deve essere fermato tempestivamente, non solo nell’interesse di Israele.
L’Iran rispettava l’accordo del 2015 sul controllo del nucleare? La questione è mal posta. Rispettato o no, l’accordo non produceva la rinuncia definitiva dell’Iran all’armamento nucleare. I controlli non garantivano che lo sviluppo non potesse continuare in segreto e, rimuovendo le sanzioni, forniva all’Iran nuovi mezzi per proseguirlo. L’accordo, in astratto, era un apprezzabile atto politico di apertura verso la dirigenza iraniana, ma, comunque lo si giudichi, soffriva di una contraddizione strutturale: si fondava sulla convinzione che un approccio negoziale razionale, fondato sull’equilibrio di interessi, funzioni anche con regimi che non agiscono secondo la razionalità tipica del diritto positivo occidentale, ma sono guidati da dogmi religiosi o ideologici. Gli accordi con tali regimi non sono impossibili, ma devono essere garantiti da un’adeguata e vigile forza di dissuasione.
L’Iran non può volere l’arma nucleare? Nessuno Stato può decidere d’arbitrio di dotarsi di un’arma nucleare. Esistono accordi internazionali contro il proliferare di tali ordigni fatali. Ogni nuovo armamento o estensione degli arsenali esistenti che esca da tale quadro o è illecito o presuppone la denuncia o modifica dei trattati, con le conseguenze del caso. Pertanto, il possesso dell’arma nucleare non è un diritto nascente da un principio generale di equità («se ce l’ha Tizio ha diritto di averla anche Caio»): è regolato da norme che tutelano la sicurezza collettiva. Ciò vale vieppiù per Stati privi di meccanismi democratici di controllo. Vero che vi sono già Paesi poco affidabili dotati di arma nucleare, ma questo non è un buon motivo per accettare che se ne aggiunga un altro. L’Iran, infine, presenta un quadro più complesso e minaccioso, anche per le sue relazioni con gruppi terroristici e paramilitari.
E’ sempre bene ricordare che l’Iran costituisce già oggi una minaccia oltre la sua regione. Missili iraniani sono in grado di raggiungere il Sud Europa. Vi sono parti del dibattito pubblico europeo che perseverano nel dare delle vicende mediorientali letture irreali, persino protettive degli attori più violenti e minacciosi per tutti. I pericoli per l’Europa provenienti da quello scenario sono concreti, nonostante la scarsa percezione da parte delle opinioni pubbliche continentali.
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Al trattato di nonproliferazione hanno aderito ben 191 paesi, anche se possiamo considerare la Corea del Nord ormai fuori. I cinque paesi che già possedevano armi nucleari nel 1968 — Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia, e Stati Uniti— le possono conservare, ma con l’impegno di lavorare per la loro eliminazione. Gli altri Stati parte, tra i quali l’Iran, rinunciano definitivamente alle armi nucleari. Tra i paesi con armi nucleari, India, Pakistan e Israele non hanno mai aderito al trattato, e la Corea del Nord si è di fatto ritirata.
Analisi interessante ma, per quel che ne so, al Trattato per la non proliferazione nucleare hanno aderito ben poche nazioni e, prevalentemente, nazioni che già avevano armi nucleari.
Molte nazioni, Israele compreso, hanno ordigni nucleari senza aver aderito al suddetto trattato.
Il Trattato di non proliferazione nucleare è firmato da 191 Stati, con o senza arsenale nucleare: la quasi totalità di quelli esistenti, tra i quali l’Iran, perciò non «ben pochi.» Inoltre, nel testo parlo al plurale di «accordi internazionali:» la non proliferazione e il controllo degli armamenti sono materie regolate da un complesso di molti trattati, non riducibili al solo Trattato di non proliferazione. L’orientamento della comunità internazionale verso la non proliferazione, pertanto, è chiaro. Anche se alcuni Paesi non hanno sottoscritto il trattato, neppure questi possono pensare di agire senza tenere conto di tale orientamento.
Sarebbe certo desiderabile che tutti i Paesi, anche Israele, rinunciassero all’arma nucleare: per giungere a questo risultato è semmai utile cercare di estendere il Trattato stesso ai Paesi che ancora non lo accettano, anziché consentire a quelli che lo hanno firmato, come l’Iran, di violarlo. Infine, gli Stati non sono tutti uguali: l’arma nucleare in mano a un regime dittatoriale è cosa diversa dalla stessa arma in mano a un regime democratico.
Tutte le informazioni citate qui sono facilmente reperibili anche in lingua italiana. Prima di commentare un articolo tecnico, si accerti di avere informazioni corrette e di applicare la necessaria logica argomentativa.
Analisi azzeccata, che mescola realismo e conoscenza di quanto dice veramente il diritto internazionale relativo alla guerra. Aggiungerei soltanto che la situazione attuale sarebbe un po’ migliore se il presidente del mio paese (gli Stati Uniti) non avesse fatto saltare, durante il suo primo mandato, l’accordo sul nucleare con l’Iran. L’autore giustamente sottolinea la natura molto circoscritta di quell’accordo, e personalmente non mi aspettavo che l’Iran lo rispettasse (vedi https://www.washingtonpost.com/opinions/iran-hasnt-changed-its-terrible-ways/2015/07/20/56db9de2-2f00-11e5-8f36-18d1d501920d_story.html). Ma l’Iran sembra aver rispettato l’impegno relativo all’arricchimento d’uranio, mentre invece si è vista un’impennata impressionante dell’arricchimento dopo che Trump ha messo fine all’accordo nel 2018. Saremmo messi un po’ meglio oggi se l’accordo fosse rimasto in vigore.
Grazie per il Suo commento. Vero che l’Iran sembra aver rispettato l’accordo, anche se in realtà non sappiamo cosa sia successo davvero dietro le quinte, nei tre anni di applicazione; concordo altresì che recedere dall’accordo fu comunque una mossa poco lungimirante, da parte dell’amministrazione Trump I.: qualche possibilità di controllo sulle attività iraniane la permetteva. Credo che la vera debolezza fosse l’aver tentato un approccio rational choice in una situazione di totale squilibrio valoriale. Funzionò con l’Unione sovietica per i trattati sul disarmo, ma il quadro degli interessi in gioco era molto diverso e l’URSS era un attore decisamente più razionale, benché fosse un regime guidato da un’ideologia. Con l’Iran ho pochi dubbi che avremmo scoperto, prima o poi, che lo sviluppo nucleare era andato avanti nonostante l’accordo in qualche sito non dichiarato, grazie alla ripresa economica permessa dalla revoca delle sanzioni, concessa già per la sola firma dell’accordo stesso, salvo riapplicazione in caso di mancato adempimento (anziché il contrario, come avrebbe dovuto essere). Avremmo avuto il danno e anche la beffa, ma, a questo punto, possiamo fare solo ipotesi. L’Occidente non riesce ancora a capire che con Paesi che hanno retroterra culturali così diversi, dove vigono le logiche non lineari dell’integralismo religioso o politico, non è possibile applicare le logiche utilitaristiche occidentali: vengono considerate ingenue e aggirate come niente fosse. I fallimenti occidentali (e anche quello sovietico) in Afghanistan sono un altro, triste esempio di questa miopia. Cordiali saluti. LL
Ricordo infatti che quando è stato fatto presente che anche Israele ha l’atomica e, messo alle strette, non avrebbe esitato a usarla, Kamenei (o qualche suo portavoce, non ricordo bene: sono passati decenni) rispose: ma noi possiamo eliminare Israele del tutto, mentre loro potranno eliminare al massimo trenta milioni di noi, perdita che, essendo un miliardo e mezzo, possiamo benissimo permetterci. Ecco, non credo di sbagliare se ritengo di poter escludere che un qualsiasi capo del Cremlino avrebbe mai potuto ragionare in questo modo. La deterrenza reciproca funziona quando le due parti in gioco condividono almeno alcuni principi di base e il prendere decisioni su basi razionali.