Conflitto russo-ucraino
Una notte di Natale sul fronte ucraino – parte terza
Un reportage sul campo, senza filtri, senza retorica ma struggente nel suo realismo fotografico. Da cronista di guerra consumato. Ma Fabrizio Fiori non è un cronista. E’ un insospettabile avvocato e docente di diritto che decide il giorno della Vigilia di Natale di andare a vivere



Un reportage sul campo, senza filtri, senza retorica ma struggente nel suo realismo fotografico. Da cronista di guerra consumato. Ma Fabrizio Fiori non è un cronista. E’ un insospettabile avvocato e docente di diritto che decide il giorno della Vigilia di Natale di andare a vivere uno spicchio della guerra altrui, di andare a suturare, a proprio rischio e pericolo, qualcuna delle tante ferite provocate da questo conflitto.
Ne esce un racconto di straordinaria ordinarietà, un inno alla vita e alla libertà, che della vita è essenza stessa. Un inno che non necessita degli strepiti dello pseudo pacifismo, perché si nutre dell’autenticità della guerra di Resistenza, quella vera, e dei gesti di dedizione e di resilienza delle persone che l’accompagnano.
Trovare scritti come quello di Fabrizio Fiori, che vi proponiamo in tre puntate, è uno dei motivi per cui esiste InOltre. Siamo felici e orgogliosi di pubblicare questo diario di una notte di Natale sul fronte ucraino.
***
Parte prima: Addio ad un amico
Parte seconda: Il punto rosso sulla Mappa
Parte terza: La Notte di Natale
Il vero Mash lo vedo quando arriviamo a destinazione: si chiama punto di stabilizzazione ed è dove i feriti vengono portati dal Medevac, per essere stabilizzati e destinati agli ospedali. In pratica è il sostituto degli ospedali da campo e questo è quello del Battaglione Da Vinci Wolves, una delle unità di volontari più famosi dell’Ucraina. Qui l’oscuramento c’è e per evitare di essere individuati tutte le finestre dell’edificio che lo ospita sono coperte da spessi teli.
Si sentono dei “tuoni” in lontananza ma cessano dopo poco dal nostro arrivo. Tommy verrà a prestare servizio qui fra una settimana e all’esterno vengono ad accoglierci i membri del team di Medevac a cui il suo darà il cambio. Uno di loro si rivolge a me e mi chiede cosa sono: un anestesista o un paramedico. Rispondo nessuno dei due ed il mio interlocutore pensando che io sia un combattente, con un sorrisino ironico mi dice “allora sei uno scavafosse o uno destinato a riempirle, come tanti qua attorno”.
Entriamo nella struttura e scopriamo che fino a poco tempo fa era una scuola o un asilo. Nell’atrio, vicino all’entrata, sono accatastati i lettini dei bambini con sopra ancora le coperte colorate, mentre in fondo campeggia una specie di altare votivo del fondatore del battaglione con una sua fotografia contornata da ceri e icone ortodosse. Dmytro Ivanovych Kotsiubailo, call sign “Da Vinci”è una leggenda in Ucraina.



Quando è scoppiata la guerra nel 2014 aveva solo 18 anni ed è partito volontario. Ha formato una sua unità, i Da Vinci Wolves e si è guadagnato sul campo tutte le più importanti onorificenze militari ucraine incluso l’ordine di Eroe dell’Ucraina. Quando è stato ucciso nel marzo del 2023, difendendo Bachmut, il presidente Zalensky ne ha dato personalmente l’annuncio in televisione. In tutte le foto ufficiali appariva sempre crucciato con un piglio da duro, mentre in questa quasi sorride mostrando quello che realmente era. Era un ragazzo, un ragazzo morto a soli 27 anni e che ha passato tutta la sua vita da adulto in una trincea combattendo per essere libero, e per un futuro che non vivrà mai.
Nell’atrio ci viene incontro Alina la vedova di Dmytro che dirige il punto di stabilizzazione. È una ragazzina che al massimo avrà venticinque anni. Mi vengono le lacrime agli occhi pensando alla vita da adulta che anche lei ha fatto sin ora, al dolore che deve aver provato quando la guerra le ha strappato ciò che aveva di più caro e alle responsabilità di cui continua nonostante a farsi carico dirigendo un ospedale da campo in prima linea. È una ragazza eccezionale e anche lei ha l’età per poter essere mia figlia. Se lo fosse ne sarei immensamente orgoglioso. Vorrei chiederle il permesso di fare una foto all’altarino di Dmytro ma non ho il coraggio. Tutto dovrebbe essere documentato ma mi sentirei come un turista di guerra. Non lo sono, non mi sento tale e non voglio nemmeno sembrarlo.

Quando ero piccolo l’Anna la mia tata abruzzese, quando si parlava di persone cattive, sibilava a denti stretti nel dialetto teramano “prenderei nu’ legno e gl’acciacherei la testa”. Dio mi perdoni ma questa sera vorrei tanto avere in mano quel legno ed essere al Cremlino e acciaccargli la testa per benino. E se Dio non mi perdonasse non m’interessa, lo farei lo stesso per tutte quelle migliaia di giovani sia Ucraini che Russi a cui lui sta portando via la vita e comunque gli anni migliori. Lo farei per tutte le sofferenze che sta causando. Lo farei per senso di giustizia.
Torniamo fuori per scaricare i medicinali che portiamo e mentre lo facciamo arriva l’altra unità logistica con cui avevamo il rendez vous. Fuori i medicinali e dentro le gomme da ambulanza di cui ha necessità un’altra squadra. Dopo aver finito il lavoro facciamo il cenone di Natale presso l’ospedale da campo dei Da Vinci. Ci fanno accomodare in una stanzetta attrezzata a refettorio e Alina stessa ci serve una scodella di zuppa col pane. Mi viene da sorridere che una ragazzina con le responsabilità di un maggiore o di un tenente colonnello di sanità militare si preoccupi di dare da mangiare personalmente a tre improvvisati Re Magi, che le hanno portato un carico di medicine la notte della vigilia di Natale. È toccante e quasi simbolico, e mi chiedo se la Madonna avesse offerto anche lei una ciotola di zuppa ai Re Magi. Da queste parti indubbiamente si creano strani Presepi.
Di feriti all’ospedale ce ne sono tanti. I ragazzi del Medevac ci hanno detto che sono due giorni che ne portano in continuazione. Però non si sentono lamenti: saranno gli effetti dei sedativi o quelli della dignità o forse di entrambe. Ci viene invece a trovare la mascotte dell’ospedale, un bellissimo e affettuosissimo Akita Inu maschio di colore rosso. In Ucraina tutte le unità militari hanno cani e gatti come mascotte, a volte più di uno. Aiutano i soldati a mantenere un contatto con la propria umanità nonostante gli orrori della guerra. Anche questo cucciolone fa qui il suo e un po’ aiuta anche noi. Ciascuno di noi tre, accarezzandolo, con un sorriso ripensa al proprio amico peloso che lo aspetta a casa. A lui non resisto e chiedo ai miei amici di farmi una foto mentre lo abbraccio, da mandare a casa per far capire che va tutto bene.

Ringraziata Alina per la zuppa ci mettiamo al tavolo e tracciamo l’itinerario su cui proseguire. Siamo a sud ovest di Prokrosk e per proseguire verso Sloviansk dovremmo attraversare la città, seguendo l’arteria logistica principale. Decidiamo però che è troppo pericoloso perché, dopo che i Russi hanno preso il villaggio di Shevchenko, la strada passa troppo vicino al fronte, e rischiamo d’incappare in qualche drone che non siamo equipaggiati per affrontare. Quindi andremo a nord est tagliando Pokrosk e Costantinivka, puntando direttamente su Kramatosk. Ci rimettiamo in moto e prima di uscire dal paese incontriamo di nuovo il matto che vaga fra il traffico e gli improperi degli autisti militari. Di nuovo questa scenetta ci strappa una fragorosa risata.
Navighiamo nella sera che ci appare buia come la tarda notte. Percorriamo strade fangose piene di veicoli militari di ogni genere che hanno fatto la nostra stessa scelta. Una cosa che ci colpisce è il numero di incidenti stradali a cui passiamo a fianco. Ne contiamo ben otto in un paio di ore e Tommy commenta che sarebbe imbarazzante andare in guerra e tornare ferito a causa di un banale incidente stradale, una cosa che può capitarti anche nel Surrey dove abita lui. In effetti non ha tutti i torti e invitiamo Buzz ad essere prudente. Essendo un autista di Casevac è abituato alla velocità e anche su queste stradacce raramente scende sotto i cento all’ora. Per altro il furgone, un vecchio Mercedes 4×4, è una donazione di un’anziana signora inglese di nome Rose e ha la guida a destra. Quindi, ad ogni sorpasso, è Tommy o chi siede al finestrino che deve dare il via libera all’autista per evitare di fare un frontale con veicolo che procede in senso opposto. Di notte, con la strada sterrata e nel fango, non è proprio la più sicura delle situazioni.
Arriviamo a Kramatorsk la città fortezza del Donbass verso le otto e Buzz propone di fermarci in un negozio di alimentari per comprare qualcosa con cui integrare il nostro magro cenone natalizio. Tutti i negozi sono ovviamente chiusi e le uniche persone ancora in giro sono militari. Troviamo fortunosamente un negozio di alimentari ancora aperto e compriamo degli spicchi di pizza surgelata, una confezione di salamini (in caso nell’alloggio non ci sia luce o gas per scaldare la pizza), un po’ di pane nero, qualche bottiglia d’acqua e una di coca cola. Non è un gran cenone ma servirà a calmare i morsi della fame.

Fuori dal negozio c’è una strana macchina bianca con la scritta Nazioni Unite sul lato e all’interno un altrettanto strano tizio in mimetica. Tommy, cha ha lavorato per le Nazioni Unite, va a parlargli e torna indietro scuotendo la testa. “Quello è delle Nazioni Unite, come io sono una guardia della torre di Londra” sentenzia risalendo sul nostro veicolo. Cose e persone strane che s’incontrano da queste parti.
Mentre usciamo da Kramatorsk si spengono le luci stradali: è iniziato l’oscuramento perché qui c’è. Poco prima dell’oscuramento passiamo accanto al nono incidente: ad un incrocio un ragazzo locale ha tamponato una camionetta di energumeni barbuti che appartengono a qualche unità militare d’élite. Anche questa scenetta appare un po’ comica perché il ragazzo, nonostante sia in torto sbraita come se avesse ragione e i barbuti in mimetica, nel cercare educatamente di calmarlo, sembra un gruppo boys scout troppo cresciuti. Il pensiero che ci passa per la testa è unanime: ma come diavolo guidano da queste parti?
Finalmente arriviamo a Sloviansk e, grazie a Dio, nell’alloggio che ci hanno assegnato c’è la luce elettrica e un boiler a gas che sembra funzionate. Quindi, probabilmente, avremo anche l’acqua calda. Nell’alloggio ci sono solo un letto e un divano letto e i miei giovani amici, essendo io il più anziano, mi offrono la prima scelta su dove dormire. Lascio il letto e il divano a loro e mi ricavo un giaciglio con due poltrone messe una di fronte all’altra e il sacco a pelo. Alla fine sarà un giaciglio meno scomodo di quello che sembra, anzi quasi comodo. Dopo che ci siamo sistemati Buzz si eclissa con la scusa che deve andare a salutare un amico che lavora all’ospedale da campo di Lyman.
Dopo che è uscito io e Tommy maligniamo che l’amico sia in realtà un’amica. Non ti metti al volante per altri quaranta minuti dopo che hai viaggiato in zona di guerra per tutto il giorno per salutare un amico, e nemmeno un fratello. In tutto questo non c’è niente di male: è la realtà della guerra che ti porta a cercare gli affetti dove e quando puoi. Anche Tommy, benché sposato, durante il suo ultimo turno qui, deve aver avuto una liaison con una sua compagna del team medico. Non me lo ha detto ma lo intuisco da come ne parla con rispetto, affetto e anche una punta di rimpianto. Forse farei lo stesso anch’io se rimanessi qui più a lungo.
Nell’attesa che Buzz ritorni proviamo a farci una doccia o qualcosa di simile. Il boiler funziona ma non c’è pressione per far arrivare l’acqua calda in bagno. Quindi la doccia diventa delle secchiate di acqua semi tiepida presa dal rubinetto di cucina con i contenitori vuoti dell’acqua potabile. Non ci lamentiamo perché rispetto ai soldati nelle trincee qui attorno stanotte dormiamo al Grand Hotel. Dopo esserci lavati alla bene meglio sbattiamo i tranci di pizza nel microonde e attacchiamo la confezione di salamini ed il pane nero. Mentre mangiamo ci mettiamo a parlare di quello che abbiamo visto quest’oggi, della guerra e dei nostri pensieri. Abbiamo indubbiamente tanto di cui parlare.
Buzz riappare dopo un paio d’ore felice come un bambino ed io e Tommy dentro di noi maligniamo ancor di più. Nessuno di noi però gli dice niente, perché vederlo sorridere rende felici anche noi. Anche questo è un aspetto della guerra: gioire fino in fondo anche delle piccole cose perché non sai quale sarà il tuo domani. Noi questa sera un’idea del nostro più o meno ce l’abbiamo e ci mettiamo seduti tutti e tre per fare il programma di lavoro per il giorno successivo.
Dobbiamo smontare un deposito di attrezzature mediche e spostarlo a Sumy. Una delle brigate si trasferisce da questa zona al tritacarne della sacca di Kursk e noi gli andiamo dietro. Oltre al deposito dobbiamo organizzare lì una base logistica e fare dei sopralluoghi per valutare la viabilità verso Sudza, nonché individuare una nuova la posizione per l’ospedale da campo. Finiamo il planning e poi ognuno fila al suo letto o presunto tale. Al buio prima di addormentarci sento la voce di Tommy che urla “Hey Mates, Merry Christmas”. Io guardo l’orologio e sorrido: è mezzanotte e dieci, è Natale e non ce n’eravamo neppure accorti. Si è proprio Natale. Buon Natale a tutti.
Fabrizio Fiori, classe 1967 bolognese e di professione avvocato. Dal 2008 ha iniziato a lavorare con l’Ucraina dove nel 2015 aveva aperto la filiale di uno studio legale italiano. Prima della guerra lavorava tra Bologna e Kiev dove viveva la sua famiglia. Attualmente è socio di uno studio legale Ucraino ed è professore di Istituzioni di Diritto Internazionale presso la STU – State Tax University, l’università del Ministero delle Finanze Ucraino con sede a Irpin. Dai primi giorni di guerra si è occupato di attività umanitarie e di supporto all’Ucraina, prima a livello personale e poi con varie associazioni. Attualmente svolge la propria attività con un’associazione da lui stesso fondato che si occupa principalmente dell’acquisto e dalla donazione all’Ucraina di ambulanze e veicoli sanitari, nonché del trasporto e della consegna di aiuti per conto di altre associazioni. Dopo il rientro della famiglia a Kiev viaggia regolarmente fra Italia e Ucraina dove accanto all’attività umanitaria, ha ripreso quella accademica. Recentemente è entrato a far parte dei Volontari della Fondazione Mobile Medical Rescue che si occupa delle evacuazioni e del primo soccorso ai feriti fra il personale militare e la popolazione civile nelle zone del fronte.
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Carissimo Fiori, la sua testimonianza è cruda perché reale e dimostra l’importanza dei volontari (medic, combat, ecc…). Che Dio vi benedica!!!
Le chiedo se può contattarmi, a suo comodo ovviamente (su X @Samuele_2169 altrimenti può reperire la mia e-mail dalla Direzione InOltre) per darmi la possibilità di contribuire con aiuti materiali
PS: se le servisse aiuto con il putrido moscovita, sappia che anche io <> (vernacolo della Marca Fermana)