Regno Unito
Robinson, Farage e Musk: il circo mediatico sulle Gang dello stupro che fa implodere l’estrema destra
Ancora una volta assistiamo a un’operazione strumentale, dove una base reale viene usata come scudo per giustificare manipolazioni e slogan di bandiera. Il risultato? Uno scenario in cui le persone si dividono in tifoserie, pronte a gridare l’iconica frase: “Beh, se è vero, allora…” E così,



Ancora una volta assistiamo a un’operazione strumentale, dove una base reale viene usata come scudo per giustificare manipolazioni e slogan di bandiera. Il risultato? Uno scenario in cui le persone si dividono in tifoserie, pronte a gridare l’iconica frase: “Beh, se è vero, allora…”
E così, non importa quante volte il pubblico venga ingannato: continua a cascarci, incapace di imparare la lezione. Ogni volta diventa sordo a qualsiasi tentativo di analisi reale e approfondita della situazione, intrappolato in un meccanismo che premia l’apparenza e il clamore rispetto alla sostanza e alla verità.
Partiamo da una premessa fondamentale: le strumentalizzazioni si basano quasi sempre su un fatto reale. Non potrebbe essere altrimenti, perché la realtà offre quella parvenza di credibilità necessaria per trasformare un evento in uno strumento di manipolazione.
È proprio la presenza di un fondo di verità che rende queste operazioni tanto persuasive quanto pericolose. La verità viene distorta, amplificata o estrapolata dal contesto per servire a scopi ideologici, propagandistici o di controllo narrativo. Ed è su questa base che si costruiscono divisioni, tifoserie e slogan capaci di trasformare un dibattito complesso in un’arena di fazioni contrapposte.
Così, all’improvviso, un problema sociale come quello delle “grooming gangs” asiatiche in Gran Bretagna, ovvero degli stupri di massa, noto e documentato da oltre 30 anni, diventa improvvisamente un’arma politica. Un dramma che attraversa decenni di storia, dai tempi di Major fino a Starmer, con oltre 20 anni di governi conservatori contrapposti a una decina di anni di governi laburisti, viene strumentalizzato per attaccare un governo laburista in carica da appena cinque mesi.
In questo contesto, i laburisti vengono dipinti come gli unici responsabili di una tragedia che affonda le sue radici in decenni di negligenze trasversali. Questo è il potere della propaganda: capovolgere la percezione della realtà, cancellare la complessità storica e trasformare un fatto tragico in un’arma politica da brandire contro l’avversario.
Cercherò allora di fare una disamina della questione.
La questione odierna
Facciamo un passo indietro ai disordini che hanno messo a ferro e fuoco le città britanniche nel corso dell’estate. A fomentarle e a coordinare i gruppi è l’estremista di destra Tommy Robinson, il cui vero nome è Stephen Christopher Yaxley-Lennon, fondatore nel 2009 dell’English Defence League (EDL), un gruppo che si oppone all’islamizzazione nel Regno Unito. Negli anni, Robinson ha accumulato numerosi precedenti penali, tra cui condanne per truffa, aggressione e violazione di ordini del tribunale. È stato incarcerato più volte tra il 2005 e il 2019, con accuse che spaziano dall’assalto all’uso di passaporti falsi. Noto diffusore di fake e incitamento all’odio sui social.
Grazie al ruolo svolto nei disordini, Robinson diventa il paladino di Elon Musk che passa l’estate ad attaccare Starmer, il quale era stato eletto da poche settimane. In autunno poi, Elon prende accordi con il partito di estrema destra di Nigel Farage, Reform UK, e gli promette una sovvenzione di 100 milioni di sterline, cosa che fa guadagnare al partito migliaia di iscritti, tanto da fargli sorpassare il numero di iscrizioni dei Tories. E certo, lasciamo stare la questione che la cosa getta scompiglio istituzionale in UK, dato che Musk entrerà a breve nell’amministrazione Trump, trasformando la sua sovvenzione in un interferenza di un’amministrazione di uno Stato straniero negli affari interni di un altro… ce ne occuperemo in altra sede… Restiamo piuttosto a Musk che ha fatto del rafforzare l’estrema destra britannica la sua missione, e del far scarcerare Robinson un imperativo categorico.
E allora, puf! dal cilindro magico esplode la questione delle “grooming gangs” asiatiche, quella che sta lì da decenni, con istanze di affossamenti da parte di destra e sinistra. La scusa è la decisione di Jess Phillips, sottosegretario laburista, di demandare l’inchiesta sui casi di stupro ad Oldham alle autorità locali e non avviare un’indagine nazionale. Una decisione che potremmo definire infelice, non fosse che viene da chiederci perché non è esplosa tutta questa fanfara quando la ministra conservatrice Amanda Solloway prendeva la stessa identica decisione nel 2022. Sissignori, però questo Borgonovo, nel suo pezzo su La Verità non ce lo dice. Ad affossare, pare, siano stati i laburisti… probabilmente previ casi di possessione durante i 14 anni di amministrazioni di destra: “Labour esci da questo corpo!”
E chi è il prode paladino messianico che rende nota l’acqua calda? Naturalmente Tommy Robinson, il che fa piuttosto sorridere per chi ha familiarità con il personaggio, uno troppo estremista perfino per Nigel Farage, che prende subito le distanze e sembra dare calci sotto al tavolo a Musk come per dire.. “ma che cacchio stai facendo??? Ma lo sai chi è Robinson?” In risposta naturalmente il megalomane che non sopporta di essere contraddetto neppure dal suo migliore alleato politico nel Regno Unito, a due settimane dall’avergli promesso carriole di soldi, lo scarica con un tweet, annunciando alla platea mondiale che Farage non ha quello che il lavoro richiede (leggi: fare il burattino di cui Elon tira i fili). E che fosse la volta in cui mordendoci la lingua riusciamo pure ad apprezzare Farage.

Di tutto, in fondo, si può dire di Farage ma non che non sappia fare il suo mestiere. Un uomo che attira voti con un ghigno, tira a sé i conservatori più radicali; capace di rientrare nell’arena e di ottenere il 14% alle elezioni in sole 5 settimane, tanto ta spaccare i Tories. E certo, a Musk sta molto meglio la marionetta Robinson, ma chi ha un minimo di sale in zucca sa che Robinson non porterà mai più di poche migliaia di voti di hooligan da stadio.

Qualcuno forse lo fa notare a Musk che no, Robinson non è proprio il leader ideale e che il britannico medio piuttosto che votarlo si butterebbe dal quinto piano, così in una giornata di delirio euforico da onnipotenza, in cui dal suo palazzo di Gotham City detta le regole della politica britannica, ci dice che:
Starmer, eletto democraticamente 5 mesi fa se ne deve andare.

Che Farage non solo se ne deve andare ma deve essere sostituito da Rupert Lowe.

Ecco, sì insomma, Elon ha letto un paio di tweet e deciso il prossimo Primo ministro britannico. Fuori Starmer e Farage, nuove elezioni e il leader lo decido io, mica 60 milioni di britannici. Robinson d’altronde fa quello che deve fare: l’avanzo di galera eroe per un giorno (ma solo uno).
Ancora più ironico per chi è familiare con l’indefessa amicizia tra Robinson e l’altro estremista di destra Andrew Tate, di cui il nostro Tommy è grande sostenitore. Cosa c’è in fondo di male per un suddetto paladino che denuncia gli stupri di massa di gang asiatiche essere amico di un uomo che si autodefinisce misogino e promotore di una visione iper-mascolina spesso associata alla cosiddetta “mascolinità tossica”? Un uomo che si è convertito all’Islam (e sì, avete letto bene) perché si trova in sintonia con il suo modello di mascolinità improntato su forza, controllo e dominio, elementi che rispecchiano una narrativa fortemente radicata in un immaginario machista e testosteronico.
Ecco, nel teatro dell’assurdo della strumentalizzazione in grande stile, ci troviamo davanti a questo meraviglioso cortocircuito dove l’estrema destra anti-islamica abbraccia, sposa e glorifica l’Islam. Per inciso, io me lo spiego benissimo, ma per chi in questi giorni fa dello scandalo delle “grooming gangs” una bandiera contro l’immigrazione evidentemente non ha capito che questa gente sta prendendo tutti i boccaloni per i fondelli.
Sì ma… la verità…
Elon Musk proclama a gran voce che il Regno Unito dovrebbe aprire un’inchiesta, creando fin da subito una situazione paradossale in cui tale indagine non potrà mai essere avviata. Una dinamica che, in teoria, non avrebbe neppure bisogno di essere spiegata, ma che vale comunque la pena chiarire: quando un magnate miliardario, parte integrante dell’amministrazione di un altro Stato, che per giunta sovvenziona un partito dell’opposizione, suggerisce a un Paese sovrano quali indagini debba condurre, si configura un’intromissione di tale portata che, a prescindere dal merito o dalla fondatezza della proposta, rende quell’inchiesta politicamente e diplomaticamente impossibile. Punto.
Nel pieno dell’apoteosi dell’egomania, Elon Musk, sfruttando la sua posizione influente negli Stati Uniti, oltre a dirci che Starmer se ne deve andare, è arrivato persino a invocare nuove elezioni nel Regno Unito. Una dichiarazione che viola palesemente le più basilari regole di non interferenza tra Stati sovrani, facendo finta di ignorare che il sistema politico britannico non prevede nuove elezioni generali fino al 2029. Naturalmente, Musk è perfettamente consapevole di questa realtà, ma il suo obiettivo non è rispettare le regole: è creare clamore. Così si lancia nella performance tanto pirotecnica quanto ridicola di chiedere a Carlo III di sciogliere il parlamento. E, come al solito, i boccaloni abboccano, amplificando il messaggio senza riflettere sulle sue evidenti incongruenze.
Sì ma… le bambine…
Sì, ma gli affossamenti…
Ad aggiungere benzina sul fuoco contro Starmer, arriva anche Donald Trump, che lancia una critica al leader laburista, dichiarando che dovrebbe abbandonare l’energia eolica. Nonostante il commento rifletta la retorica abituale di Trump contro le energie rinnovabili, appare evidente come l’ex presidente stia sfruttando il dibattito per inserirsi nella narrazione politica britannica. Perché, appunto, benvenuti nell’era del politicamente scorretto ma tutto tondo, dove non esistono più regole o etica da rispettare. Chi si sveglia la mattina può dire ai britannici come mandare avanti il loro Paese.
E ora passiamo al caso in sé.
Il dramma delle “grooming gangs”
Tra il 1997 e il 2013, le città di Rotherham e Rochdale sono state teatro di uno dei più gravi scandali di abusi sessuali su minori nel Regno Unito, con circa 1.400 ragazze, principalmente di origine bianca, abusate da bande di uomini, in gran parte di origine pakistana. Le indagini evidenziarono una sistematicità degli abusi e il fallimento delle autorità locali, che ignorarono le vittime nonostante numerosi avvertimenti. Un rapporto del 2014 ha rivelato che polizia e servizi sociali spesso archiviavano i casi, contribuendo a una cultura del silenzio e a un crescente scetticismo verso il sistema giudiziario.
Nella cultura spicciola che riduce questioni complesse a semplificazioni estreme, questo dramma culturale e sociale viene spesso associato alla presunta “tolleranza della sinistra” sull’immigrazione. Tuttavia, nel caso del Regno Unito e delle gang dello stupro, questa narrativa è priva di fondamento. In primo luogo, perché molti dei responsabili di questi crimini sono cittadini britannici di terza generazione. Le comunità pakistane (e del Bangladesh) presenti in queste aree, infatti, affondano le radici agli anni ’50 e ’60, quando il governo britannico invitò lavoratori dall’Asia meridionale per contribuire alla ricostruzione del Paese nel dopoguerra. Ad Oldham, per esempio, dove si stanno verificando gli incidenti attuali, i lavoratori arrivarono alla fine degli anni ’50 su invito della corona per lavorare nelle fabbriche di cotone. Erano prevalente gli uomini. Negli anni ‘70 (soprattutto dopo la guerra in Bangladesh nel ’71) gli uomini furono raggiunti dalle famiglie. Attribuire questi fenomeni all’immigrazione recente non solo è storicamente impreciso, ma distoglie l’attenzione dai fallimenti sistemici che hanno permesso tali abusi.
Certamente ci troviamo di fronte a un problema di scontro culturale e mancata integrazione, ma si tratta di un fenomeno che attraversa oltre 60 anni di storia e politiche britanniche, impossibile da attribuire a un singolo partito o schieramento politico. Una mancata integrazione che è stata innanzitutto frutto errori commessi fin dagli anni ’60. La realtà di molte cittadine delle Midlands e del Nord dell’Inghilterra, dove si sono verificati gli incidenti, è il riflesso di atteggiamenti e decisioni che mascheravano una distanza culturale e sociale, più che una vera accoglienza. Da un lato la decisione infelice nel dopoguerra di non distribuire la manovalanza che arrivava dalle ex colonie sul territorio nazionale per favorire l’integrazione, ma circoscriverla in comunità; dall’altro un atteggiamento di tolleranza e rispetto verso le tradizioni altrui, profondamente radicato nel pensiero britannico. In breve: “fate quello che volete, ma fatelo solo lì”. Un approccio che, sebbene nato con intenti positivi, si sta ora rivelando un boomerang, avendo in alcuni casi impedito di affrontare criticamente dinamiche culturali che favoriscono la marginalizzazione e la reiterazione di pratiche dannose all’interno di certe comunità.
La questione cruciale è il tribalismo radicatosi in alcune comunità, dove poliziotti, medici, giudici, avvocati e amministratori locali spesso appartengono agli stessi gruppi familiari degli accusati, contribuendo a insabbiare le indagini e a ostacolare la giustizia. Si è ricreata una micro-società pakistana, una realtà parallela che, dai primi casi risalenti agli anni ’80, sotto il governo Thatcher, a oggi, è stata costantemente nascosta sotto il tappeto.
I laburisti ne escono particolarmente colpiti perché le comunità pakistane sono in larga parte loro sostenitrici, ma il problema rimane essenzialmente di natura sociale prima che politica. Questo crea un corto circuito democratico in aree dove il 30-40% della popolazione appartiene a minoranze etniche. Un politico che “potenzialmente” potrebbe sfidare tali comunità, semplicemente… non viene eletto! Questo intreccio tra dinamiche comunitarie, e omertà di stampo simil mafioso sottolinea una falla strutturale nel sistema democratico in contesti dove un’etnia si impone a livello istituzionale decidendo non solo le regole locali, ma spesso insabbiando.
Si tratta, dunque, di una questione seria che i governi britannici dovranno prima o poi affrontare. Sul come, però sarà un bel paio di maniche perché le culture basate sull’omertà difficilmente le trasformi con operazioni di polizia e indagini (che certo devi comunque fare, ma che non estirpano le radici del problema). È un nodo complesso che non può essere risolto con l’ennesima inchiesta sbandierata ai media ad uso e consumo del magnate di estrema destra di turno, né certamente con la deportazione di massa di britannici i cui nonni o addirittura i bisnonni erano già britannici (suvvia, siamo seri).
Chi scrive naturalmente non ha soluzioni perché di mestiere fa la scrittrice e non la politica (quindi risparmiamoci il classico “Eh ma allora cosa proponi? Niente. Altrimenti mi sarei presentata alle elezioni). Il mio ruolo è esplorare e cercare di capire un fenomeno e poi presentarlo. Aggiungerei però che dopo avere insegnato in Uk per 15 anni ed avere avuto a che fare con i servizi sociali britannici, posso attestare che il problema non si ferma neanche alla mancata integrazione, ma si estende alla completa mancanza di tutela dei minori in tutto il Paese, a causa di servizi inefficienti e là dove non inutili, addirittura dannosi. Un dramma sistemico.
My two cents che difficilmente assisteremo a cose eclatanti, al di là delle normali inchieste locali, considerato che se i conservatori, al potere dal 2010 al luglio 2024, sono solo riusciti a grattare la superficie, difficilmente i laburisti potranno fare di più, avendo l’ulteriore handicap di dipendere da quei bacini elettorali.
Nel frattempo, per qualche giorno dovremo sorbirci l’esercito dei sì, ma…: quella schiera indefessa che la fanfara della strumentalizzazione mediatica istiga, buona solo a riempire i dibattiti sui social con un’aria di moralità prefabbricata. È un esercito che si nutre di indignazione momentanea, che fa sentire tutti un po’ più giusti, un po’ più coinvolti, un po’ più interessati al benessere collettivo. Almeno fino al prossimo strombazzato del circo mediatico, pronto a far dimenticare tutto.
Sì, ma almeno ce lo hanno fatto sapere…
Sì, ma ora bisogna fare qualcosa…
Sì, ma non si possono lasciare le povere vittime…
Sì, ma…
Un coro che cresce, si gonfia e poi svanisce, lasciando dietro di sé solo il vuoto di parole nell’interesse verso una questione pari alla memoria di un pesce rosso. Perché, diciamocelo, i decantatori dei “sì ma” fino a ieri non avevano mai sentito parlare delle grooming gangs e domani se le saranno già dimenticate.
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Bellissimo! Bella scoperta il blog
Grazie!
Disamina interessante ma stile e chiarezza lasciano a desiderare.
articolo davvero encomiabile sotto tutti i punti di vista.
per la completezza e la integralità dell’esposizione e dell’argomentazione.
devo dire che mi ritrovo perfettamente nell’osservazione circa il delirante sistema di assistenza sociale inglese che mi ha sempre fatto rabbrividire per superficialità in un paese in cui le famiglie non esistono e le foster mom di professione sono una follia dato che i ragazzi da 11 ai 16/18 sono notoriamente ingestibili (ma vengono pagate pochissimo per il loro lavoro).
faccio presente che gli inglesi quando ti “ospitano” ti chiedono contributi vitto e alloggio.
sono un popolo allo sbando dove tutto è transactional.
Ottima analisi. Purtroppo, sono proprio le seconde e terze generazioni di immigrati da culture profondamente diverse che creano la maggior parte dei problemi ai paesi o alle culture di destinazione. Chi immigra lo fa per scelta, che magari è “obbligata” (un ossimoro solo apparente), ma sempre scelta è. Coloro i quali nascono, o crescono dalla più tenera età, in una situazione di forte contrasto tra la propria cultura familiare e quella della società che li circonda si ritrovano, senza scelta, ad affrontare una crisi di identità e una dissonanza cognitiva che li rende facili bersagli di pulsioni radicalizzanti e discriminatorie nei confronti della popolazione indigena più o meno originale.
Musk è andato fuori di testa, ha respirato troppi fumi di scarico dalle piattaforme di lancio SpaceX!!! Comunque sia, è un articolo illuminante e molto chiaro, complimenti
Di Musk non voglio parlare. Leggendo di pakistani e bangladesi, mi viene in mente… un siriano. Un tranquillo affermato dentista londinese. Muore il fratello e il clan lo richiama urgentemente in patria. Quello parte all’istante e si cala immediatamente nel ruolo diventando uno dei più feroci dittatori del medio oriente. Come se non fosse mai partito da Latakia. Questo mi dà molto da pensare: se non ce la fanno gli inglesi, non ce la fa nessuno.
Vince chi strumentalizza per primo…a parte gli involontari errori del passato…poi nessuno ha voluto sollevare il coperchio del vaso di Pandora per combattere quel sistema di omertà…e aver bisogno dei voti degli immigrati non è una giustificazione, inoltre è come dire che in quelle comunità permane immutabile la criminalità…Quello che rimane è l’orrore e la paura per i fatti accaduti…mentre tutte le legittime e lucide analisi su chi le fomenta chi le strumentalizza, non importa alla gente comune, che neanche le conosce e si sente colpevolizzare per la “mancata integrazione”, anche se sopportano stoicamente i pessimi comportamenti degli immigrati e spesso, da noi, li aiutano e si chiedono ma che cos’é sta “mancata integrazione”, cosa dobbiamo fare più di così ?
Non è così che stanno le cose. I passi sono stati fatti ma si tende a dimenticare che dopo Brexit il Paese è stato nel caos. Dall’elezione di Johnson fino a 5 mesi fa, una paralisi totale mentre assistevamo si tories che si pugnalavano alle spalle non facendo assolutamente nulla. Un incubo.
Nel pezzo di domani chiarerò cosa si è fatto, quando è da chi, cosa si è inceppato e cosa si intende fare.
Articolo decisamente interessante e utilissimo per mettere a fuoco una questione complessa estremamente difficile da affrontare e purtroppo oggetto di una propaganda martellante in questi giorni.
Grazie per la chiarezza.
Grazie
Analisi che integra utilmente le narrazioni in corso. Lascia in bocca un senso di fredda impotenza, a fronte di un problema che appare molto più grande e complesso di quanto descritto dalla propaganda politica. Si devono, per es., riesumare tutte le analisi sul multiculturalismo, sulle sue diverse e opposte declinazioni. Per poi forse concludere che è troppo tardi per rimediare. Non da ultimo, un domanda balugina fra le righe: la democrazia ci è utile, se serve a mandare al potere chi non ha interesse a porre rimedio alle storture? Se comunità corrotte confermeranno la corruzione? Certo, è questione generale, che riguarda ogni paese.
È un argomento immenso perché tira in ballo molteplici questioni.
Domani uscirà un altro pezzo sul debunking delle accuse mosse a Starmer e Phillips.
Complimenti. Bell’articolo. Davvero.
Grazie.
Grazie
Un’analisi molto complessa e illuminante portata avanti in modo semplice e chiaro. In più, una calzante definizione del pensiero “usa e getta” dei social. Il tutto, se mi posso permettere, scritto benissimo.
Grazie
La ringrazio.