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Silenced No More: il rapporto sulle violenze del 7 ottobre è un macigno su silenzi e distinguo

Israele

Silenced No More: il rapporto sulle violenze del 7 ottobre è un macigno su silenzi e distinguo

Il rapporto Silenced No More riporta al centro del dibattito le violenze sessuali del 7 ottobre, sottraendole alla vergognosa rimozione politica e morale. Un corpus così ampio ed esaustivo certifica che il silenzio selettivo di una parte del femminismo militante è stata ed è una scelta

Filippo Piperno14/05/2026Aggiornato 14/05/20267 min lettura1.399 parole

Il rapporto Silenced No More riporta al centro del dibattito le violenze sessuali del 7 ottobre, sottraendole alla vergognosa rimozione politica e morale. Un corpus così ampio ed esaustivo certifica che il silenzio selettivo di una parte del femminismo militante è stata ed è una scelta deliberata per coprire i crimini di Hamas.


La narrazione del massacro del 7 ottobre 2023 compiuto da Hamas ai danni di circa 1200 israeliani ha ricevuto un trattamento singolare. Ogni atrocità è stata contestualizzata in una cornice attenuante. Il massacro è diventato “reazione”. Il terrorismo è diventato “resistenza”. La presa di ostaggi è diventata “conseguenza del conflitto”. E la violenza sessuale, la più difficile da assorbire nella narrazione, è stata dolosamente espunta dal campo visivo.

È qui che un rapporto come Silenced No More, pubblicato dalla Civil Commission on October 7th Crimes by Hamas Against Women and Children , assume il suo significato più rilevante perché sottrae quelle violenze alla zona di silenzio in cui erano state confinate, le nomina, le ordina, le documenta. Le riconduce a pattern ricorrenti, a testimonianze, immagini, archivi, analisi forensi, luoghi, sequenze. In altre parole: rende molto più difficile continuare a voltarsi dall’altra parte.

A oltre due anni e mezzo dal 7 ottobre 2023, il rapporto consegna al dibattito pubblico trecento pagine di documentazione: oltre 430 testimonianze, più di 1.800 ore di analisi visiva, tredici pattern di violenza sessuale e di genere commessa durante l’attacco e nella successiva prigionia degli ostaggi.

Viene indicato come il corpus probatorio più ampio finora raccolto su questi crimini. La sua utilità non è soltanto probatoria, ma morale e politica: costringe a misurare la distanza tra ciò che è stato documentato e ciò che una parte del discorso pubblico occidentale ha scelto di non vedere.

Che cosa racconta il rapporto

Il rapporto ricostruisce i fatti seguendo due direttrici: i luoghi dell’attacco e le forme ricorrenti della violenza. La prima parte attraversa il Nova Music Festival, la Route 232 e le aree circostanti, poi i kibbutz, le basi militari e i luoghi in cui, dopo il massacro, furono identificati i corpi delle vittime.

Una sezione specifica è dedicata agli ostaggi: alla violenza subita durante il rapimento, durante il trasferimento e poi nella prigionia a Gaza.

Il quadro che ne emerge non è quello di una brutalità indistinta, ma di una serie di condotte ripetute in contesti diversi. Il rapporto elenca stupro, stupro di gruppo e altre forme di aggressione sessuale; tortura sessuale, comprese ustioni e mutilazioni intenzionali; colpi sparati alla testa, al volto e all’area genitale; uccisioni avvenute dopo o insieme ad atti di violenza sessuale; abusi post mortem, umiliazione e profanazione dei corpi; nudità forzata; legature, ammanettamenti e forme di immobilizzazione.

Elenca inoltre esposizione pubblica e parata di donne e bambini; rapimento di madri e figli; ripresa e diffusione digitale degli abusi; minacce di matrimonio forzato; violenze sessuali anche contro uomini e ragazzi.

Il rapporto ha messo insieme testimonianze di sopravvissuti, ostaggi rilasciati, familiari, soccorritori, personale medico, immagini, video, documenti ufficiali e materiali provenienti dai luoghi dell’attacco. Il risultato è una mappa della violenza: non un singolo episodio isolato, ma una costellazione di atti che, secondo la Commissione, mostra una logica ricorrente.

Uno degli aspetti più odiosi riguarda la dimensione pubblica e comunicativa dell’orrore. I perpetratori, scrive il rapporto, non si limitarono a compiere violenze: in molti casi le filmarono, le diffusero, le usarono come parte stessa dell’attacco.

La violenza non finiva con il corpo della vittima. Continuava nello sguardo imposto ai familiari, nella circolazione delle immagini, nella trasformazione della sofferenza in messaggio politico e psicologico. È questa la ragione per cui il documento parla di visibilità come arma: il terrore non doveva soltanto accadere, doveva essere visto.

La parte sugli ostaggi aggiunge un ulteriore livello. Il rapporto sostiene che la violenza sessuale e di genere non si esaurì il 7 ottobre, ma proseguì durante la prigionia a Gaza, attraverso aggressioni, umiliazioni sessuali, minacce, coercizione e forme di tortura psicologica.

Anche qui il punto non è solo il singolo atto, ma la continuità della violenza: dal massacro al rapimento, dal trasferimento alla cattività.

Il concetto di “kinocide” serve a descrivere proprio questa estensione del danno. Secondo la Commissione, in diversi casi la violenza fu diretta non solo contro l’individuo, ma contro i legami familiari: parenti costretti ad assistere, famiglie separate, madri e figli trasformati in strumenti di pressione, corpi e affetti usati per moltiplicare il trauma.

La famiglia, in questa lettura, non è solo vittima collaterale: diventa uno dei bersagli della violenza.

Un documento che non ammette ambiguità

Il rapporto Silenced No More è dunque un lavoro di documentazione, archiviazione e analisi giuridica. La Civil Commission si presenta come organizzazione indipendente e non profit, nata per documentare i crimini di guerra e le violenze di genere commessi contro donne, bambini e famiglie durante il massacro del 7 ottobre e durante la prigionia degli ostaggi.

Il suo archivio intende essere al tempo stesso memoria, fonte storica e base giuridica per future azioni di responsabilità.

La tesi centrale non lascia spazio a interpretazioni: la violenza sessuale non fu un eccesso casuale né un episodio marginale. Fu una componente sistematica, diffusa e integrata nell’architettura del terrore del 7 ottobre.

Non sono note a margine, non sono dettagli propagandistici, non sono elementi da lasciare nell’indistinto: sono categorie analitiche del documento, ricorrenze documentate, sequenze che compongono una struttura.

Sheryl Sandberg, in una delle introduzioni, lo definisce il più ampio corpus probatorio finora raccolto su questi crimini. Ma ciò che colpisce non è solo la quantità. È la struttura. Il rapporto non accumula episodi: ricostruisce ricorrenze, modalità operative, sequenze. E proprio questa struttura rende più difficile continuare a usare la prudenza come alibi.

Il silenzio selettivo e i distinguo di una parte del femminismo militante

È qui che si apre il nodo più rivelatore: non un generico silenzio, ma il silenzio selettivo di una parte del femminismo militante davanti alle violenze sessuali del 7 ottobre. Non tutto il femminismo ha taciuto: sarebbe falso e ingiusto sostenerlo.

Ma proprio le voci femministe che nel rapporto rivendicano una giustizia coerente e universale, senza gerarchie tra le vittime, misurano per contrasto il fallimento di quella parte del femminismo occidentale e italiano che, davanti agli stupri e agli abusi sessuali documentati contro donne israeliane ed ebree, non ha prodotto parole, mobilitazione e indignazione minimamente proporzionate alla gravità dei fatti.

In particolare, pesano i distinguo dell’area di Non Una di Meno, un femminismo che ha fatto della denuncia della violenza sui corpi uno dei propri fondamenti identitari.

Se la violenza sessuale è un crimine assoluto, resta tale anche quando le vittime sono israeliane ed ebree, anche quando disturbano la narrazione binaria tra oppressi e oppressori.

E invece quelle violenze non hanno ricevuto lo stesso rilievo politico, morale e simbolico che sarebbe stato preteso in qualunque altro contesto. Si è parlato di corpi, ma non di quei corpi. Si è denunciato il patriarcato globale, ma si è esitato davanti alla violenza sessuale commessa da uomini palestinesi contro donne israeliane.

Si è costruita per anni una grammatica pubblica del trauma, salvo sospenderla quando quel trauma non era conveniente.

Da oggi, dopo un rapporto di questa portata, espungere quelle violenze dal campo visivo non può più essere presentato come cautela. È una scelta.

Chi continua a non nominarle, chi non accusa Hamas anche per l’uso dello stupro come arma di guerra e di terrore, non sta più aspettando la verità. Sta scegliendo deliberatamente di tacerla.

*Un ringraziamento a Tiziana Della Rocca


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2 pensieri su “Silenced No More: il rapporto sulle violenze del 7 ottobre è un macigno su silenzi e distinguo

  1. Pingback: BASTA NEGAZIONISMO BASTA RIDUZIONISMO BASTA GIUSTIFICAZIONISMO BASTA SILENZIO | ilblogdibarbara

  2. nadiamaihotmailit dice:

    Buongiorno Filippo. Tra le cose meno edificanti della faccenda c\’è il silenzio dei media. Seguo distrattamente la TV, ma non mi pare di averne sentito parlare. Così come della dichiarazione della Corte Penale internazionale sulla NON probabilità del genocidio. Il mondo è ormai propalizzato. D\’altronde capisco la postura delle femministe e della sinistra globale che tace, se non giustifica, i crimini di hamas. Il prisma ideologico che altera la visione della realtà è, ahimè, comune a tutti. Anche io sono meno propensa ad indignarmi per la morte o la sofferenza dei Palestinesi. È un\’ammissione grave, ma realistica. Nadia Mai Ps. Le sarei grata se riuscisse a postare questa risposta nei commenti in calce all\’articolo. Grazie.

    Inviato da Outlook per Androidhttps://aka.ms/AAb9ysg ________________________________

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