Antisemitismo
Date retta a Camus, tenetevi alla larga dagli appelli collettivi
(Ho scritto questa riflessione prima che si sapesse che Carlo Verdone aveva aderito ad un testo dell'appello che non conteneva l'ostracismo nei confronti di due attori. Di tanto gli va dato atto. Ma il senso del mio pensiero non cambia. FP) Ultimamente ci capita di vedere



(Ho scritto questa riflessione prima che si sapesse che Carlo Verdone aveva aderito ad un testo dell’appello che non conteneva l’ostracismo nei confronti di due attori. Di tanto gli va dato atto. Ma il senso del mio pensiero non cambia. FP)
Ultimamente ci capita di vedere persone che scrivono post antisemiti senza comprenderne la gravità, altre persone che firmano appelli per ostracizzare dei colleghi senza comprendere che stavano firmando appelli per ostracizzare dei colleghi.
Questa singolare inconsapevolezza ha colpito accademici, registi e anche altre categorie professionali e verrebbe facile cadere nella tentazione di farsi beffe di tanta conclamata improntitudine.
E invece voglio soffermarmi su un altro aspetto che accomuna queste vicende per altro molto diverse le une dalla altre.
Viviamo nell’epoca in cui “non possiamo non dirci antiisraeliani” e “non possiamo non condannare il genocidio commesso da Israele”. Il corollario a questi due imperativi categorici della buona società – questo un po’ meno confessabile e che riguarda ancora una minoranza – è “possiamo finalmente ricominciare a parlare un po’ male degli ebrei”.
Come in tutti consessi sociali, dal salotto letterario al muretto del liceo, c’è il gruppetto di prominenti che detta la linea e ne controlla la stretta osservanza e poi un gruppone di gregari e adepti preoccupati di dimostrare con zelo la loro adesione all’ortodossia rivelata, condizione capestro per non subire le conseguenze di una pubblica condanna. Ricordate il caso un po’ patetico dell’abiura di Jovanotti?
Ma questo atavico schema di società nasconde sempre qualche insidia per i gregari e li espone, ad esempio, alla possibilità di non aver compreso proprio bene fino a dove si volevano spingere i bulli del muretto. A molti di questi deve essere senz’altro sfuggito che la moda d’Israele criminale, coltivata come una condizione di virtù morale, elevata in qualche caso a spartiacque tra il poter lavorare o meno, è divenuta il veicolo per normalizzare forme antiche di odio.
Sembra evidente che, tra i molti gregari zelanti, chi corre a dichiararsi contro Israele non sempre sia consapevole di aderire ad un messaggio di ostilità che investe non soltanto il governo di uno Stato ma un intero popolo (attrici comprese).
Non sempre appare consapevole che, in qualche caso, l’antisemitismo, un tempo relegato a stigma sociale, oggi si riaffaccia mascherato da militanza etica, da “solidarietà” internazionale, da birignao “progressista”. Non sembra interrogarsi troppo sul perché questa rinnovata e diffusissima presa di coscienza collettiva si sia risvegliata solo nel caso d’Israele.
Si può anche capire. Oramai la condanna di Israele come “Stato genocida” è ripetuta con tale frequenza e automatismo da assumere i tratti di un rituale sociale: “Buona sera signore e signori, fermiamo il genocidio a Gaza”. “Grazie signora e non dimentichi di boicottare i prodotti israeliani”. “Benissimo professore ho saputo che avete deliberato l’interruzione dei rapporti con le università israeliane”.
Anche su Tiktok e Instagram, infallibili termometri sociali, è tutto un fiorire di giornalisti, chef, cabarettisti e influencer che t’intrattengono, bontà loro, sui crimini d’Israele. C’è gente che non vede l’ora di cacciare qualche turista israeliano dal proprio negozio per poi farsi una bella foto ricordo col politico sbavante accorso a celebrare la cacciata del genocida in bermuda.
E questa poi è la parte ancora “presentabile” che se la prende con lo Stato d’Israele, i suoi cittadini e i suoi prodotti, che però spesso si accompagna anche a quella un po’ più monella.
Se, infatti, le persone avevano imparato, almeno in superficie, a vigilare sulle parole e sui gesti che richiamavano discriminazioni millenarie, la moda del muretto antiisraeliano, del salotto antiisraeliano, della redazione antiisraeliana, del Festival antiisraeliano sta offrendo la cornice perfetta per reintrodurre, senza pudore né vergogna ma magari anche con qualche applauso, i vecchi pregiudizi antisemiti di cui, lo dico per esperienza diretta, erano in molti a sentire la mancanza (i pregiudizi li subivo, a scanso di equivoci).
Insomma sono tempi in cui occorre prestare molta attenzione al contenuto degli appelli prima di firmarli se non ci si vuole ritrovare, nella migliore delle ipotesi, a chiedere di cacciare via e ostracizzare colleghi colpevoli di essere israeliani o di non essere allineati all’ortodossia antisraeliana. O anche peggio.
La semplificazione della realtà, ridotta a slogan modaiolo al quale questa schiera di gregari aderisce per pigro conformismo e bieco opportunismo, quella confezionata a puntino dai cattivi maestri della propaganda filopalestinese militante, ha trasformato Israele in un simbolo monolitico, in un bersaglio indistinto, che insieme a esso trascina nell’accusa di ogni crimine “tutti gli israeliani” e, per eccesso di entusiasmo di qualcuno, anche “tutti gli ebrei”. (Tutti gli ebrei. Sai che novità)
Date retta a Camus. Se avete un po’ di rigore morale e uno straccio di autonomia intellettuale, tenetevi alla larga dagli appelli collettivi.
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Perfettamente d’accordo
Io però non sarei tanto magnanima con Verdone: scusate, ma uno che a 75 anni firma appelli perché – è la motivazione che ha dato lui – gli hanno detto ha firmato questo e ha firmato quello, ma quanto co9lione deve essere? E ha comunque firmato un appello, anche se non ancora comprensivo del boicottaggio dei due attori (Butler, per inciso, non ha mai fatto dichiarazioni pro Israele: il suo mostruoso crimine è di non avere mai fatto dichiarazioni pro Palestina), a favore degli sgozzaebrei e contro gli ebrei sgozzati.
Quanto al mantra “Israele genocida”, insieme a quelli delle vittime diventate carnefici e del “state facendo ai palestinesi quello che i nazisti hanno fatto a voi”, secondo me è come l’”om” dello yoga: lo ripetono all’infinito per autoipnotizzarsi (e autoanestetizzarsi contro gli orrori commessi dai loro beniamini: andrebbe sempre ricordata la frase di Mordekhay Horowitz «Gli arabi amano i loro massacri caldi e ben conditi… e se un giorno riusciranno a “realizzarsi”, noi ebrei rimpiangeremo le buone camere a gas pulite e sterili dei tedeschi….», e i palestinesi dimostrano ogni giorno quanto avesse ragione) per sentirsi bene, in pace con se stessi, col mondo e con l’universo tutto.