Storia, costume e cultura
Leibniz e Spinoza a cena con Dio
Novembre 1676: Gottfried Wilhelm Leibniz entra in una una casa di mattoni rossi, alla periferia settentrionale dell'Aja. Ad attenderlo c'era Baruch Spinoza. Cominciano a parlare in una minuscola stanza sottotetto, con un tornio per molare le lenti da un lato e un letto a baldacchino dall'altro.


Novembre 1676: Gottfried Wilhelm Leibniz entra in una una casa di mattoni rossi, alla periferia settentrionale dell’Aja. Ad attenderlo c’era Baruch Spinoza. Cominciano a parlare in una minuscola stanza sottotetto, con un tornio per molare le lenti da un lato e un letto a baldacchino dall’altro. Al centro un tavolino di legno grezzo e in un angolo una cartella di schizzi a inchiostro, tra cui un ritratto di Masaniello.
Secondo il proprietario della casa, il pittore Hendrick van der Spyck, Baruch eccelleva nel disegno e il ritratto del capopopolo napoletano “rassomigliava sorprendentemente” al suo inquilino. L’incontro dura poche ore o forse qualche giorno, ancora non è chiaro. Rovistando tra le biografie dei due giganti del pensiero moderno, Matthew Stewart ha cercato di ricostruirne la genesi in un controverso volume di molti anni fa, riedito da Feltrinelli (“Il cortigiano e l’eretico”).
Lo studioso americano attribuisce all’episodio un rilievo che è però confutato dalla tradizione interpretativa inaugurata da Georges Friedmann. In ogni caso, l’intenso e semiclandestino rapporto epistolare tra “l’avvocato di Dio” e il “temibile cartesiano” è un dato di fatto. Esso forse inizia già nel 1670, nonostante Leibniz -come confessa al suo vecchio maestro Jacob Thomasius- avesse trovato “intollerabilmente licenzioso il libello sulla libertà di filosofare”, ossia il “Tractatus theologico-politicus” (apparso anonimo all’inizio di quell’anno).
Nell’aprile 1671 Johan Georg Graevius, erudito tedesco di vasta fama, lo informa che il “libro pestilenziale” di cui si vociferava era stato confezionato da un “giudeo di nome Spinosa”, recentemente cacciato dalla sinagoga per le sue “opinioni mostruose”. “Ethica more geometrico demonstrata” era il suo titolo, ma tutti i tentativi di pubblicarlo si concluderanno con la minaccia di un processo penale per il suo autore.
Baruch aveva buoni motivi di temere per la propria incolumità. Il più carismatico teologo del tempo, il giansenista Antoine Arnauld, lo aveva definito “l’uomo più empio e più pericoloso del secolo, […] che merita di essere coperto di catene e fustigato con una verga”.
Nell’intimità del suo studiolo, Leibniz invece non cessava di riempire i propri quaderni con meticolosi commenti degli scritti del suo nemico pubblico. In alcune lettere lo chiamava “celebrato dottore e profondo filosofo”, e implorava gli amici comuni affinché gli procurassero una copia dell’Etica. Di ritorno da un viaggio in Inghilterra, decide così di conoscere Spinoza di persona. A bordo di un brigantino risale l’estuario del Tamigi diretto a Gravesen. Il 10 novembre 1676 sbarca a Rotterdam. Tra i suoi bagagli c’era una cassetta di legno tutta ingranaggi e scale graduate, una specie di rudimentale antenato del computer di Alan Turing.
lndossava una fluente parrucca e un abito raffinato, coulotte al ginocchio e calze di seta. Era di corporatura minuta, con un naso sottile e occhi scrutatori. Le sue mani deformi erano uncinate e sgraziate. Difetti quasi impercettibili di fronte all’eleganza del suo eloquio: “Quando uno […] paragona i propri modesti talenti a quelli di un Leibniz -scriverà Denis Diderot nella “Encyclopédie”- è tentato di […] rintanarsi nelle profondità di qualche angolo buio”. L’allora trentenne giurista era già celebre per il suo sapere enciclopedico. Aveva inventato il calcolo differenziale e integrale (dopo Isaac Newton, ma indipendentemente da lui) e la lista dei suoi contributi nei campi più svariati era interminabile: chimica, cronometria, geologia, storiografia, linguistica, ottica, fisica, poesia; e, ovviamente, filosofia.
“Ho trascorso tante ore con Spinoza dopo cena”, annota Leibniz dopo una delle loro chiacchierate. “[…] Non vedeva con chiarezza -prosegue- gli errori nelle leggi del moto di Monsieur Descartes; restò sorpreso quando io presi a mostrargli che esse violavano l’eguaglianza di causa ed effetto”. Ma l’oggetto principale dell’incontro sarà un altro. Ne abbiamo una sola ma importante testimonianza diretta. Pubblicata per la prima volta nel 1890, è una paginetta intitolata “Quod ens perfectissimus existit”. Leibniz l’aveva scritta per contestare il “Deus sive Natura” di Spinoza.
Tuttavia, in seguito ammetterà che Baruch non era stato persuaso dalle sue due prove dell’esistenza di Dio, quella ontologica e quella cosmologica. Sette anni dopo il loro incontro, l’autore della “Teodicea” riconoscerà che il suo ospite era sinceramente convinto di “essere al servizio dell’umanità, liberandola da superstizioni infondate”. E aggiunge: “Si deve convenire che Epicuro e Spinoza, ad esempio, condussero una vita del tutto esemplare”.
L’eretico austero, che aveva rivendicato la libertà di pensiero in una libera repubblica, muore mentre si accingeva a completare la sezione della sua ultima opera, il “Tractatus politicus”, proprio dedicata alla democrazia. Era il 21 febbraio 1677. Il cortigiano mondano e vanitoso, che aveva cercato di comprendere la lingua che la mente divina parla nella natura, muore ad Hannover il 14 novembre 1716. Nessuno della corte andrà al suo funerale. Poco prima di spirare aveva rifiutato il conforto di un pastore luterano. Gli aveva detto che, poiché non aveva mai fatto del male a nessuno, non temeva l’Aldilà.
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Sono molto ignorante, ma non abbastanza da non apprezzare e godere di queste perle che ci regali.
Grazie Michele.
L’irriverente quasi blasfema notazione è che da quegli incontri non scaturì un “patto della crostata”. 400 anni fa erano già più seri.