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Una notte di Natale sul fronte ucraino

Vista dall'interno di un veicolo in Ucraina, con un ponte distrutto visibile oltre il parabrezza; immagine di un reportage di guerra.

Conflitto russo-ucraino

Una notte di Natale sul fronte ucraino

Un reportage sul campo, senza filtri, senza retorica ma struggente nel suo realismo fotografico. Da cronista di guerra consumato. Ma Fabrizio Fiori non è un cronista. E’ un insospettabile avvocato e docente di diritto che decide il giorno della Vigilia di Natale di andare a vivere

Vista dall'interno di un veicolo in Ucraina, con un ponte distrutto visibile oltre il parabrezza; immagine di un reportage di guerra.
Fabrizio Fiori03/01/2025Aggiornato 16/05/20259 min lettura1.842 parole

Un reportage sul campo, senza filtri, senza retorica ma struggente nel suo realismo fotografico. Da cronista di guerra consumato. Ma Fabrizio Fiori non è un cronista. E’ un insospettabile avvocato e docente di diritto che decide il giorno della Vigilia di Natale di andare a vivere uno spicchio della guerra altrui, di andare a suturare, a proprio rischio e pericolo, qualcuna delle tante ferite provocate da questo conflitto.
Ne esce un racconto di straordinaria ordinarietà, un inno alla vita e alla libertà, che della vita è essenza stessa. Un inno che non necessita degli strepiti dello pseudo pacifismo, perché si nutre dell’autenticità della guerra di Resistenza, quella vera, e dei gesti di dedizione e di resilienza delle persone che l’accompagnano.
Trovare scritti come quello di Fabrizio Fiori, che vi proponiamo in tre puntate, è uno dei motivi per cui esiste InOltre. Siamo felici e orgogliosi di pubblicare questo diario di una notte di Natale sul fronte ucraino.

***

Parte prima: Addio ad un amico

Ho conosciuto la guerra nel 2022 attraverso le colonne dei profughi in fila in silenzio alla frontiera e gli aerei militari che volavano a bassa quota. Negli ultimi tre anni l’ho rincontrata molte volte, nei bombardamenti, nelle luci dei patriot che illuminavano la notte, nei campi minati lungo le strade, nei racconti di sofferenza della gente dei villaggi liberati dall’occupazione russa e in tanti altri modi ancora.

Questa volta la sto incontrando in maniera ancora diversa, come volontario di un Medevac, un’unità medica che si occupa dell’evacuazione dei feriti civili e miliari dal fronte. L’unità è organizzata da una fondazione e i membri sono tutti civili, anche se nell’aspetto e nel lavoro non sono diversi da un’unità medica militare. Sono, o questo punto posso dire siamo, tutti volontari, per la maggior parte ucraini ma anche croati, americani, scandinavi e soprattutto britannici. Alcuni sono veramente utili, altri sono turisti di guerra venuti a farsi qualche selfie e che sono pronti a prendere la via di casa quando un petardo scoppia troppo vicino.

Mancavano solo gli italiani a questa insalata russa di varia umanità ed io sono il primo di loro a far parte del gruppo. Sono stato un po’ una sorpresa per tutti perché scherzo sempre (lo faccio per finta di non preoccuparmi), sono sufficientemente utile, preparato alle circostanze e mi adatto a qualsiasi situazione comprese le peggiori. Soprattutto dicono tutti che sono motivato quasi come un ucraino.

A differenza dei militari veri non abbiamo armi ma solo elmetti, giubbetti antiproiettile e maschere antigas.  Questo ci espone a qualche rischio ulteriore se dovesse accadere qualcosa di imprevedibile sulla linea del fronte, e dovessimo incappare in una pattuglia esplorante russa, ma sono eventualità remote a cui non pensiamo.

Tommy, Buzz e Fabrizio

Oggi è il 24 dicembre, la mattina della vigilia di Natale e siamo Dnipro in una missione logistica: io, Buzz (questo è il suo Call sign) il nostro capo squadra ucraino e Tommy un paramedico inglese. Tommy non è il suo vero nome ma lo chiamerò così perché è una persona molto riservata che non ama la pubblicità. Lui fa il soccorritore sulle ambulanze a Londra e due volte l’anno usa tutte le sue ferie per venire qui in Ucraina a soccorrere i feriti. È la persona più vicina ad un eroe che io abbia mai conosciuto perché, a differenza di me, non ha legami con l’Ucraina ed è qui perché pensa che sia la cosa giusta da fare.

Ne abbiamo parlato spesso durante queste mattine davanti ad una tazza di tè: mi ha raccontato che all’inizio della guerra era in Romania e lavorava per le Nazioni Unite. Accoglievano i profughi ucraini e lui, oltre a curali, ascoltava le loro storie. Ad un certo punto ha capito che le NU non facevano abbastanza, anzi non avevano intenzione di fare nulla e ha deciso di fare lui quello che gli altri non facevano.

Buzz (anche a lui ho cambiato il Call sign per privacy) è un barbuto giovanotto ucraino con una sana passione per le ragazze e il buon cibo. Prima della guerra lavorava nella produzione di filmati televisivi, soprattutto spot pubblicitari, parla un ottimo inglese e ha girato molte parti del mondo. Adesso fa l’autista per le unità di Casevac, la parte del lavoro più difficile del Medevac.

Si tratta di andare a prendere i feriti direttamente in prima linea dalle trincee o dai carri ambulanza dell’esercito. In pratica sei sempre dove sparano e volano i droni, e dove si rischia la pelle veramente ad ogni minuto. Lo fa da quasi due anni: un mese al fronte a salvare vite e un mese a casa per lavorare e mantenersi.  Al pari di tutti gli altri volontari ucraini, ma anche di noi stranieri, per fare quello che fa al fronte non lo paga nessuno.

Buzz non parla mai di politica, mi dice spesso che vorrebbe la pace, ma aggiunge sempre che la guerra non l’hanno voluta gli Ucraini e lui vuole rimanere libero, costi quello che costi. Credo che sia quello che pensano la maggior parte degli Ucraini e quello che li spinge da quasi tre anni a non cedere. Buzz e Tommy hanno entrambi 28 anni e io ne ho 57, quasi trenta più di loro. Per l’età potrebbero essere i miei figli, e se lo fossero, credo che non ci sarebbe padre più orgoglioso di me.

La notte scorsa è passata bene: la roulette russa dei bombardamenti sulle città ci ha risparmiato a scapito di altri disgraziati, non ci sono stati blackout elettrici e nell’alloggio in cui abbiamo dormito c’era persino l’acqua calda. È stata una notte quasi normale e continuiamo a illuderci di questa normalità cercando un McDonald per fare colazione. Si, McDonald è aperto anche in zona di guerra: “business is business” e non conosce confini o contingenze. Mangiando ci prepariamo alla prima tappa della nostra giornata: accompagneremo Buzz da un amico che è sepolto qui. 

Era un ragazzo di vent’anni, un combat medic, uno degli infermieri militari che soccorrono i soldati in prima linea. Ha messo un piede su una mina andando ad aiutare un soldato ferito e la detonazione ne ha fatte esplodere altre otto attorno a lui che lo hanno letteralmente dilaniato. C’è da sperare per lui che sia morto all’istante pensando a quello che potrebbe aver sofferto se avesse avuto anche solo pochi minuti di agonia. Buzz era in rotazione al fronte quando è successo e non ha potuto partecipare ai funerali così ha scelto l’occasione di passare da qui per dargli l’estremo saluto.

Arriviamo alla periferia di Dnipro e immediatamente dopo esserne usciti imbocchiamo una stradina di campagna sterrata. Il nostro mezzo si arrampica su alcune basse colline e, dopo pochi minuti, vediamo il cimitero sulla cresta di una di queste. All’inizio è una linea di bandiere ucraine all’orizzonte, che man mano che ci avviciniamo diventa un quadrato, poi un rettangolo, poi due rettangoli. Qui in Ucraina usa mettere una bandierina sulla tomba dei soldati morti in guerra e la distesa di bandierine che abbiamo davanti è il cimitero militare più grande di Dnipro. Lo hanno posizionato accanto ad un cimitero di campagna ma ben presto ha superato e raddoppiato le dimensioni di quest’ultimo.

È diviso in due sezioni, ma i bulldozer sono già al lavoro per preparare la terza. Non si può dire che sia costruito perché a parte un monumento e il pennone della bandiera all’ingresso non c’è niente di costruito, neanche l’ingresso stesso. Le sezioni sono degli immensi rettangoli di prato verde all’interno delle quali ordinatamente giacciono le tombe separate da alcuni vialetti con le indicazioni per rintracciare i caduti. Le tombe sono una diversa dall’altra: si va dalle semplici croci ad elaborate pietre tombali, pagate dalle famiglie, con incise le immagini dei soldati morti. L’unica cosa che le accomuna sono le bandiere e la causa per cui hanno dato la vita gli uomini che ospitano.

Ci avviamo a piedi verso il cimitero: Buzz avanti con in mano le indicazioni per trovare la tomba, io e Tommy rispettosamente un passo indietro. Prima di entrare Tommy si allontana con la scusa che abbiamo lasciato accese le luci del mezzo. Io fermo Buzz e gli chiedo diretto se preferisce andare da solo. Lui mi guarda smarrito. Prima mi dice di no, poi subito dopo si, mi ringrazia e si avvia in cerca del suo amico. Quando ritorna ha ancora gli occhi lucidi, ci abbracciamo in tre con Tommy e riprendiamo la nostra strada.

Mentre ci allontaniamo dal cimitero Buzz per scaricarsi emotivamente ci racconta del suo amico.  Io penso ad un mio amico caduto tanti anni fa in Afganistan ed insieme a Tommy rinnoviamo le ragioni perché siamo qui. Siamo qui perché il sacrificio di questi ragazzi non sia stato vano, per dare una speranza di sopravvivenza ad altri di loro, siamo qui per il paese e il sogno di libertà per cui hanno dato la vita.  Abbiamo tutti e tre gli occhi lucidi mentre il mezzo corre veloce sull’autostrada. Essere soldati, perché questo è quello che in questo momento siamo, non vuol dire non avere percezione del valore della vita umana, specialmente quella di un ventenne.

La seconda parte verrà pubblicata domani alle 8 e 30


Fabrizio Fiori, classe 1967 bolognese e di professione avvocato. Dal 2008 ha iniziato a lavorare con l’Ucraina dove nel 2015 aveva aperto la filiale di uno studio legale italiano. Prima della guerra lavorava tra Bologna e Kiev dove viveva la sua famiglia. Attualmente è socio di uno studio legale Ucraino ed è professore di Istituzioni di Diritto Internazionale presso la STU – State Tax University, l’università del Ministero delle Finanze Ucraino con sede a Irpin. Dai primi giorni di guerra si è occupato di attività umanitarie e di supporto all’Ucraina, prima a livello personale e poi con varie associazioni. Attualmente svolge la propria attività con un’associazione da lui stesso fondato che si occupa principalmente dell’acquisto e dalla donazione all’Ucraina di ambulanze e veicoli sanitari, nonché del trasporto e della consegna di aiuti per conto di altre associazioni.  Dopo il rientro della famiglia a Kiev viaggia regolarmente fra Italia e Ucraina dove accanto all’attività umanitaria, ha ripreso quella accademica. Recentemente è entrato a far parte dei Volontari della Fondazione Mobile Medical Rescue che si occupa delle evacuazioni e del primo soccorso ai feriti fra il personale militare e la popolazione civile nelle zone del fronte. 


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