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Il caso Trump. La democrazia o è liberale o rischia di non essere più una democrazia

Donald Trump dietro un podio, immagine stilizzata su sfondo arancione, simbolo del dibattito sulla tenuta della democrazia liberale negli USA.

Il dibattito delle idee

Il caso Trump. La democrazia o è liberale o rischia di non essere più una democrazia

Churchill definiva la democrazia come la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre. Rispetto al realismo di tale affermazione, oggi, stretta nella morsa delle volgari semplificazioni della destra sovranista e populista e del delirio ideologico dell’attivismo di estrema sinistra, la percezione del valore

Donald Trump dietro un podio, immagine stilizzata su sfondo arancione, simbolo del dibattito sulla tenuta della democrazia liberale negli USA.
Vincenzo Russo15/04/2025Aggiornato 15/05/202513 min lettura2.752 parole

Churchill definiva la democrazia come la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre. Rispetto al realismo di tale affermazione, oggi, stretta nella morsa delle volgari semplificazioni della destra sovranista e populista e del delirio ideologico dell’attivismo di estrema sinistra, la percezione del valore della democrazia è ai minimi storici.

A ottenebrare la realtà contribuisce l’ondata di cinismo postmoderno cavalcata da spavaldi pensatori cacadubbi, che non perdono l’occasione per ribadire la fragilità, la corruttibilità e le contraddizioni della democrazia. Sono coloro che, riuscendo ad apparire “intelligenti e coraggiosi, usando argomenti sciocchi e pusillanimi”, questa democrazia vorrebbero sbaragliare per rifarla perfetta. Si sente da un miglio il lezzo dell’approccio utopico, da molti confuso con l’ultima fresca fragranza di “scent of freedom”. Riprende forma quell’incontrollabile desiderio di riprogettare l’intera società senza salvarne nemmeno un pezzo. E’ il perenne ritorno della “rivoluzione apocalittica”, sognata da Platone e Marx, che cambierà il mondo.    

A causa della evanescente cultura storica e costituzionale, non è poi così difficile trascurare l’apporto che, negli ultimi duecento anni, l’esperienza democratica, dei paesi che l’hanno conosciuta, ha dato ai diritti umani, alla riduzione delle disuguaglianze, alla libertà di opinione e di espressione, al principio di laicità e della libertà religiosa, al consolidamento del metodo scientifico, al progresso, al benessere e alla ricchezza condivisa tramite il welfare state. I fustigatori, a vario titolo, della modernità dovrebbero ficcarsi in testa che, nonostante le loro veementi evocazioni, i tempi passati dell’età dell’oro non sono mai esistiti.

Iniziamo col dire che con il termine “democrazia” si fa riferimento a quella forma politica che è la “democrazia liberale”, distico che conferisce all’aggettivo più importanza che al sostantivo, poiché lo connota in modo puntuale. Troppi ignorano che il liberalismo è, infatti, il presupposto storico e giuridico dello Stato democratico. La democrazia politica viene a coincidere con il liberalismo, nel senso che vive e si nutre delle sue garanzie.

Lo Stato moderno è disegnato dal liberalismo costituzionale, l’ultima tappa di un percorso che dallo Stato di diritto (il quale prende le mosse dalle due grandi rivoluzioni borghesi del ‘700, quella americana e quella francese, con la virtuosa alleanza tra le élite e le masse contro il potere coloniale, e quello assolutistico della monarchia), è giunto a sottoporre il potere pubblico, finanche quello del legislatore, alla normativa costituzionale che lo vincola sia nei contenuti sia nelle procedure, attraverso un processo di controllo basato su checks and balances (freni e contrappesi) .

Ciò per dire che tale sistema di garanzie giuridiche a tutela della libertà politica (la prima forma di libertà negativa, nel senso di libertà da, ovvero assenza di impedimenti esterni all’esercizio delle proprie scelte), soprattutto delle minoranze, deriva da una visione “liberale”, frutto del pensiero di élite intellettuali, che poco ha a che fare con la semplice idea del potere democratico che emana dal popolo (se non nel senso che specificheremo). Anche se fu un sostenitore della democrazia diretta nelle piccole comunità, Rousseau avvertiva che il popolo vuole sempre il bene, ma non sempre lo vede. In un sistema liberale e costituzionale il problema del contenimento del potere e della tutela dei diritti, si risolve con il concetto di diritto come limite, e con l’equilibrio dei rapporti di forza tra le istituzioni. Sono gli esiti della teoria della separazione dei poteri di Locke, poi sviluppata da Montesquieu, il quale, nel libro XI dell’Esprit de Lois, formula la sua definizione di libertà:

La libertà politica non consiste affatto nel fare ciò che si vuole …, la libertà è il diritto di fare tutto quello che le leggi permettono.

Da Aristotele a Rousseau, passando per Cicerone, la questione è stata sempre quella di riuscire a concepire, e congegnare, un sistema giuridico che garantisca la libertà e la dignità degli individui rispetto al possibile giogo dei padroni, fra cui quello di uno Stato in preda ad una qualche ubriacatura autoritaria.

L’idea di legalità che ne discende, il costituzionalismo, si spinge sino a limitare il potere popolare (art. 1, comma 2, della nostra Costituzione). Il senso è ben sintetizzato dalla massima che descrive le costituzioni come quell’insieme di regole che i popoli si danno quando sono sobri, per quando saranno ebbri. Nessuno spazio quindi per derive plebiscitarie.

Una democrazia senza quella autolimitazione che rappresenta il principio della legalità si autodistrugge (Kelsen). La democrazia dei greci si autodistrusse perché non seppero concepire il diritto come limite. La loro concezione legislativa consentiva al demos di fare e disfare le leggi a suo piacimento. Accadde che tutto quel che la folla acclamava diventava legge, senza alcuna remora. Fu questo a decretare la fine di quella lontana esperienza democratica. Non a caso Platone (antidemocratico com’era) con tono denigratorio l’aveva definita “teatrocazia”.

E’ chiaro, comunque, che Stato liberale e Stato democratico sono legati a doppio filo. Ce lo spiega a chiare lettere Norberto Bobbio:

Stato liberale e Stato democratico sono interdipendenti in due modi: nella direzione che va dal liberalismo alla democrazia, nel senso che occorrono certe libertà per l’esercizio corretto del potere democratico, e nella direzione opposta che va dalla democrazia al liberalismo, nel senso che occorre il potere democratico per garantire l’esistenza delle libertà fondamentali.

In altri termini è remota l’ipotesi che uno Stato che non garantisca le libertà e i diritti politici, soprattutto dell’opposizione e delle minoranze (ed è questo l’approccio illiberale di autocrati come Putin e Trump) possa garantire un sano e proficuo funzionamento della democrazia. Così come è improbabile che uno Stato non in grado di assicurare un’adeguata partecipazione democratica dei cittadini alla vita politica, sia nelle condizioni di tutelare le libertà fondamentali.  Non a caso la storia ci dice (prosegue Bobbio) che quando cadono, Stato liberale e Stato democratico cadono insieme.

Posto l’indiscusso valore di conquiste come il suffragio universale (sorretto dalle libertà di voto e di espressione),nell’ipotesi migliore il governo democratico deve fare i conti con la cultura dei propri cittadini, la qualità del dibattito pubblico e dell’informazione. In altri termini con il livello di consapevolezza generale del paese. E sono gli ordinamenti repubblicani (disegnati in vista dell’interesse generale e del bene comune), con il loro mix di elementi attinti da differenti tradizioni politiche (quella monarchica, aristocratica e popolare), e il bilanciamento dei poteri, a fornire le migliori garanzie di tenuta alla liberaldemocrazia rispetto al dilagare dei più beceri populismi e a livelli oramai parossistici di demagogia.

Se il suffragio universale è la massima espressione del principio popolare, è evidente (per quanto argomentato) che i diritti “inviolabili” degli individui hanno un’origine e un carattere elitario, aristocratico. E’ tale caratteristica della società democratica a consentire la coesistenza di governi espressione della volontà popolare della maggioranza con gruppi di élite operanti all’interno delle istituzioni del paese, siano esse culturali, informative, amministrative, finanziarie o giurisdizionali. Ambiti nei quali il criterio di ammissione non è elettivo (della rappresentanza politica), ma quello del merito personale legato alla competenza.

L’errore marchiano (pur se comprensibile), che diventa norma quando un popolo non si sente rappresentato, è quello di ritenere come politica solo ciò che sia direttamente riconducibile alla dimensione partitica, considerando come un’indebita invasione di campo quella dei vari policy maker, che in virtù del ruolo istituzionale ricoperto assumono decisioni che impattano su milioni di persone. Se sei il direttore generale del Tesoro o il ragioniere generale dello Stato (si ricordi la devastante, per i conti pubblici, vicenda del Superbonus introdotto dal governo Conte 2) è chiaro che fai politica.

Da ciò deriva la vigliacca condanna dei governi cosiddetti “tecnici” sentenziata dai politici imbelli che, di fronte al baratro, aprono cuore e braccia al papa straniero (scegliendo tra le riserve della Repubblica di cui Bankitalia è la principale fornitrice) affinché tiri via le castagne dal fuoco e ridia credibilità al paese. Solo che fatto il lavoro sporco, sono gli stessi politici, cialtroni, a immolare i “tecnici non eletti” sull’altare dell’austerità e della macelleria sociale alla prima tornata elettorale, fino a costruirci sopra “sfavillanti” carriere.

Nessuno si sogna di sostituire le persone che vengono da un mondo diverso ai politici espressi dai partiti. Si tratta solo di capire che l’apporto delle competenze di personale specializzato è sempre più rilevante nelle complesse società di oggi. Sono i problemi politici a richiedere specifiche competenze tecniche. La presenza di “tecnici” nel governo è, in tal senso, un’opportunità e un elemento di pluralismo insito nella democrazia. Anche ciò fa parte della democrazia, perché essa non si risolve con le elezioni. In altri termini non esistono governi tecnici da demonizzare. Chi riceve l’investitura a governare (peraltro con tanto di fiducia parlamentare) è un policy maker a tutti gli effetti, che mette la sua esperienza e credibilità al servizio del paese.

Giova ribadire che la teoria democratica condivide con il liberalismo una concezione individualistica della società. Siamo giunti a ritenere, cioè, che le persone sono un valore e hanno una loro dimensione in quanto tali, a prescindere dalla società e dallo Stato. Il cristianesimo, il rinascimento, il giusnaturalismo, la Riforma protestante e la riflessione filosofica e morale fino a Kant, ci hanno consentito di dotare l’individuo del diritto “assoluto” a una sfera privata di libertà, nell’ambito della quale potere agire in autonomia per la propria realizzazione.

Tale concezione è diametralmente opposta a quella della società organica, secondo cui l’uomo vive in funzione della società. Egli non può vivere nel suo interesse particolare, ma deve dedicarsi alla società di cui è membro e nella quale svolge il suo lavoro, qualunque sia il compito assolto. E così come il cuore che pompa il sangue, il fegato lo depura, non nel loro interesse ma in quello di tutto organismo, l’individuo è chiamato a dare il proprio apporto all’organismo (Stato) in modo che esso funzioni al meglio, e possa nutrire e proteggere, a sua volta, i suoi organi (le persone).

Antiche sono le radici dell’organicismo e celebre è l’apologo attribuito a Menenio Agrippa. Tito Livio racconta un episodio di forte “tensione sociale” tra i patrizi e i plebei. Questi ultimi si erano ritirati sul monte Aventino e si rifiutavano di collaborare alla vita della città finché non fossero state accolte le loro richieste di riforma sociale. Uno sciopero ante litteram. Fu allora che il console dell’antica Roma, Menenio Agrippa, tentò di convincere la plebe a rientrare in città. La sua dissertazione prende le mosse dalla similitudine tra la società e il corpo umano. Egli, da buon patrizio, ammonì che se le membra del corpo (i plebei) si fossero ribellate pensando che le loro fatiche e funzioni servissero solo allo stomaco (i patrizi), sarebbe stata la fine per tutti. Le sue parole furono:

la funzione del ventre non è inutile. Esso nutre quando è nutrito, restituendo a tutte le parti del corpo, equamente distribuito dalle vene , questo sangue che ci dà vita e che si forma dal cibo elaborato dal ventre.

Fortunatamente non si è mai realizzata, pienamente, un tipo di società così rigidamente chiusa da poter assomigliare a un organismo naturale collettivo come l’alveare, dove le api subiscono una legge naturale necessaria e immodificabile. Anche se è questo il modello cui tendevano i regimi totalitari del Novecento. Le parole del ministro della giustizia del governo Mussolini, Alfredo Rocco, il quale reintrodusse la pena di morte che il Codice Zanardelli del 1889 (ispirato a idee liberali) aveva abolito, non lasciano dubbi:

… gli individui non sono che gli elementi infimi e passeggeri della società: essi nascono, crescono, muoiono, sono sostituiti da altri, mentre la società, attraverso i tempi, resta sempre identica a se stessa. L’individuo non può, perciò, secondo la concezione fascista, essere considerato come il fine della società, essendone solo il mezzo… .

Tutto ciò serve a capire il motivo per cui la democrazia si è affermata e continui ad esistere nei paesi dove i diritti di libertà sono costituzionalmente riconosciuti. E’ evidente che nessuna concezione individualistica della società può prescindere dal fatto che l’uomo è un “animale sociale” e non vive isolato. La dimensione democratica convive con quella liberale nel senso che consente il ricongiungimento degli uomini agli altri individui, per dar vita a una società ricomposta come un’associazione di liberi individui (Tocqueville), e non più come un tutto organico governato dalle leggi naturali della dura necessità.

La rielezione di Trump sta producendo una forte scossa esistenziale alla democrazia liberale. La sua idea, non nuova, di democrazia si può riassumere nella massima che chi vince le elezioni accede a un potere illimitato. Sono banditi i lacci e i lacciuoli di ogni forma di garanzia e controllo. Persino la giurisdizione delle corti federali è un attentato alla volontà popolare che solo lui, idolo assoluto unto dal Signore, può incarnare ed esercitare attraverso il profluvio di Executive Orders.

Se al deragliamento della democrazia americana non seguirà (come crediamo e auspichiamo) il consolidamento di un regime autoritario, sarà per via della resilienza delle sue istituzioni. Le elezioni di medio termine, il bicameralismo, una magistratura indipendente, il federalismo, costituiscono il bastione repubblicano che dovrà contenere l’ondata di autoritarismo.

Trump sta mettendo in crisi, oltre a quella dell’utilità di qualunque corpo intermedio, anche l’idea stessa di élite quale elemento concorrente nella struttura di una democrazia liberale. Le personalità che attorniano Trump hanno poco o nulla di elitario nel senso tradizionale del termine. Non hanno il senso e la responsabilità di una funzione pubblica. Il loro pensiero politico non è né nobile, né alto, ma rasenta la sfera dell’interesse particolare, come quello (legittimo) di un qualunque lobbista.

Non è élite la componente governativa evangelica, imbarcata da Trump per potersi circondare dell’aura messianica. Il solito vecchio espediente della destra irreligiosa e pagana, che si serve della religione come instrumentum regni.

Non sono élite i Tech come Peter Thiel ed Elon Musk, i quali come Trump hanno in uggia la democrazia liberale e i suoi paletti regolamentari ed etici, ma per un preciso motivo: essendo gli attori dei settori innovativi, dove chi arriva per primo “vince e piglia tutto”, hanno bisogno dell’appoggio politico per mantenere la posizione dominante di mercato contro la minaccia di nuovi concorrenti (questo è il motivo per cui risultano tra i più generosi elargitori di contributi politici a democratici e repubblicani).

Non può essere élite il consigliere economico alla Casa Bianca, Peter Navarro, arruolato da Jared Kushner (genero di Trump) dopo una breve ricerca su Amazon, costretto a trovare in pochi giorni un esperto economico anti cinese. Proviene da Navarro la dissennata visione protezionistica che ha catturato la politica economica di Trump portandolo all’introduzione di dazi indiscriminati.

Trump, insomma, arruola soldati che possano assecondare e proteggere, contro ogni smentita della realtà, la sua animalesca marcia lungo il folle sentiero del potere fine a se stesso. Un potere che esaurisce la sua funzione nel suo abominevole esercizio, graziando i rivoltosi di Capitol Hill e catturando, impunemente, facili prede nell’economia, nella finanza, con il controllo di importanti canali comunicativi. No, per favore, non è il frutto di una strategia messa a punto con una rigorosa logica imperscrutabile. Assomiglia più all’incedere di un cacciatore-raccoglitore mosso dall’istinto predatorio di uno sciacallo, che, alla bisogna, pianifica qualche agguato e deruba i più deboli delle bacche già raccolte.

Quando ad agire così è il Presidente degli Stati Uniti d’America è facile che possa considerare il resto del mondo come una sua periferia. Così, nell’annunciare dazi “urbi et orbi”, il Menenio Agrippa del XXI secolo, ha intimato alle membra del suo “corpo planetario” di riempire il suo stomaco (ricettacolo dei più malsani istinti dell’epoca), provvedendo alla reindustrializzazione della manifattura americana. L’unico modo per riscattare il cinico destino dei lavoratori vittime del tradimento delle élite politiche e intellettuali globaliste.

Poi se dalla mano statunitense scatta il dito medio ad indicargli che per ogni posto di lavoro creato i contribuenti americani potrebbero trovarsi a sborsare più di 500 mila dollari, pazienza. Quel dito traditore del tutto dell’unità organica, che anela all’autonomia sensoriale, andrà amputato.



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