Iran
Nel nome della libertà, nel nome dell’Iran. Lettera aperta di un iraniano in esilio
Cari compatrioti, fratelli e sorelle dell’esilio, scrivo a voi che da decenni vivete lontano dalla nostra terra, ma che portate l’Iran nel cuore come una ferita aperta e sacra. Scrivo a voi che, pur tra le nebbie del mondo, sognate ancora il profumo delle rose di


Cari compatrioti, fratelli e sorelle dell’esilio,
scrivo a voi che da decenni vivete lontano dalla nostra terra, ma che portate l’Iran nel cuore come una ferita aperta e sacra. Scrivo a voi che, pur tra le nebbie del mondo, sognate ancora il profumo delle rose di Shiraz e le montagne di Teheran al tramonto. Scrivo a voi perché siamo giunti a un momento storico che potrebbe segnare la fine di un incubo lungo quarantasei anni.
Per oltre quattro decenni, il nostro paese è stato tenuto in ostaggio da un regime teocratico brutale. Un regime che ha impiccato poeti, fucilato studenti, imprigionato donne per un velo “sbagliato”, torturato dissidenti, perseguitato minoranze etniche, religiose e sessuali. Un regime che ha fatto del terrorismo di Stato un’industria, mandando squadre della morte all’estero per eliminare oppositori, prendendo in ostaggio cittadini e diplomatici stranieri, sfidando il mondo con un programma nucleare usato come ricatto.
Ora però, la pazienza della comunità internazionale sembra esaurita. Israele, attraverso il governo Netanyahu, ha colpito duramente al cuore del regime: basi missilistiche, centri nucleari e comandi dei pasdaran sono stati distrutti in pochi giorni. Diversi alti ufficiali sono stati eliminati. È un terremoto geopolitico.
Ma ogni terremoto purtroppo ha il suo prezzo. Secondo le fonti, circa 250 civili iraniani sono rimasti uccisi. Internet è stato tagliato. Le comunicazioni con l’interno sono interrotte. L’angoscia per i nostri cari si fa insopportabile. Eppure, in questo dolore c’è forse un segnale: il collasso del regime potrebbe essere più vicino di quanto pensiamo.
In parallelo, due dinamiche cruciali sono in corso:
da un lato, ci sono trattative segrete con l’amministrazione Trump e i paesi del G7 per tentare un nuovo accordo sul nucleare e sui missili; un compromesso che salverebbe il regime, come accadde con Saddam Hussein dopo la prima guerra del Golfo ,quando fu lasciato al potere, solo per vendicarsi poi sui curdi e gli sciiti.
Dall’altro lato, si profila un possibile “cambio di facciata”: una giunta militare interna potrebbe rovesciare Khamenei per instaurare un governo militare in stile Pakistan o Egitto , senza libertà, senza democrazia, senza giustizia.
Ma esiste una terza via.
Una via che non passa né per compromessi con i carnefici, né per dittature militari: la caduta completa e definitiva del regime islamico, con il sostegno del popolo e della comunità internazionale.
Una via sostenuta da parte dei Repubblicani tradizionali negli USA, da Israele e da milioni di iraniani stanchi di vivere in ginocchio. Ma attenzione: anche questa via ha bisogno di una condizione essenziale. Dopo la caduta del regime, si aprirà un vuoto di potere. E quel vuoto dovrà essere riempito con saggezza, legittimità, organizzazione.
È qui che entriamo in gioco noi, iraniani della diaspora.
Abbiamo avuto anni per discutere, litigare, dividerci. Ora non c’è più tempo. Dobbiamo scegliere oggi, non domani, chi possa rappresentare una guida per la transizione. O un leader, o un consiglio di transizione. Ma va fatto adesso. Le grandi potenze non aspetteranno che gli iraniani passino mesi in polemiche sterili.
Le potenze globali, al momento, pongono al centro delle loro priorità “gli interessi, la sicurezza nazionale e la stabilità” della regione. Saranno invece gli stessi iraniani a doversi impegnare per istituzionalizzare “i diritti umani e la democrazia”.
Se esitiamo, ci imporranno soluzioni esterne.
Tra le figure oggi disponibili, una in particolare ha credibilità sia dentro che fuori dal paese: il Principe Reza Pahlavi.
Non si propone come sovrano, ma come servitore di una causa: quella della libertà dell’Iran. I suoi principi sono chiari:
1. Integrità territoriale dell’Iran,
2. Separazione tra religione e Stato (laicità),
3. Impegno per i diritti umani e per la democrazia,
4. Elezioni libere per decidere , tramite referendum , se il popolo iraniano voglia una repubblica o una monarchia costituzionale.
Se qualcuno ha una proposta alternativa, che si faccia avanti ora.
Se esiste un altro leader all’altezza, che lo dica apertamente.
Oppure si può costituire un consiglio di transizione. Ma decidiamo. Non fra sei mesi. Subito.
Oggi, il regime è in un angolo. Il suo tempo è scaduto. Ma la libertà non cade dal cielo. Va preparata, costruita, guidata. E solo noi possiamo farlo.
Non lasciamo che le nostre divisioni uccidano il sogno di un popolo.
Non poniamo l’orgoglio personale, l’ideologia, o gli interessi di gruppo davanti al futuro di ottanta milioni di anime.
Se manchiamo questo appuntamento con la storia, la storia non ci perdonerà.
Non lo faranno neppure i nostri figli. E nemmeno le nostre coscienze.
Questa è l’ultima occasione. Prendiamola con coraggio.
Iran sarà libero. Non per miracolo. Ma perché noi lo renderemo tale.
Con rispetto e speranza,
un iraniano in esilio,
a nome di milioni di cuori spezzati ma ancora pieni di fuoco.
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Sembra essere arrivata l’ora delle scelte, quelle difficili!! Auguro a tutto il popolo iraniano di riuscire a riconquistare la libertà e di poter di vivere in modo sereno e prosperoso.
La riconquista della vostra libertà avrebbe un duplice significato per il resto del mondo civile: la sconfitta delle tenebre ed il raggiungimento di stabilità geopolitica in una regione disastrata da guerre e sopraffazione
???