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L’antisemitismo sta diventando un fastidioso orpello da rimuovere

Antisemitismo

L’antisemitismo sta diventando un fastidioso orpello da rimuovere

La cancel culture è un fenomeno in cui individui, opere o istituzioni vengono screditati o esclusi sulla base di giudizi morali e ideologici. Eventi e personaggi del passato vengono riletti secondo una visione semplificata, che affonda le sue radici nel pensiero marxista e nella sua lettura

Alessandra Libutti07/08/2025Aggiornato 07/08/20256 min lettura1.149 parole
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La cancel culture è un fenomeno in cui individui, opere o istituzioni vengono screditati o esclusi sulla base di giudizi morali e ideologici. Eventi e personaggi del passato vengono riletti secondo una visione semplificata, che affonda le sue radici nel pensiero marxista e nella sua lettura binaria della storia come conflitto tra oppressori e oppressi.

Più che un atto di critica, si configura come una dinamica di condanna collettiva che spesso prescinde dal contesto storico o dalla complessità delle situazioni analizzate. In nome della giustizia sociale o della sensibilità politica, la cancel culture tende a riscrivere o rimuovere parti della storia, isolare figure scomode e imporre una lettura ideologicamente conforme del passato.

In questo schema ogni figura che non rispecchia i valori odierni viene rimossa o condannata, ignorando la complessità dei contesti e la coerenza rispetto ai tempi in cui quelle azioni furono compiute. Si tratta, in questo senso, di una forma di controllo ideologico, che trasforma il dibattito pubblico in un tribunale morale permanente, in cui non si cercano verità ma colpevoli da esibire.

Se non bastavano le statue abbattute, la riscrittura delle favole, le nuove traduzioni politicamente corrette, gli autori banditi e i romanzi messi all’indice (vedi Uomini e topi di John Steinbeck rimosso dal curriculum britannico per la sua “matrice razzista”, come se Steinbeck potesse essere stato in grado di descrivere una realtà diversa da quella che viveva al tempo della Grande Depressione o inventarsi vocabolari e concetti politically correct), oggi la cancel culture si spinge ancora oltre, colpendo la memoria storica stessa. 

L’Università di Edimburgo sta valutando la possibilità di revocare l’adozione della definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra), di sospendere i finanziamenti a istituzioni legate alla memoria dell’Olocausto e di ridefinire storicamente il ruolo di Arthur Balfour in chiave esclusivamente coloniale e razzista. Secondo quanto riportato dal Guardian, la volutazione sarebbe spinta dalle pressioni di attivisti e accademici in risposta alla guerra a Gaza. 

La proposta di abbandonare la definizione dell’Ihra, riconosciuta a livello internazionale e adottata da numerosi governi e istituzioni come strumento di contrasto all’antisemitismo, è significativa. Viene motivata con l’idea che tale definizione limiterebbe la libertà accademica e di parola rispetto alla critica a Israele.

Ma il vero effetto è la delegittimazione di uno strumento nato per proteggere le comunità ebraiche da secoli di discriminazione, pogrom e genocidio. Gli autori del rapporto parlano esplicitamente di “cancellazione” di tale definizione, mettendo sullo stesso piano le politiche israeliane e il razzismo coloniale. Si arriva così a insinuare che l’antisemitismo contemporaneo non sia un fenomeno autonomo, ma un meccanismo politico usato per silenziare le critiche contro Israele. È un’operazione che non distingue più tra Stato e popolo, tra politica e identità, e che rischia di annullare il concetto stesso di antisemitismo.

La cancellazione di una parola, di un concetto, non è mai un atto neutro: equivale a togliere voce a chi subisce, a negare la possibilità stessa di riconoscere e nominare una forma di discriminazione. Eliminare o svuotare di significato il termine “antisemitismo” significa, di fatto, rendere legittima ogni aggressione verbale o simbolica contro gli ebrei, normalizzandola come semplice dissenso politico.

È un processo pericoloso, perché nel momento in cui una parola viene cancellata o ridotta a strumento propagandistico, con essa sparisce anche la possibilità di individuare, denunciare e contrastare ciò che quella parola rappresentava: l’odio razziale, l’intolleranza religiosa, la persecuzione storica.

Decostruire il concetto di antisemitismo sotto la pretesa di difendere la libertà di espressione si traduce, in realtà, nella decriminalizzazione implicita di ogni forma di ostilità, pregiudizio e violenza diretta verso una comunità. È il terreno perfetto su cui l’odio può tornare a farsi parola pubblica, senza più dover temere alcuna condanna.

Fa specie poi constatare come, tra coloro che spingono per la cancellazione del concetto di antisemitismo, vi siano spesso gli stessi che si fanno portavoce della lotta contro l’islamofobia. In un mondo ormai letto secondo lo schema rigido di oppressori e oppressi, l’ebreo viene ridotto a figura sistemicamente privilegiata, associata allo Stato d’Israele e dunque all’oppressione, mentre il musulmano viene identificato come vittima per definizione.

In questa narrazione distorta, solo alcune categorie hanno diritto al riconoscimento del razzismo subito, mentre altre vengono tacitamente escluse da ogni forma di protezione o solidarietà. È un doppio standard ideologico che, nel tentativo di difendere una cosidetta “minoranza” di circa due miliardi di persone al mondo, ne colpisce un’altra di soli 15 milioni sull’intero globo, cancellando secoli di persecuzioni e riducendo l’identità ebraica a un simbolo politico da attaccare.

Il passo successivo, suggerito dagli autori della richiesta all’università di Edimburgo, è il disinvestimento da aziende tecnologiche accusate di “complicità con genocidio”, oltre alla proposta di un Centro Studi Palestinesi che si occupi di ridefinire l’eredità della dichiarazione Balfour.

Anche qui, si impone una lettura univoca e militante della storia: Balfour non è più una figura storica complessa, ma un simbolo assoluto del male coloniale. La sua carriera diplomatica, il suo ruolo nella fondazione dell’Università Ebraica di Gerusalemme, persino le sue ambiguità politiche, vengono appiattite e trasformate in prove di una colpa totale.

Non si tiene conto del contesto storico, né delle persecuzioni che spinsero il popolo ebraico a cercare una patria. Né tantomeno si menziona l’antisemitismo europeo come elemento fondativo del sionismo o la successiva Shoah. Ogni riferimento al dolore ebraico viene rimosso, come se fosse un ostacolo alla narrazione attuale.

Siamo dunque di fronte a un tentativo sistematico di cancellare, moralizzare e reinterpretare la Storia non per comprenderla, ma per condannarla retroattivamente. La definizione di antisemitismo, il significato della dichiarazione Balfour, persino la memoria dell’Olocausto vengono messi in discussione o subordinati a una nuova ortodossia ideologica. Come spesso accade nella cancel culture, la causa proclamata – in questo caso, la solidarietà con i palestinesi – serve da giustificazione per la censura, l’epurazione simbolica e la sostituzione del passato con una narrazione moralmente approvata.

Queste decisioni potrebbero avere effetti reali: sospensione di fondi, reputazione universitaria a rischio, polarizzazione interna. Ma il danno più grave è culturale. L’università, che dovrebbe essere il luogo del confronto e della ricerca della verità, diventa teatro di una semplificazione estrema, dove il dissenso è sospetto e la storia non è più da studiare, ma da giudicare. 


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3 pensieri su “L’antisemitismo sta diventando un fastidioso orpello da rimuovere

  1. Pingback: Dall'Italia alla Scozia, l'odio per gli ebrei come prodotto di esportazione | InOltre

  2. blogdibarbara dice:

    Che poi, se il problema è il retaggio coloniale, di quanti stati dovremmo ridiscutere la legittimità (a cominciare, per restare in questo ambito specifico, dalla Giordania, sorta sul 78% del territorio del mandato britannico, che la Balfour aveva destinato al “focolare ebraico”)?

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