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Opportunismo e ipocrisia dietro al riconoscimento dello Stato palestinese

Medioriente

Opportunismo e ipocrisia dietro al riconoscimento dello Stato palestinese

Per settant'anni, il concetto di "stato palestinese" è stato un pilastro della retorica internazionale. Un obiettivo nobile, una soluzione giusta, una necessità storica. Eppure, dopo sette decenni di negoziati, risoluzioni ONU, iniziative di pace e fiumi di denaro, questo stato non esiste. La domanda, da porsi

Alessandro Tedesco01/08/2025Aggiornato 01/08/20254 min lettura776 parole
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Per settant’anni, il concetto di “stato palestinese” è stato un pilastro della retorica internazionale. Un obiettivo nobile, una soluzione giusta, una necessità storica. Eppure, dopo sette decenni di negoziati, risoluzioni ONU, iniziative di pace e fiumi di denaro, questo stato non esiste. La domanda, da porsi con un’onestà brutale, non è perché Israele non lo permetta, ma perché questo stato non sia mai riuscito a costituirsi dall’interno. La risposta è un esercizio di realismo che smaschera l’ipocrisia di quasi tutti gli attori in campo.

Il primo, e più assordante, ostacolo non è a Tel Aviv, ma si trova nel mondo arabo stesso. Dal piano Peel britannico del 1937 fino alle proposte più recenti, la leadership palestinese ha rifiutato ogni ipotesi di spartizione. Ma dietro a questo rifiuto si cela una verità più profonda: le nazioni arabe non hanno mai voluto la reale creazione di uno stato palestinese sovrano.

Uno stato palestinese stabile e funzionale eliminerebbe la più potente arma di propaganda contro Israele e costringerebbe le nazioni confinanti, come Egitto e Giordania, a farsi carico di un’entità politicamente instabile e ingestibile. È più comodo e utile mantenerlo allo stato di causa, di ferita aperta, piuttosto che trasformarlo in una responsabilità.

In secondo luogo, sorge la domanda fondamentale sulla governance. Chi gestirebbe questo ipotetico stato? L’Autorità Palestinese guidata da Fatah è un’entità corrotta, la cui leadership non indice elezioni da quasi vent’anni e la cui legittimità è nulla. L’alternativa è Hamas, un’organizzazione il cui statuto fondativo invoca esplicitamente la distruzione di Israele e che governa Gaza con il pugno di ferro del fondamentalismo teocratico.

Il riconoscimento di uno “stato” in queste condizioni significherebbe legittimare un’entità fallita e corrotta o, peggio, un proxy dell’Iran ai confini di Israele. Le parole del primo ministro dell’ANP, Mohammad Mustafa, che chiede ad Hamas di deporre le armi, cadono nel vuoto mediatico internazionale, perché non servono alla narrativa dominante che vuole un popolo unito e oppresso, non una realtà di faide interne e lotte di potere sanguinarie.

In terzo luogo, uno stato non è solo un nome su una mappa. Richiede istituzioni civili, un sistema giudiziario, il monopolio della forza e la capacità di garantire sicurezza e prosperità ai propri cittadini. I territori palestinesi, dopo decenni di autogoverno parziale, non hanno prodotto nulla di tutto ciò.

Hanno invece generato una cleptocrazia sotto Fatah e un regime del terrore sotto Hamas. L’idea che il semplice riconoscimento internazionale possa magicamente creare le fondamenta di uno stato civile è un pio desiderio che ignora decenni di fallimenti. Come ha evidenziato il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid (Inoltre ne ha pubblicato un intervento ieri), nessuno dei promotori del riconoscimento si pone le domande basilari: quali confini? Quale capitale? Quale sistema di governo?

Infine, l’ipocrisia raggiunge il suo apice nella pretesa che il riconoscimento sia un passo verso la pace. Storicamente, ogni tentativo di unificare i palestinesi sotto un’unica bandiera è avvenuto non con l’obiettivo di costruire una nazione prospera accanto a Israele, ma sotto l’egida della sua cancellazione. La soluzione a due stati, nella visione di gran parte della leadership palestinese, è sempre stata una fase transitoria verso la soluzione a uno stato: il loro.

In questo contesto, la corsa di nazioni europee come Spagna, Irlanda e ora forse Francia e Regno Unito a “riconoscere lo Stato di Palestina” è un atto di cinica propaganda. È un gesto velleitario, spesso dettato da calcoli di politica interna e dalla necessità di mostrarsi rilevanti su una scena internazionale da cui sono di fatto assenti.

Riconoscono una finzione giuridica e politica, un’entità senza sovranità, senza confini definiti e con leadership che si odiano a vicenda. È un atto che premia la violenza del 7 ottobre, la corruzione dell’ANP e il rifiuto sistematico di ogni compromesso.

La richiesta di Elly Schlein a Giorgia Meloni di accodarsi a questa farsa è la sintesi di questa ipocrisia: un cortocircuito politico che ignora la realtà per inseguire una narrazione. La verità, asciutta e tagliente, è che uno stato palestinese non nasce perché non può, o non vuole, nascere dalle proprie fondamenta. E nessuna dichiarazione da una capitale europea potrà mai cambiare questa realtà.


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5 pensieri su “Opportunismo e ipocrisia dietro al riconoscimento dello Stato palestinese

  1. Maria Nadia dice:

    Magistrale.
    Ma la narrazione main stream è ormai inscalfibile (tanto che persino il Presidente Mattarella si è parzialmente adeguato).
    La mia domanda è: a chi giova? Chi fomenta? L’Occidente è ormai islamizzato al punto di sostenere le ragioni dell’occupante (tale mi sembra ormai la situazione)?
    Grazie della risposta (se c’è).
    Nadia Mai

    • Alessandro Tedesco dice:

      Cara Nadia,

      ti ringrazio molto per le tue parole e per la lettura attenta. Le tue domande sono centrali e toccano il cuore del problema.
      Viviamo un’epoca in cui il dibattito pubblico su temi complessi viene spesso sacrificato a favore di narrazioni polarizzate e semplificate, rendendo difficile distinguere i fatti dalla propaganda. Questo, inevitabilmente, esercita una pressione anche sulle istituzioni.
      Alla tua domanda “a chi giova?”, la risposta è che i beneficiari sono diversi e su più livelli. Da un lato, ci sono attori esterni che hanno interesse a indebolire la coesione delle democrazie occidentali, alimentando la polarizzazione interna. Dall’altro, non si possono ignorare le dinamiche di pura politica domestica, dove posizioni nette su temi internazionali vengono usate per consolidare il consenso o per mobilitare specifiche fasce di elettorato.
      Questo si lega alla tua ultima riflessione. Più che di una questione puramente religiosa, forse è più utile parlare di cambiamenti demografici e politici che hanno reso alcune comunità un bacino elettorale sempre più rilevante, con un peso che la politica, per calcolo, non può più ignorare.

      Un caro saluto e grazie ancora per il contributo.

  2. reallylimburger6e50e6906f dice:

    Articolo che solleva quesiti corretti. C’è da chiedersi come mai queste riflessioni sostenute da elementi concreti non siano fatte anche da Paesi Occidentali come UK e Francia che invece sembra preferiscano la ribalta degli annunci roboanti alla politica reale.

  3. Pingback: Riconoscimento della Palestina: Schlein si unisce al meme

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