Iran
Impiccagioni, uranio e rave: come difendere una teocrazia e sentirsi morali
Cosa mai potranno fare gli indefessi antisionisti, pacifisti a intermittenza, umanitari di professione, anticolonialisti per antonomasia, protettori dei deboli e degli oppressi (ma solo quelli approvati dalla loro linea ideologica), per difendere uno dei regimi più brutali, misogini e guerrafondai del pianeta? Facile: basta che sia



Cosa mai potranno fare gli indefessi antisionisti, pacifisti a intermittenza, umanitari di professione, anticolonialisti per antonomasia, protettori dei deboli e degli oppressi (ma solo quelli approvati dalla loro linea ideologica), per difendere uno dei regimi più brutali, misogini e guerrafondai del pianeta? Facile: basta che sia nemico di Israele.
Prendiamo l’Iran. Repubblica islamica, teocrazia repressiva, famosa per impiccare dissidenti, imprigionare giornalisti, segregare donne, finanziare milizie armate e invocare apertamente la distruzione di Israele. Ma siccome Teheran si posiziona contro lo “Stato sionista”, ecco che improvvisamente diventa un soggetto “da comprendere”, se non proprio da giustificare.
1. Negare l’evidenza del nucleare iraniano
Nonostante decenni di dichiarazioni pubbliche, minacce esplicite, sabotaggi israeliani ai programmi nucleari, e rapporti ufficiali dell’AIEA che documentano l’arricchimento dell’uranio ben oltre i limiti civili… Ma niente “Vi ricordate le armi chimiche di Saddam?” Ci scrivono esimi giornaliste cascando improvvisamente dal pero, implicando, neanche troppo sottilmente, che è tutta un’invenzione, un figmento dell’immaginazione sionista.
Peccato che qui non si parli di sospetti, ma di impianti funzionanti, scorte di uranio arricchito, centrifughe in funzione e dichiarazioni pubbliche del regime che da anni si serve della minaccia atomica come leva diplomatica: “Togliete le sanzioni o andiamo fino in fondo.” Ma per gli improvvisati “io non sono con i tagliagole islamici ma…” tutto questo è solo un’invenzione. Una paranoia bellicista.
2. Paragoni ad cacchium per sviare il discorso
Quando si trovano a corto di argomenti concreti, tirano fuori il repertorio classico: “Non si può esportare la democrazia”. Come se qualcuno avesse mai proposto un’invasione dell’Iran per installare un governo democratico. Come se Israele – piccolo Stato circondato da nemici – avesse nel mirino l’esportazione di valori occidentali e non, più semplicemente, la propria sopravvivenza. Ma vabbè.
E così, puf! Dal cappello magico (sempre per quel meraviglioso “io non sono per quelli che impiccano i ragazzi alle gru ma…”) ti tirano fuori Iraq, Libia, Afghanistan. Perché? Perché sono parole magiche. Le invochi come un mantra e il pubblico si ricorda dei disastri, delle guerre fallite, dei fantasmi del passato. E il punto vero – il nucleare iraniano – sparisce sullo sfondo.
Ma il paragone non sta in piedi. Iraq e Libia erano costrutti coloniali, accozzaglie tribali tenute insieme da dittatori paranoici. Una volta caduti, ognuno è tornato al proprio clan, alla faida, alla vendetta. L’Afghanistan era – e resta – una società frantumata, arretrata, gestita da signori della guerra, dove il concetto stesso di “Stato” è sempre stato tenue.
L’Iran è un’altra storia.
È una nazione con confini solidi, un’identità forte, un’eredità imperiale lunga millenni. Ha 90 milioni di abitanti, un altissimo tasso di alfabetizzazione, un’opinione pubblica moderna e in gran parte laica. Le divisioni ci sono, certo – etniche, religiose, politiche – ma convivono dentro una struttura statale centralizzata e funzionale.
Il problema dell’Iran non è la frammentazione. È l’autoritarismo ideologico. È un regime che, in nome della rivoluzione islamica, ha imprigionato un popolo tra repressione interna e aggressione esterna. Un paese che se gestito diversamente potrebbe essere tra i più ricchi e avanzati del mondo.
E chi tenta di difendere Teheran con i paragoni da talk show, ignora – o finge di ignorare – tutto questo. Perché ammettere che l’Iran non è la Libia significa affrontare l’elefante nella stanza: un regime dotato di know-how, risorse, e ambizioni imperiali che sta giocando col fuoco nucleare. E su questo, non hanno nulla da dire.
3. L’incubo inconfessabile: un Iran libero, prospero e (orrore!) filo-israeliano
Immaginate – per un attimo solo – che accada davvero.
Che là dove per oltre quarant’anni ha governato una teocrazia repressiva, anti-americana, antisionista e paranoica, emerga un altro Iran. Un Iran post-islamico, secolare, moderno. Magari non perfettamente democratico, ma stabile, orgoglioso della propria identità, capace di proiettare influenza senza finanziare milizie terroristiche. Un Iran che guarda a Occidente per scelta, non per imposizione. Che riprende i contatti con Israele non per servilismo, ma per interesse strategico condiviso. Un Iran che smette di voler distruggere e inizia a voler costruire.
Questo, per certi ambienti radicalizzati in Occidente, è il vero incubo.
Perché significa che l’asse “buoni contro cattivi” si rompe. Che Israele non è più l’unico “straniero” in Medio Oriente. Che l’antisionismo perde il suo cavallo di battaglia più potente: l’Iran come roccaforte della “resistenza”.
Non possono neppure contemplarlo, un Iran così. E infatti non lo fanno. Preferiscono credere che l’unica alternativa alla teocrazia sia il caos, la guerra civile, l’invasione. Che l’unico ordine possibile sia quello clericale. Che tutto il resto sia imperialismo travestito.
È un meccanismo ideologico, ma anche una forma di codardia morale. Meglio il regime attuale – con impiccagioni, repressioni e centrifughe – che un cambiamento che metta in crisi la narrativa.
4. La pornografia dell’orrore e il moralismo selettivo
C’è una categoria di giornalismo – molto in voga da noi – “di pancia”, “vicino alla gente”, “dalla parte degli ultimi”. E come lo fa? Collezionando lacrime e macerie. Bambini tra le rovine. Madri urlanti. Giovani torturati. Donne con il volto tumefatto. Il dolore umano usato come cornice per un messaggio “buono”.
Il problema è che questo messaggio, spesso, finisce col proteggere chi quel dolore lo infligge.
Prendiamo l’Iran. Sì, lo ammettono: lì la polizia morale picchia, arresta, uccide. Ne impiccano almeno tre al giorno. Le prigioni sono piene di giovani colpevoli di aver ballato, scritto poesie, tolto il velo. Ma poi ecco il colpo di teatro: “A Teheran ci sono più rave che a Roma!” ci dicono con aria illuminata.
Come se bastasse un party clandestino a bilanciare la forca. Come se bastasse un po’ di techno underground per dire: “vedete? in fondo sono felici anche così, non serve cambiare nulla”. E, soprattutto, come se la felicità dei giovani iraniani dovesse essere giustificata. Ma da dove viene questa arroganza condiscendente? Chi ha deciso che un popolo oppresso non dovrebbe aspirare alla libertà solo perché riesce ancora a ballare sotto le botte?
Lo scopo vero non è raccontare la sofferenza. È sterilizzarla. Renderla compatibile con l’idea che il regime, tutto sommato, non vada toccato. Che bisogna evitare le “bombe”, come se qualcuno le stesse davvero chiedendo. Ma anche evitare le pressioni vere, il dissenso serio, il cambiamento strutturale.
Così si arriva al paradosso morale: usare le vittime per proteggere i carnefici. Raccontare le storie di ragazze torturate per poi concludere che, in fondo, non è il caso di destabilizzare il regime che le tortura.
È forse la forma più cinica e meschina di manipolazione. Ma viene accolta con applausi. Perché fa piangere. Perché dà alla gente il sollievo morale di pensare di stare dalla parte giusta, senza dover affrontare la realtà scomoda: che certi regimi non si riformano (gli iraniani ci hanno provato negli anni ‘90 e nei primi 2000 ed è finita malissimo).
5. “I regimi non si buttano giù con le bombe” (e nemmeno con i girotondi)
Questa è forse la più poetica delle illusioni. L’idea che i regimi cadano con i fiori nei fucili, con le mani alzate, con le canzoni di pace. E sì, certo, in due o tre casi nella storia è successo. Perché il regime era già morto dentro, perché il potere aveva perso la voglia o la forza di combattere.
Ma nella storia dell’umanità reale, quella che non si insegna nei laboratori di studi post-coloniali, i regimi cadono tra sangue, fucili, esplosioni, scioperi duri, rivoluzioni o invasioni. Così è andata. Così va tuttora.
Ma questa verità si scontra frontalmente con la narrativa edulcorata, quella che non tollera l’idea che la libertà – a volte – si conquisti a caro prezzo. Che non tutto si risolva con il dialogo. Che non ogni crisi abbia una soluzione diplomatica pronta e sterilizzata.
E poi c’è il colpo di scena moralista: “Gli iraniani preferirebbero i mullah alle bombe israeliane.” Detto, ovviamente, da chi non ha mai parlato con un dissidente, da chi non sa nulla della disperazione quotidiana, della rabbia silenziata, del desiderio di libertà di un’intera generazione.
Gli stessi che dimenticano – o ignorano – che in Italia, quando i carri armati degli alleati (quelli che ci avevano bombardato) entrarono nelle città, furono accolti come liberatori. Non perché le bombe fossero belle. Ma perché la dittatura e la guerra a cui aveva condotto il regime fascista erano peggio.
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Ineccepibile Alessandra. Mi resta da capire come è possibile fermare questa deriva cui siamo arrivati. Come “neutralizzare” questi Influencer pagati, che vengono spacciati per giornalisti esperti. Come evitare questi racconti , del tipo: eh, ma è stata imprigionata in Iran, chi meglio di lei sa come realmente stanno le cose. Che meglio di lei può vantare l’onestà intellettuale per giudicare.
Non ho strumenti per poter dire se si tratta di convinzioni, ideologia o altro. Il punto poi non è neutralizzare chi fa propaganda. Fa parte della libera informazione. Il punto è esserci così che si possa mostrare che si tratta di propaganda.
Articolo davvero eccellente.
PS: Per inciso, se Saddam non aveva armi chimiche – come sostengono quelli che sanno sempre tutto molto meglio degli altri – quei 5000 curdi morti asfissiati sono stati gassati dai marziani?
Bell’articolo. Ma attenzione:
https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2025/06/iran-trump-taco-play/683271/?gift=OeT_GxaR0YTfvHbXCiSG2NO0jfW1Ja180sYbfb2tDWw
https://www.theatlantic.com/international/archive/2025/06/democracy-iran-israel-war-trump/683269/?gift=OeT_GxaR0YTfvHbXCiSG2M-gvpxzojsKq1cv2Al4Udo
Cara Alessandra mi viene da parafrasare Hannah Arendt: “La banalità della verità”
Contro ogni mistificazione, keep going like this!
Complimenti e grazie per l’ottima analisi (Iran che andrà a braccetto con Israele … perchè no ? In fondo basta leggere la storia di Ciro il grande) Lei insieme a Mariano Giustino fate un’opera meritoria per illustrare lo scempio che da decenni stanno facendo i tiranni e taglia gole al potere in Iran …
Grazie!
Grazie.
Magnifico articolo, grazie. Testo base per chi vuole capire che cosa è l’onestà intellettuale, il coraggio delle idee basate su una conoscenza della storia di fronte a ignoranti rancorosi pieni di slogan di parte, lo stile impeccabile di chi sa scrivere di fronte ad analfabeti di ritorno che pubblicano non si sa perché.
Brava, Alessandra!
Fuori da ogni retorica desidero dirti che leggerti è un atto di resistenza alla rassegnazione, un respiro d’aria pulita in mezzo al fumo delle ipocrisie e delle voci ambigue che infestano il discorso pubblico.
I tuoi articoli non si limitano a raccontare democrazia, libertà e coraggio: li incarnano.
Con fierezza lucida, con rigore documentato e uno stile che affascina, illumina e smuove, riesci a spazzare via le lamentele interessate e la retorica vuota di partiti e individui schierati, anacronistici, talvolta vigliacchi, troppo spesso insensibili.
La tua prosa è bellezza in movimento: ogni frase è cesellata con cura, ogni parola scelta con consapevolezza, ogni paragrafo capace di accendere riflessioni profonde e portare alla luce verità che troppi preferirebbero ignorare.
Il tuo coraggio non è solo nel contenuto, ma anche nella forma: nella chiarezza disarmante, nella forza gentile della tua scrittura, nella libertà con cui guardi il mondo negli occhi.
Grazie per essere voce limpida in tempi confusi: chi ti legge non resta mai uguale a prima.
Grazie a lei per questo bellissimo commento.
Grazie anche da parte mia
Magnifico articolo