Regno Unito
Se a Blair bastava la carota, a Starmer non resta che il bastone
C’era da aspettarsi che, dopo aver subito la rivolta interna di 120 deputati e aver dovuto modificare un intero bilancio, il Primo Ministro Keir Starmer scegliesse di colpire al cuore gli istigatori, tracciando una linea netta tra dissenso legittimo e sabotaggio organizzato. Da una parte, l’autonomia



C’era da aspettarsi che, dopo aver subito la rivolta interna di 120 deputati e aver dovuto modificare un intero bilancio, il Primo Ministro Keir Starmer scegliesse di colpire al cuore gli istigatori, tracciando una linea netta tra dissenso legittimo e sabotaggio organizzato. Da una parte, l’autonomia dei parlamentari, che possono anche non condividere alcune scelte del partito. Dall’altra, chi non si limita a dissentire, ma trama, raduna sostenitori su chat WhatsApp, struttura una strategia di destabilizzazione contro lo stesso partito che li ha portati in Parlamento.
Quattro deputati laburisti – Maskell, Hinchliff, Duncan-Jordan e Leishman – sono stati privati del whip, ovvero sospesi, per ribellioni organizzate contro la linea del governo sui tagli al welfare, sabotando dall’interno votazioni parlamentari cruciali.
Si trattava di una mossa tutt’altro che inattesa — non solo perché coerente con la personalità di Starmer, ma perché rispecchia il mandato stesso con cui fu eletto alla guida del Partito laburista nel 2020. Più che per una visione ideologica, Starmer venne scelto per il suo passato da Procuratore inflessibile: a lui si chiedeva, prima di tutto, di riportare ordine dopo il caos degli anni corbyniani, e soprattutto ripulire l’immagine del Partito, che in quei giorni era travolto dagli scandali per i numerosi casi e denunce per antisemitismo.
La guerra di Starmer contro l’ala radicale attraversa il suo intero mandato da Segretario. Già nel 2020, appena eletto alla guida del Partito, una delle sue prime mosse fu la sospensione di Jeremy Corbyn, a seguito della pubblicazione del rapporto della Equality and Human Rights Commission (EHRC) sull’antisemitismo all’interno del Labour. Un gesto che segnava fin da subito l’intenzione di rompere con l’eredità corbyniana e ristabilire una linea di rigore interna. Corbyn sarebbe poi stato espulso definitivamente nel maggio del 2024.
Nel 2023, un’altra figura storica del Partito Laburista era finita sotto i riflettori: la deputata Diane Abbott, da sempre una voce dell’ala sinistra, era stata sospesa dopo la pubblicazione di una lettera sull’Observer in cui affermava che gli ebrei non sono soggetti allo stesso tipo di discriminazione dei neri, perché la loro origine “non è visibile”. Un’affermazione che aveva incendiato gli animi, tanto da far commentare a qualcuno che forse era proprio per quel motivo che Hitler gli aveva cucito addosso una Stella di Davide. La sospensione era rimasta in vigore fino al 2024. Pochi giorni fa, è stata nuovamente sospesa, dopo aver ribadito, durante un’intervista alla BBC, di non avere “alcun rimorso” per quelle dichiarazioni.
Nel luglio 2024, appena eletto Primo Ministro, Starmer aveva poi rimosso il whip a sette deputati del suo partito per aver votato a favore di un emendamento presentato dallo Scottish National Party (Snp), che proponeva l’abolizione del “two child cap”, ovvero il limite degli assegni familiari per i figli oltre il secondo. Si trattava di una delle primissime votazioni ai Commons, dopo la vittoria elettorale, e la questione era già stata discussa internamente: il costo della rimozione del limite non era sostenibile. Il voto in opposizione era stata dunque una sfida diretta a Starmer da parte dell’osso duro corbyniano, il quale comunicava così, fin dalle prime sedute parlamentari, che avrebbe mantenuto la sua linea di dissenso alla leadership e proseguito nella sua agenda contro i tagli ai sussidi. Il primo colpo della rivolta interna che avrebbe condotto alla crisi attuale.
A quattro dei sette deputati, il whip era stato restituito alcuni mesi dopo, ma con tre di loro la guerra era rimasta aperta. Tra questi, figurava anche Zarah Sultana, di origine pakistana, musulmana praticante, apertamente ostile a Israele e figura di riferimento dell’ala più radicale del wokismo laburista. La stessa Sultana che, a giorni dalla rivolta, abbandonava definitivamente il Labour per unirsi a Jeremy Corbyn nella fondazione di un nuovo partito di estrema sinistra.
L’uso delle sospensioni da parte di Starmer solleva una questione: si tratta di necessità o dell’incapacità di dialogare con le parti? In un contesto dove le fratture non riguardano solo singole politiche, ma visioni inconciliabili di ciò che il Labour dovrebbe essere, il problema non è solo se si possa dialogare, ma su cosa. Ed è proprio questo che una parte della sinistra radicale rifiuta: non riconosce alla leadership legittimità né spazio di manovra. Non accetta alcun tipo di taglio al welfare ed è irremovibile sull’odio contro Israele.
Il confronto con Tony Blair è inevitabile, ma spesso fuorviante. Blair, che pure si trovò a trasformare radicalmente il Partito Laburista, non dovette mai ricorrere alle sospensioni. Le ragioni sono molteplici. Innanzi tutto, ereditava un contesto più favorevole: nel 1997 non c’era una voragine economica da colmare, l’economia non era stagnante, e il Regno Unito operava ancora all’interno dell’Unione Europea. Questo gli consentiva margini di manovra molto più ampi e, soprattutto, la possibilità di raggiungere compromessi senza apparire debole. Anche il contesto internazionale era più stabile e il sistema politico britannico non era attraversato da crisi identitarie profonde come quelle esplose dopo la Brexit.
C’è poi un elemento strutturale che penalizza Starmer: la trasformazione digitale del dissenso. Al tempo di Blair, i deputati ribelli potevano al massimo ritrovarsi in correnti o comitati interni; oggi, con i social media e le chat criptate, la capacità di organizzare rivolte su larga scala è esponenzialmente aumentata.
Ma forse la differenza più amara per Starmer è un’altra: Blair era portatore di una visione trasformativa, una narrazione di futuro capace di trascinare anche i settori scettici. Starmer, al contrario, governa sulle macerie — quelle lasciate da anni di leadership divisive e da un Paese spaccato dalla Brexit. La sua è un’azione prevalentemente riparativa, non immaginativa. E in assenza di un orizzonte ambizioso, il rigore disciplinare rischia di apparire come l’unica forma possibile di controllo.
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