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Europarlamentari a tempo determinato

Politica italiana

Europarlamentari a tempo determinato

Vecchio tema e sempre nuovo, quello del rapporto tra morale e politica. Norberto Bobbio vi ha dedicato decine di saggi, molti dei quali sono stati selezionati e curati da Marco Revelli in un volume dei Meridiani Mondadori (2009). Come ha osservato Francesco Totaro, il rapporto tra

Michele Magno27/08/2025Aggiornato 26/08/20255 min lettura959 parole

Vecchio tema e sempre nuovo, quello del rapporto tra morale e politica. Norberto Bobbio vi ha dedicato decine di saggi, molti dei quali sono stati selezionati e curati da Marco Revelli in un volume dei Meridiani Mondadori (2009). Come ha osservato Francesco Totaro, il rapporto tra politica e morale, nella vicenda della modernità, è caratterizzato da un dualismo persistente tra le due sfere (“Oltre il dualismo di politica e morale”, in “eticapubblica.it”, pdf).

Bisogna essere disposti a sacrificare il bene morale se si vuole realizzare il bene politico. L’arte della simulazione e della dissimulazione, la capacità di fare apparire ciò che non si è e di non fare apparire ciò che si è, prende il posto dell’obbligo di trasparenza.

Bobbio, usando indifferentemente i termini di etica e di morale, introduce subito un’annotazione dal carattere “estremo” riguardo al rapporto dell’etica con la politica: “Per quanto […] la questione morale si ponga in tutti i campi della condotta umana, quando viene posta nella sfera della politica assume un carattere particolarissimo”. Da cosa dipende questo “carattere particolarissimo”? Dal fatto che si potrebbe dubitare che sia plausibile porsi il problema della moralità riguardo alla condotta politica. Addirittura, si potrebbe arrivare a sostenere la “legittima” immoralità della politica stessa, se tale vuol essere.

In sostanza: la politica o è immorale o non è. Allora c’è da chiedersi, usando ancora le parole di Bobbio, “se abbia un qualche senso porsi il problema della liceità o illiceità morale delle azioni politiche”. Del resto, dalla “lezione della storia e dell’esperienza comune” non sarebbe difficile trarre “l’insegnamento del divario tra morale comune e condotta politica”, al fine di “dare una giustificazione del fatto, di per se stesso scandaloso, del contrasto evidente” tra le due dimensioni.

Senza dilungarci nel resoconto fornito da Bobbio, basti ricordare che la sua analisi culmina nel riferimento a Machiavelli, esponente della visione dualistica del rapporto tra etica e politica sulla base della considerazione fondamentale che nell’agire politico il fine che conta è costituito da quella “gran cosa” che è “vincere e mantenere lo stato”; tale fine rende quindi strumentali, e non giudicabili in sé stesse, le azioni che a esso concorrono.

Le azioni utili allo scopo politico possono essere non morali, ma, si badi bene, il politico non vuole ciò che non è morale in quanto immorale (questo sarebbe diabolico); egli piuttosto si adatta a scegliere procedure e atteggiamenti non morali (crudeltà invece che pietas, infedeltà invece che lealtà, doppiezza invece che integrità, più in generale: l’essere disposti a “intrare nel male” qualora si sia costretti a farlo), in quanto il proprio scopo, diversamente, sarebbe disatteso.

Chi è, allora, il grande politico? Evitando di cadere nella retorica del capo, si potrebbe dire che grande politico è colui che è in grado di interpretare e rappresentare una grande politica. E in che cosa consiste qualcosa degno del nome di grande politica? Essa non va confusa con una politica “grandiosa” o affetta da manie di grandezza: per grande politica si deve intendere, né più né meno, che il perseguimento non di un governo qualsiasi (questo può pure essere imposto dalle circostanze per evitare mali peggiori, ma piuttosto il perseguimento del buon governo.

Si tratta in sostanza di “non accontentarsi di qualsiasi fine o di qualsiasi risultato, ma di qualificare il fine in rapporto al bene perseguibile di una convivenza soddisfacente e partecipata” (Totaro). Questo non esimerà affatto dal misurarsi con il calcolo dei mezzi, come quando ci si infervora invece nella declamazione di fini destinati a rimanere lettera morta; permetterà piuttosto di non assumere i mezzi per il loro carattere conveniente a un risultato qualsiasi, come quando si cade nella retorica del fare per il fare.

Permetterà, quindi, di valutare e selezionare i mezzi in rapporto alla qualificazione del fine. In altre parole, mezzi qualificati per fini altrettanto qualificati. La mancanza della qualità del fine apre la strada alla bassa cucina dei mezzi (o a mezzi da bassa cucina). La mancanza della qualità dei mezzi apre la strada alla corruzione del fine.

A proposito dei mezzi da bassa cucina, un’ultima considerazione. Molti ricorderanno che, quando Nicola Zingaretti fu eletto segretario del Partito democratico (marzo 2019), non si dimise da presidente della Regione Lazio. La legge, in effetti, non lo obbligava.

Oggi due europarlamentari del Pd, Matteo Ricci e Antonio Decaro, e un europarlamentare del M5s, Pasquale Tridico, si candidano al governo di una regione (rispettivamente, Marche, Puglia e Calabria). La legge, in effetti, non lo vieta. In altri termini, come ha scritto Mario Seminerio sul blog Phastidio: prima mi faccio eleggere a Strasburgo. Se dopo pochi mesi mi candidano in Italia faccio professione d’amore eterno per la mia terra. Se non vengo eletto torno a fare l’espatriato di lusso anziché il capo dell’opposizione locale.

Tutto (purtroppo) lecito, per carità. Agli interessati importerà un fico secco, lo so. Ma chi fa quotidiane lezioni di moralità politica, si può concedere il lusso di mettere sotto i tacchi con disinvoltura la moralità politica?

En attendent Godot, ossia una norma che impedisca di candidarsi a chi è già in una posizione elettiva non in scadenza. Sarebbe una piccola ma significativa misura di igiene della politica nazionale.


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Un pensiero su “Europarlamentari a tempo determinato

  1. Gino Saccioni dice:

    Io, sempre come misura igienica, farei leggere queste considerazioni ad un certo Matteo. Ma ho paura che laddove Machiavelli parlava di “stato”, quel Matteo intenda il suo stato. Sarei diabolico se aggiungessi “patrimoniale”.

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