Israele
L’attacco israeliano di Doha certifica la fine della protezione araba ad Hamas
Il silenzio è finito. Per anni Doha ha fatto da banca e da ombrello per Hamas: valigette, stipendi ai “funzionari”, aiuti che tenevano in piedi un sistema chiuso e feroce. Tutti lo sapevano, tutti giocavano a guardare altrove. Era il patto sporco del “containment”: nutrire il



Il silenzio è finito. Per anni Doha ha fatto da banca e da ombrello per Hamas: valigette, stipendi ai “funzionari”, aiuti che tenevano in piedi un sistema chiuso e feroce. Tutti lo sapevano, tutti giocavano a guardare altrove. Era il patto sporco del “containment”: nutrire il mostro quel tanto che bastava per tenerlo prevedibile. Il 7 ottobre ha bruciato quel patto. Israele ha deciso che con Hamas non si convive più. E il Qatar ha capito che difenderlo a oltranza costava troppo: reputazione con Washington, affari con l’Europa, equilibrio nel Golfo.
Oggi la scena è cambiata ancora. Esplosioni a Doha, fumo sullo skyline, un’operazione mirata contro figure di vertice del movimento. Le versioni divergono, come sempre nelle prime ore: c’è chi parla di bersagli centrati ai vertici politici, chi ridimensiona, chi nega. Il Qatar condanna e invoca il diritto internazionale. Ma il punto non è l’aggettivo nella nota diplomatica. Il punto è che la capitale-mediatrice è diventata teatro. E quando il salotto dei negoziati si riempie di cenere, il messaggio è semplice: l’era delle retrovie sicure è finita.
Non siamo davanti a un “incidente”. È la conferma di una traiettoria che corre da mesi. L’asse arabo “sistemico” – Arabia Saudita, Emirati, Egitto, Giordania – non ha mosso un dito per salvare Hamas. Troppe volte si è visto come l’islamismo politico trasformi il problema degli altri nel proprio. Doha lo ha capito bene: ha usato Hamas come badge d’accesso alla stanza dei bottoni, come pass per sedersi al centro del tavolo con gli Stati Uniti. “Vuoi aprire un canale a Gaza? Passi da qui.” Funzionava quando la pedina rendeva. Quando la pedina brucia, si cambia pedina.
E qui sta la svolta. Il Qatar è un calcolatore, non un benefattore. Ospita una grande base americana, vende gas naturale liquefatto a mezza Europa, si propone come mediatore onnipresente. Non può permettersi di restare inchiodato a un attore percepito in larga parte del mondo come irrecuperabile. Per mesi ha scelto la tattica del volume basso: dichiarazioni generiche, comunicati calibrati, nessuna rottura frontale. Oggi quella linea non basta più. Se la tua città diventa un bersaglio, se l’immagine di “porto franco” salta, il conto politico lo paghi subito. E allora basta metafore: Hamas non è più un asset, è un costo.
La domanda che conta è una: e adesso? Adesso si entra nella fase che a Gaza non si era mai voluta nominare: il dopo. Se il braccio armato accetta la resa – non la parola, il fatto – allora la narrativa dell’invincibilità evapora. Se invece continua la corsa suicida, l’isolamento diplomatico diventa totale e il capitale residuo si consuma in giorni. Comunque vada, la traiettoria è discendente. L’attacco di Doha vale come sentenza: nessuna immunità, nessuna extraterritorialità, nessun talismano.
Sia chiaro: non è una favola morale dove i “buoni” vincono per definizione. È l’anatomia di un fallimento politico. Per anni il denaro per “i civili” ha innervato un apparato che ha privilegiato milizia, propaganda, clientele. La società civile è stata educata alla resistenza permanente, alla liturgia della martirologia, alla rinuncia a ogni kompromiss. Quando la realtà bussa, la retorica si sbriciola. E la realtà è brutale: se i tuoi sponsor ti mollano, non sei un simbolo, sei un peso. Gli sponsor non ti devono la vita eterna: ti usano fino al limite di convenienza, poi girano pagina. È accaduto mille volte nella storia mediorientale; sta accadendo ancora.
La mappa del potere lo conferma. Israele procede per obiettivi e tempi propri. Gli Stati Uniti misurano i danni sistemici e tengono in piedi i canali che servono, non quelli che fanno scena. Le monarchie del Golfo non sprecano capitale politico per un movimento percepito come destabilizzante. L’Egitto si muove da guardiano delle soglie: apre e chiude, pesa e conta. In questo schema, il Qatar vuole restare arbitro, non comparsa. Per restare arbitro deve mostrarsi affidabile a chi conta davvero. Tra Hamas e Washington, Doha ha fatto la sua scelta da un pezzo. L’attacco di oggi la rende visibile anche a chi fingeva di non vederla.
“Giorno del Giudizio” non significa che scatta la pace. La guerra non finisce quando si rende conto il bilancio; finisce quando si chiude l’ultimo varco che ancora alimenta l’illusione. E la giornata di oggi chiude proprio quel varco: l’idea che esistano spazi inviolabili da cui continuare a dirigere, coordinare, negoziare senza pagare prezzo. Se il salotto è colpito, la liturgia della delegazione in giacca e cravatta perde la magia. Restano i fatti: catene di comando interrotte, messaggi di deterrenza, reti logistiche che si accartocciano.
Prossime 72 ore. Uno: chiarire i nomi, separare realtà e voci, prendere atto di ciò che è stato davvero neutralizzato. Due: misurare la risposta di Doha – parole, pressioni, mosse di contenimento interno – e quella degli Stati Uniti, che useranno ogni sfumatura per tenere padroneggiale la crisi. Tre: osservare la tenuta del “fronte propagandistico”. Se la macchina mediatica di supporto vacilla, il mito si sgonfia più in fretta delle macerie sul terreno.
E i palestinesi? Qui sta il punto più duro. Non c’è futuro senza disinnescare il racket. Ogni proposta per il “day after” è carta bagnata se non si spezza la filiera che trasformava denaro in potere di milizia. Serve un’autorità credibile, serve sicurezza, serve una ricostruzione che privilegi chi lavora e studia, non chi brandisce la bandiera. Se l’Occidente esiterà, saranno gli arabi a chiedere che lo faccia l’Occidente, con la solita acrobazia lessicale: tutti coinvolti, nessuno responsabile. Ma l’aria è cambiata. Il tempo dei giri di parole è finito.
Ricapitoliamo senza filosofia. Esplosioni a Doha e bersagli dichiarati tra la leadership. Condanne di rito. Versioni discordanti sui nomi e sul bilancio. Ma il dato politico è già scolpito: anche gli indirizzi più protetti sono diventati indirizzi possibili. Il valore di Hamas come pedina di influenza si deprezza, la sua spendibilità nel sistema regionale evapora. Non importa quante smentite rimbalzeranno nelle prossime ore: il segnale ha già raggiunto gli attori che contano.
Oggi è il Giorno del Giudizio. Non perché tutto finisca qui, ma perché finiscono gli alibi. Finisce il lusso della doppia faccia. Finisce la stanza dove si poteva giocare su due tavoli e uscirne puliti. Da domani restano due opzioni: arrendersi al realismo o continuare a farsi travolgere da esso. In entrambi i casi, il finale è lo stesso: la stagione del protetto è chiusa, comincia la stagione del rendiconto. E il rendiconto, da queste parti, arriva sempre in silenzio, qualche secondo dopo l’ultima esplosione.
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E oltre che una valutazione lucida e perfetta, anche una penna da grande narratore: complimenti.
Una valutazione lucida e perfetta.
Concordo su tutto, e aggiungerei un elemento apparentemente incongruente: la Borsa di Tel Aviv ieri è schizzata ai suoi massimi storici.